STANPA
Di seguito vengono presentati alcuni testi pubblicati sul sito http://www.rivistaindipendenza.org
EUSKAL HERRIA/ PROVE TECNICHE DI AUTODETERMINAZIONE
Fissiamo brevemente i fatti che si sono svolti in questi ultimi mesi. Particolarmente tre, verificatisi dopo l’estate, e più precisamente nel mese di settembre, hanno dato impulso al percorso politico in atto. Il 2 settembre viene presentata la piattaforma elettorale della neonata Euskal Herritarrok che sostituisce nominalmente, come organismo elettorale, Herri Batasuna di fronte all’ipotesi di una sua ventilata messa fuori legge; il 12 settembre viene sottoscritto l’Accordo di Lizarra-Garazi da parte di una maggioranza politica sociale e sindacale basca sulla base di contenuti democratici che riconoscono Euskal Herria come soggetto decisionale; il 18 settembre ETA proclama una tregua unilaterale, totale e indefinita a sostegno della dinamica intrapresa. Le elezioni autonomiche del 25 ottobre registrano la netta affermazione delle formazioni moderate e radicali basche. Per la prima volta si apre un nuovo scenario in Euskal Herria: la sinistra abertzale (patriottica) di Euskal Herritarrok con i suoi 14 eletti, garantendo il proprio sostegno esterno, consente la formazione di un governo basco, il che, per inciso, suscita esagerate reazioni da parte di media e formazioni politiche spagnole. Non farvi parte non significa che sia un sostegno in bianco. Tutt’altro. Euskal Herritarrok, che non intende farsi imbrigliare in una dinamica istituzionalista, ritiene di essere più incisiva condizionando fattivamente dall’esterno le scelte del nuovo governo e contemporaneamente dando impulso al progetto cui sta lavorando da diversi mesi prima delle elezioni: la costituzione dell’Assemblea dei Municipi Baschi, un organismo più radicato sul territorio che, se realizzato, potrà arrivare a rappresentare più dell’85% dei municipi baschi del Sud e del Nord e più dell’80% della popolazione basca, anche se attualmente non è riconosciuto dalle istituzioni. È lo stesso Arnaldo Otegi, portavoce di Herri Batasuna, a sostenere che il paese basco è "molto plurale" e che, dunque, il termine Euskal Herria è più adatto di Euskadi. In tal senso il governo autonomico di Gasteiz non può considerarsi come il governo di Euskal Herria, anche se nella fase politica attuale Euskal Herritarrok vede un interesse a parteciparvi. Le istituzioni attuali sono costituite artificialmente. Otegi propone di crearne di nuove. L’Assemblea nazionale degli eletti dei municipi baschi va in tal senso. Il nuovo governo autonomico è formato da PNV (il moderato partito nazionale basco) e EA (Eusko Alkartasuna, nato da una scissione del PNV) e ha come presidente Juan José Ibarretxe che succederà dunque a Antonio Ardantza. Questo patto è stato sottoscritto per una durata di quattro anni. All’atto della firma, Carlos Garaikoetxea, presidente di EA, ha dichiarato che "questo governo sarà il promotore di una nuova era, con dei cambiamenti significativi per tutta la società basca". Il programma si articola su quattro grandi assi: -la continuità del processo di pace, nel quale la tregua di ETA è elemento essenziale per aprire una dinamica di negoziazioni fra tutti i partiti politici rappresentati al parlamento, considerato che per EA e PNV la costituzione spagnola e lo statuto di Gernika non sono più e non dovranno essere dei "limiti infrangibili"; -il rafforzamento economico e del lavoro, previo il rilancio del settore pubblico che dovrà poggiare su un nuovo sistema di finanziamento, di ripartizione delle imposte e di trasparenza nell’erogazione dei fondi. Particolare attenzione si intende porre per la messa in cantiere di un piano d’azione per il lavoro giovanile; -la qualità di vita e la giustizia sociale, che prende parzialmente corpo con l’adozione di una serie di provvedimenti che sono parte della piattaforma congiunta dei sindacati Ela (Solidarietà con i Lavoratori Baschi, vicino al PNV) e Lab (Langile Abertzaleen Batzordeak, Commissioni Operaie Patriottiche, vicino a Herri Batasuna). Nel ‘94 l’avvicinamento di questi due sindacati aveva portato all’elaborazione di una piattaforma sociale su posizioni avanzate ritenuta praticabile, secondo Rafa Diez, coordinatore generale di Lab, "in una dinamica di accumulazione delle forze in favore del progetto nazionale basco". Particolare attenzione è rivolta anche a potenziare il sistema educativo, nel quadro di una politica culturale e linguistica che serva da strumento di coesione sociale. Quanto alla lingua il nuovo governo intende promuovere il "consiglio basco dell’euskara" (il Kontseilua) che è l’organismo, previsto nell’accordo di Lizarra-Garazi per realizzare la normalizzazione dell’euskara in ogni ambito della vita sociale, culturale, sportiva, lavorativa, universitaria, istituzionale e politica di Euskal Herria; -Euskal Herria in Europa; l’istituzione di un’assemblea dei sindaci dei comuni baschi di Hegoalde (territorio basco sotto occupazione spagnola) e Iparralde (territorio basco sotto occupazione francese) rappresenta il primo tassello di base per l’autogoverno. Un "autogoverno che deve arrivare a riunire una nazione divisa con la forza, sottomessa alla volontà di due Stati insopportabilmente giacobini, occupata militarmente e culturalmente, dominata economicamente e obbligata, inoltre, ad accettare come buono il contesto di relazioni imposte. E tutto questo per non citare le espressioni più cruente del colonialismo gallo-ispanico (incarcerazione di dirigenti politici, chiusura di mezzi di comunicazione, violazione della legislazione penitenziaria, mantenimento di tribunali speciali, pratica costante della tortura, esecuzioni extragiudiziali, terrorismo di stato...)". In tal senso questo organismo, per il quale sulla base dell’accordo di Lizarra-Garazi ci si sta già dando da fare, è l’"asse interno" per una proiezione -in quanto nazione particolare e differenziata ("né migliore, né peggiore, differente")- in un contesto europeo sul quale i baschi attualmente sono fortemente critici e sulla cui configurazione intendono dire la propria. A tutt’oggi comunque, nell’Europa "democratica", il diritto e l’aspirazione dei baschi che vivono e vogliono continuare a vivere su ambo i lati dei Pirenei in un futuro unitario, non sono rispettati. Basti pensare alle dichiarazioni di merito dei primi ministri francese e spagnolo. Il primo, Lionel Jospin, ha dichiarato che "le iniziative che sono state prese da un certo numero di collettività locali, in Spagna, non riguardano che la Spagna. Per quanto ci concerne, non abbiamo intenzione, in particolare al governo, di toccare la realtà amministrativa francese. La Francia resta fedele alle sue strutture dipartimentali". Il secondo, José Maria Aznar, ha ripetuto che il suo governo è per la pace, ma nel quadro dello Stato e della Costituzione spagnola; che "il governo è pronto a fare la pace e nient’altro". Posizioni che non distolgono gli abertzale dal "continuare a far votare le municipalità sulla questione del dipartimento; quando la maggioranza si pronuncerà a favore, andremo da entrambi i primi ministri". Il dipartimento, quindi, come istanza che trova riscontro tra i cittadini baschi, come "simbolo forte per l’affermazione dell’esistenza della nazione basca" e il testo di Lizarra-Garazi come perno di riferimento nel dispiegamento dell’attività abertzale che ne fa oggetto di dibattiti itineranti nelle città di Euskal Herria. Quest’ultimo obbligherà quei partiti ‘spagnolisti’ che oggi rifiutano l’accordo a cambiare strategia sotto la spinta della pressione sociale crescente. Infine la questione dei prigionieri di ETA. Continuano a svolgersi le manifestazioni per una soluzione politica. Il 9 gennaio, su convocazione di Herri Batasuna, PNV, EA, Izquierda Unida, Abertzaleen Batasuna, Batzarre, Zutik e organismi sindacali e sociali, si è snodata per le vie di Bilbao la più gigantesca manifestazione della storia di Euskal Herria. Anche i media spagnoli hanno dovuto riconoscere il forte significato politico della marea umana che traboccava per le vie principali, con un’imponenza impressionante, paralizzando l’intera città. Una settimana dopo, nel centro di Parigi, migliaia di baschi di Hegoalde e Iparralde hanno sfilato per le stesse ragioni. Nel contesto della piattaforma che rivendica il ritorno a casa dei prigionieri e dei rifugiati, come condizione imprescindibile per l’avanzamento verso la risoluzione del conflitto, si denuncia anche la condizione particolare di alcuni prigionieri. Quattro prigionieri politici nelle carceri spagnole stanno per toccare i 20 anni di detenzione ed un altro i 15 anni nelle carceri francesi. Per questi la legge, che già prevederebbe la messa in libertà avendo scontato i tre quarti della pena, viene violata dalle autorità come forma di ritorsione "verso la loro integrità morale e politica e la coerenza mantenuta in questi anni". Più in generale si critica il governo spagnolo "che, utilizzando i prigionieri come ostaggi, intende convertire il loro trasferimento in Euskal Herria in un gesto di buona volontà da contrapporre alla tregua di ETA e in ultimo imporre la chiave di lettura di "prigionieri in cambio della pace" come maniera per svuotare di contenuto le storiche aspirazioni di libertà del popolo basco".
EUSKAL HERRIA/ L’OFFENSIVA POLITICA DI LIZARRA-GARAZI
La linea dura -politica, giudiziaria e militare- adottata dal governo Aznar per normalizzare il conflitto in Euskal Herria ha sortito effetti decisamente contrari alle aspettative. I recenti avvenimenti che si sono succeduti in questi ultimi mesi lo dimostrano chiaramente. Un passaggio significativo è sicuramente rappresentato dal Forum d’Irlanda, un organismo che riunisce a più riprese, intorno ad un tavolo, forze eterogenee tra loro per natura e posizioni politiche, interessate, attraverso l’analisi della situazione in Irlanda del Nord, al raggiungimento di una soluzione politica per Euskal Herria. In uno di questi incontri, il 12 settembre a Lizarra, ben 23 organizzazioni politiche, sindacali, sociali e associative (tra queste Herri Batasuna, il PNV, EA, Izquierda Unida, Senideak, Elkarri, i due sindacati ELA e LAB, ecc.), cioè la maggioranza politica e sindacale in Hegoalde (territorio basco sotto occupazione spagnola), e Abertzaleen Batasuna, organizzazione indipendentista di Iparralde (territorio basco sotto occupazione francese), stipulano un accordo articolato in due parti: a) la prima concerne un’analisi del processo di pace in Irlanda del Nord che assume una valenza di "potenziale applicazione in Euskal Herria", una possibile strada analoga nelle linee generali e al contempo specifica quanto ad articolazione politica "di comportamento e di attuazione". Così come il conflitto irlandese, anche quello basco ha una radice politica e pertanto necessita di una soluzione che potrà scaturire solo da una negoziazione aperta ad ognuna delle parti in causa e con l’intervento di tutta la società basca; b) quindi, dopo "conversazioni multilaterali senza condizioni preliminari inaccettabili", avviare un "processo di negoziazione e risoluzione propriamente detto -fase risolutiva- che prevede implicitamente la volontà e l’impegno ad affrontare le cause del conflitto, da realizzarsi in condizioni di permanente assenza di tutte le espressioni violente del conflitto". A tutti i cittadini di Euskal Herria, infine, il diritto di avere "l’ultima parola nella decisione del proprio futuro", decisione "che sia rispettata dagli stati interessati". In questo quadro si colloca la "tregua unilaterale ed illimitata" proclamata da ETA quattro giorni dopo l’accordo di Lizarra e fatta decorrere dal 18 settembre. L’organizzazione armata auspica che "...la risposta che riceveremo sia della portata del passo da noi compiuto; (...) i passi e gli avvenimenti che d’ora in avanti si verificheranno, segneranno il carattere definitivo di questa tregua". Nel suo comunicato, ETA sottolinea preliminarmente il "momento storico" che sta vivendo il popolo basco: "dopo due lunghi decenni di cammino verso l’indipendenza di Euskal Herria, abbiamo nuovamente l’opportunità di fare un passo decisivo. Riteniamo di trovarci di fronte ad un’opportunità simile a quella che ci si prospettò nei difficili anni della transizione, venti anni fa. Questa volta però dobbiamo fare in modo che la fase politica cui stiamo per andare incontro sia all’insegna del diritto alla sovranità, facendo diventare realtà l’opportunità perduta a quel tempo". Quindi procede ad un’ampia analisi della situazione in Euskal Herria e delle ragioni che l’hanno indotta a questa scelta della tregua, come passaggio da un’"attività resistenziale" ad una "pratica di costruzione". Duro è l’attacco sferrato allo statuto d’autonomia ("l’autonomismo costituzionale"), che a suo avviso, già sul finire della dittatura di Franco, ha acutizzato la divisione interna del paese ("Se prima eravamo sottomessi a due stati -Spagna e Francia, ndr- da allora fummo costretti a sopportare anche la divisione autonomica") e valorizza la strada dell’abertzalismo ‘radicale’ che, "ritenendo legittimo l’uso di tutti i mezzi di cui un popolo dispone per difendersi", ha reso possibile l’"accostarsi di nuovi settori sociali che hanno fatto propria la scommessa dell’indipendenza. (...) È confortante vedere che anche altri si rendono conto di quali siano i passi fondamentali per conquistare l’indipendenza. La libertà futura sarà sempre cosa migliore dell’attuale sottomissione". ETA, pur consapevole degli errori commessi, ritiene di aver contribuito a mantenere vivo un progetto di Euskal Herria unita, libera, bascoparlante, unitamente alla capacità di lavoro e alla creatività dei cittadini baschi. "...Dobbiamo gettare le basi di questa futura Euskal Herria; la sfida che abbiamo di fronte si basa sul definire con totale esattezza dove andremo a costruire la nostra casa. Perché non ci sono due o tre Euskal Herria, ma solo una con le sue peculiarità e realtà differenti, sia linguistiche che sociali ed economiche e anche nell’ambito dei costumi. Questo è un popolo!". Analizzate le nuove possibilità che si aprono per Euskal Herria, ETA precisa che cosa non è la sua dichiarazione, affinché "nessuno venga ingannato dai giochi di parole dei professionisti politici. L’obiettivo non è la "pacificazione" che propone Ardanza (esponente PNV, ndr) che ha diretto per una lunga decade il processo di spagnolizzazione; tantomeno dare "apparenza" politica a questa "pacificazione" come autoinganno o "tranquillante per la coscienza" della sinistra abertzale (patriottica, ndr). In questo momento bisogna essere più audaci perché ci troviamo in una situazione totalmente nuova. Staranno ingannando la società coloro che, dopo questo importante passo di ETA, cercano la "normalizzazione" con una falsa pace che non cambia nulla e rafforza la situazione attuale. Questo sarebbe altrettanto falso quanto l’affermare che il conflitto di Euskal Herria deriva dal fatto che ETA affronta il nemico con la lotta armata. Non ci sarà pace se non si parte dai diritti di Euskal Herria. Questa è l’origine, la chiave del conflitto che patiamo: il fatto che a Euskal Herria vengono negati i suoi diritti, che non ci venga consentito di organizzare liberamente la nostra società". E il comunicato continua: "ETA ha compiuto il suo passo; adesso è il momento che gli altri avanzino nello spazio che si è creato, con audacia. Lo abbiamo detto all’inizio, non è il momento di essere tiepidi, di calcoli egoistici e di partito: dobbiamo conquistare Euskal Herria". Il comunicato dell’"organizzazione basca socialista rivoluzionaria per la liberazione nazionale" si conclude con una dichiarazione in otto punti alla società basca e all’opinione pubblica internazionale. ETA ritiene che la nuova opportunità implichi responsabilità e sforzi affinché si creino accordi per lavorare in comune e nuove possibilità di incontro. Da parte sua "vuole far sapere che intende muoversi con una volontà precisa in questa nuova via". In questo senso si appella ai partiti politici, sindacati, associazioni culturali, organizzazioni sociali e in generale ai cittadini baschi perché si impegnino concretamente sulla via della sovranità nazionale. Sottolinea come sia fondamentale promuovere il superamento dell’attuale divisione istituzionale e statale e avviare da subito i passi concreti per creare una struttura istituzionale unica e sovrana che riunisca Araba, Bizkaia, Gipuzkoa, Lapurdi, Nafarroa e Zuberoa. Secondo ETA "il progetto del popolo di Euskal Herria deve confrontarsi sia con la Spagna che con la Francia. Questo conflitto secolare ci ha insegnato che per i cittadini baschi non esiste una soluzione intermedia. O avanziamo come cittadini baschi o scompariamo come popolo sotto il dominio di Spagna e Francia". L’iniziativa di ETA viene immediatamente minimizzata dal governo e dai massmedia che ne parlano come di una mossa tattica in funzione di sostegno ad Herri Batasuna per le imminenti elezioni. Dopo, si dice chiaramente, tutto sarà come prima. Questo pregiudizio troverà invece una secca smentita all’indomani del responso delle urne, dimostrando che il mantenimento della tregua è segno inequivocabile della sensibilità dell’organizzazione armata a fare quanto è in suo potere per dare più forza alla pressione che sale dalla società basca perché si arrivi ad un pronunciamento popolare per una via d’uscita dall’impasse del conflitto. Quanto accade in Euskal Herria, a cominciare da Lizarra, viene accolto con entusiasmo in Iparralde. "L’accordo di Lizarra e la tregua di ETA possono essere opportunità da cogliere per interpellare i poteri locali, i partiti politici e i diversi movimenti sociali". Significativamente, quindi, il 2 ottobre il Forum d’Irlanda si sposta, secondo il suo spirito itinerante, a Donibane Garazi, un villaggio della Bassa Nafarroa, in Iparralde. Un incontro particolarmente importante, tanto che, da questo momento in poi, si parla di Accordo Lizarra-Garazi. A parte le nuove, numerose e significative adesioni raccolte, oltre alla partecipazione di molti "osservatori", nel documento i firmatari rimarcano l’importanza dell’unità territoriale sottolineando che Euskal Herria è sotto la dipendenza di due stati. Non si può procedere, insomma, ad una soluzione per entità separate. Si assume inoltre l’impegno di sottoporre ed estendere l’accordo alla ratifica di tutti i comuni dei Paesi Baschi, dando così un radicamento ulteriore al progetto. Nel corso di questo incontro, che vede un’ampia partecipazione mediatica, viene infine presa la decisione di internazionalizzare il testo di Lizarra-Garazi, che a tale scopo viene trasmesso all’ONU, in Africa del Sud e il 5 ottobre a Gerry Adams prima della sua partenza per gli Stati Uniti. Di fronte a tanto importanti accadimenti, Iparretarrak (IK, organizzazione politico/militare di liberazione nazionale in Iparralde, i Paesi baschi del nord) interviene pochi giorni prima delle elezioni in Hegoalde (Paesi baschi del sud). Con un’intervista al settimanale Ekaitza spiega i suoi propositi e il suo sostegno al progetto politico in corso sulla base della esperienza maturata in Iparralde. IK ricorda di aver sempre praticato un metodo fondato principalmente su incontri, riunioni, dibattiti, e che, pur avendo fatto ricorso alla lotta armata, ha sempre tenuto presente che "la violenza può favorire una lotta politica così come può negarla" e che "la lotta armata è per noi uno strumento come un altro al servizio di un percorso che non cerca una vittoria militare ma tenta di accelerare un processo politico. La lotta armata in Iparralde ha contributo a far conoscere il progetto politico abertzale, a mediatizzarlo". Ribadire questo -è sempre IK a parlare- non deve essere confuso come una affermazione e una posizione di debolezza, ma come una posizione ponderata e assunta alla luce degli avvenimenti che coinvolgono Iparralde: la tregua di ETA, le elezioni in Hegoalde e il legame sempre più stretto fra le due parti (statualmente divise) di Euskal Herria sancito con l’accordo Lizarra-Garazi. Quel che Iparretarrak rimarca è che non si può concepire per Euskal Herria una soluzione "soddisfacente che riposi solamente su una logica dipartimentale, sulla sottoscrizione della carta europea delle lingue e sul riavvicinamento dei prigionieri", riguardo i quali "la questione è: come avvicinare la liberazione di tutti i prigionieri nel quadro della costruzione della pace durevole sostenuta da tutti nell’accordo di Lizarra-Garazi". In questo contesto si arriva alle elezioni del 25 ottobre in Hegoalde, un passaggio -lo si intuisce chiaramente- non irrilevante per verificare un primo responso popolare alla dinamica innescata. L’occasione è però contrassegnata, ancor più che in passato, dalle impari condizioni determinate dalla pratica della "terra bruciata" proseguita e accanitamente ricercata da Aznar contro ogni espressione e forma della lotta politica indipendentista. Mentre i massmedia spagnolisti e il governo gettano tutto il loro peso con un battage anti-indipendentista di altissima intensità, investendo del massimo grado di importanza le imminenti elezioni, con il sostegno non solo dei principali partiti spagnolisti -Partito Popolare (PP) e Partito Socialista (PSOE) in primis- ma anche delle massime autorità dello stato, gli abertzale sono costretti ad affidarsi esclusivamente al passaparola, al porta-a-porta, alla propaganda anche nei più sperduti villaggi. Già a fine agosto, infatti, con non casuale scelta di tempo, le autorità di Madrid avevano chiuso Egin e Egin Irratia, rispettivamente quotidiano ed emittente baschi, giudicati "strumenti di ETA". Una "linea dura" che Aznar stesso non si fa scrupolo di rivendicare 48 ore dopo -durante una visita ufficiale al governo turco ad Ankara- attribuendosi la qualità di autore ideale e materiale della chiusura degli organi di informazione abertzale, con nessun riguardo per la presupposta indipendenza del potere giuridico, che crea scalpore e imbarazzo sugli stessi media spagnolisti. Consapevole della delicatezza del passaggio elettorale e per non vanificare il patrimonio politico ruotante intorno al complesso di forze che si riconoscono nell’accordo di Lizarra-Garazi, la sinistra abertzale, che intende "trasformare il periodo elettorale in uno spazio di collaborazione con le altre formazioni politiche", ha già provveduto alla costituzione di un nuovo soggetto elettorale, prevenendo la possibilità, che circola come indiscrezione a più livelli, che il governo intenda mettere fuori legge Herri Batasuna poco prima della scadenza elettorale. Una minaccia incombente da circa un anno, all’indomani della condanna dell’intera dirigenza di Herri Batasuna a 7 anni di carcere per la nota vicenda del video di ETA, contenente una proposta di soluzione politica al conflitto, trasmesso nello spazio elettorale di Herri Batasuna. Spiega Arnaldo Otegi, un passato nell’ETA oggi portavoce di Herri Batasuna, che la nuova piattaforma elettorale, Euskal Herritarrok ("Noi, cittadini baschi"), nasce sia per prevenire il tentativo dello Stato di giocare sul terreno dell’illegalizzazione di Herri Batasuna, sia come espressione di ampi settori della società basca in favore della sovranità e della libertà, per affrontare le elezioni con un più ampio appoggio sociale. Insomma, convertire l’appuntamento elettorale in uno spazio di maggiore collaborazione; una nuova esperienza che riguarda esclusivamente le elezioni nel Paese Basco. Questo non significa però -sottolinea- che Herri Batasuna sparirà ("Non rinunciamo alla nostra storia, né al nome, né tantomeno ai princìpi politici di Herri Batasuna"). E rivendica alla precedente Mesa Nacional, adesso incarcerata appunto, di aver "disegnato" la strategia attuale di Herri Batasuna. Rispondendo a chi vede un "cambiamento da una strategia dura ad una più possibilista", Otegi chiarisce che "durante questi anni Herri Batasuna ha mantenuto un intervento di fermezza davanti alle pretese di portare questo popolo alla distruzione. Noi ci siamo difesi. Parallelamente, abbiamo però cercato di creare le condizioni per poter dare soluzione al conflitto, in chiave di sovranità e rispetto dei diritti di Euskal Herria. Se questo è possibilismo, siamo possibilisti. Herri Batasuna non ha la vocazione di restare ferma a resistere agli assalti da parte dello Stato e alle aggressioni nei confronti dei diritti dei baschi; vuole costruire e innalzare una nuova realtà nella quale questa nazione possa decidere il proprio futuro". Presentata ai primi di settembre a Bilbao, Euskal Herritarrok si autodefinisce "un progetto in divenire abertzale e progressista", dichiara di collocarsi a "sinistra", in "opposizione e contro il neoliberismo e l’esclusione sociale" e delinea le linee-guida del suo percorso politico: "diritto all’autodeterminazione, sovranità territoriale, costruzione nazionale e soluzione negoziata". Diverse sono le reazioni delle appendici in Euskal Herria dei principali partiti politici spagnolisti. Il PP e il PSE-EE (il PSOE + Euskadiko Ezquerra) che vedono la nascita di Euskal Herritarrok come il fumo agli occhi, sottolineano in tutte le loro dichiarazioni che si tratta semplicemente di un cambio di etichetta. Se per Ramon Jauregi, dirigente del PSE-EE, questa sigla è solo una "maschera", una "tattica elettorale", è Carlos Iturgaitz, responsabile del PP, a sfogare più perentoriamente quella che potremmo definire una rabbia di Stato, sostenendo che "è sempre ETA a decidere qual è la via che Euskal Herritarrok deve seguire". Tra chi, invece, dovrebbe prestare più attenzione avendo sottoscritto l’accordo di Lizarra-Garazi, Oliveri Inaxio, di Eusko Alkartasuna (EA), la considera "una decisione elettoralistica", un "ricercare un’immagine dove appaia meno il legame con ETA", mentre Jose Navas, di Izquierda Unida (IU), si spinge di poco più avanti sottolineando che "il cambiamento si vedrà dalle idee politiche che Euskal Herritarrok difenderà". Il Partito nazionalista basco (PNV, moderato, di estrazione democristiana), anch’esso tra i firmatari dell’accordo di Lizarra-Garazi, tramite uno dei suoi responsabili, Joseba Egibar, ritiene piuttosto che con la nascita di Euskal Herritarrok "Herri Batasuna fa un passo deciso in favore della via politica. La decisione di rivolgersi alla gente in modo diverso per comporre la lista è una decisione senz’altro rispettabile". I risultati delle elezioni del 25 ottobre per il Parlamento di Gasteiz (Parlamento autonomo dei Paesi Baschi del sud) parlano subito chiaro: l’astensione, che nella tornata elettorale precedente aveva toccato la soglia del 40,3%, scende adesso fino al 29,3%. Resta quindi significativa, ma il ridimensionamento indica che l’evento è percepito in tutta la sua importanza dai cittadini di Euskal Herria. La partecipazione del 70,7% risulta così inferiore solo alle elezioni di oltre 10 anni prima, quelle dell‘86. Nell’insieme la maggioranza è abertzale con 41 seggi contro i 34 ottenuti dai partiti spagnolisti. Rispetto al precedente assetto scaturito nel ‘94, i numeri, in termini di seggi, non cambiano. Muta invece significativamente la consistenza delle forze interne ai due blocchi, il che avrà una sicura incidenza politica. Insomma, lo sforzo straordinario impresso dalle autorità e dalle forze politiche spagnoliste ha prodotto solo la radicalizzazione delle contrapposizioni ed uno scenario per loro tutt’altro che favorevole. Dunque, nel campo abertzale il PNV resta il 1° partito pur perdendo un seggio (da 22 a 21); il suo alleato naturale, EA, nato appunto da una scissione del PNV, ne perde due (da 8 a 6) pur con un lieve incremento di voti, mentre Euskal Herritarrok, la coalizione con Herri Batasuna (che ne aveva 11), ottiene 14 seggi, con un incremento consistente dei voti, ponendosi, con il suo 17,9%, come terza forza in Euskal Herria; fra i suoi eletti vi sono anche i prigionieri politici Josean Etxeberria e Josu Urrutikoetxea che, in una conferenza stampa, dopo aver reso omaggio agli uomini e alle donne militanti assassinati, hanno sottolineato che la nuova situazione è il risultato di numerosi anni di lotta, che è diritto imprescindibile per tutti i prigionieri politici baschi di "stare in Euskal Herria" e, infine, che il governo spagnolo deve riconoscere e fare dei passi conseguenti per riconoscere i diritti storici del popolo basco. È il miglior risultato della storia politica dell’indipendentismo radicale che rinforza così la sua posizione nel complesso delle forze abertzale. Sul versante ‘spagnolista’ il PP incrementa di 5 seggi (da 11 a 16), i socialisti di due (da 12 a 14) pur perdendo in termini di voti, mentre crolla Izquierda Unida (da 6 a 2), divisa al suo interno sulle ultime scelte in merito al progetto di Lizarra-Garazi; stessa sorte (da 5 a 2 seggi) tocca ad una compagine locale, Unidad Alavesa. Lo scenario post-elettorale rafforza indubbiamente il percorso politico innescato dal documento di Lizarra-Garazi. L’accresciuto peso del radicalismo abertzale ha una valenza sia nei confronti del PNV, che è -lo ricordiamo- tra i sottoscrittori del documento, sia nello spostare l’asse politico già a partire dalla formazione del governo e, quale esso sia, delle sue future decisioni politiche. Una mancanza di coerenza politica il PNV rischierebbe di pagarla molto cara nella società basca, prima ancora che alle prossime elezioni di giugno, quando si voterà per le municipali, per le "forali" (Araba, Bizkaia e Gipuzkoa) del Parlamento di Navarra e per le europee. Il PNV, compromesso con il PP a livello statale, deve ora fare i conti con la possibilità di formare, a livello locale, un governo di minoranza nazionalista con EA che, se sostenuto da Euskal Herritarrok, diverrebbe di maggioranza. I numeri ci sarebbero tutti. Dichiarazioni recenti, mentre scriviamo queste ultime righe, del portavoce di Herri Batasuna, Arnaldo Otegi (per la Mesa Nacional "è fondamentale gestire in modo efficace il capitale politico che abbiamo tra le mani"), non escludono la possibilità che Euskal Herritarrok possa prendere parte all’esecutivo; si tratterebbe tuttavia di un "governo provvisorio" affiancato da un organismo parallelo: l’Assemblea delle municipalità basche. Questo organismo, che dovrebbe completare in tempi brevi il già avviato processo di costituzione, avrà carattere nazionale (in Euskal Herria ovviamente) ed intende arrivare ad esigere l’applicazione del diritto di autodeterminazione. Al momento la situazione non pare definita, perché il PNV intenderebbe dare una chance al suo antico alleato di governo in Euskal Herria -il partito socialista- a che entri in una compagine governativa a tre, includendo Eusko Alkartasuna. Il punto è che ciò dovrebbe avvenire -secondo il PNV- nello "spirito del documento di Lizarra -e tutto quel che implica- che non è negoziabile" e i socialisti "baschi", su questo punto, e sulle sue implicazioni, sono divisi sulla scelta da compiere. Comunque sia, una relazione con il futuro governo di Gasteiz che sarà ‘tarata’ sulla base di questi sviluppi, le elezioni in Navarra, il ruolo dell’euskara nella società, la situazione dei rifugiati politici e infine l’amnistia totale di tutti i prigionieri "che dovranno anch’essi prendere parte direttamente al processo di pace", sono altri punti sui quali la Mesa Nacional di Herri Batasuna ha già dichiarato di continuare a lavorare nei prossimi mesi.
DAI MUNICIPI ALL’INDIPENDENZA
Dalla finestra di questo fine anno si può fare il punto su alcuni avvenimenti significativi che proiettano Euskal Herria nel nuovo secolo, avvenimenti che vanno integrati con quanto già scritto negli ultimi numeri della rivista. L'accordo di Lizarra-Garazi e la tregua incondizionata di ETA, dichiarata il 18 settembre 1998 sono state indubbiamente due tappe fondamentali per l'avvio di un cammino verso il conseguimento della sovranità. In questa nuova fase che si sta aprendo "non hanno più valore i faziosi schemi che da Madrid vogliono vendere i partiti statalisti argomentando una nuova politica di scontro tra fronti nazionalisti e non nazionalisti. La società basca, visto il suo carattere così plurale, non può limitarsi ad una semplice classificazione in blocchi definitori. Il tempo ci ha già dato ragione, nonostante il precedente tentativo di dividerci in violenti e non violenti. Si tratta di conseguenza di portare sul terreno della pratica la massima democratica più semplice che esiste: il popolo basco sarà quello che i suoi uomini e le sue donne vorranno e, al momento attuale, la maggioranza di essi ha già scelto di poter decidere sul presente e sul futuro a prescindere da Madrid e Parigi". L’ottica, quindi, in cui si muove il movimento abertzale è quella dell’impianto di strutture radicate nei settori popolari. In tal senso, un importante passaggio, che sta registrando momenti significativi in queste ultime settimane, ha avuto inizio nel febbraio scorso con la costituzione dell'Assemblea Nazionale dei Municipi, la prima istituzione a carattere nazionale che si sta via via radicando nell'intera Euskal Herria, per dibattere e decidere dei problemi riguardanti l'insieme della società basca: educazione, economia, sanità, infrastrutture… A questo processo dinamico di costruzione della sovranità di Euskal Herria, avviato a Lizarra il 12 settembre, ETA ha inteso portare il proprio contributo, il 18 settembre, con la proclamazione del "cessate il fuoco". Un atto -è bene ribadirlo- che ETA rivolgeva al popolo basco, situandolo all’interno delle coordinate dell’incipiente processo verso la sovranità, e non, come alcuni hanno voluto interpretare, come l’inizio di un processo di pace. Insomma, lo sviluppo e l’esito di questo processo sovrano sono la condizione per la realizzazione o meno di un processo di pace, che si colloca quindi, come risultante, in una fase successiva. Su questo passaggio invitiamo a prestare la massima attenzione anche per la comprensione degli sviluppi degli avvenimenti. Uno dei punti fermi dell’Assemblea dei Municipi è il superamento di quella che è la negazione più violenta nei confronti del paese basco, cioè la sua divisione territoriale. Da qui l'importanza di avviare dinamiche di ricostruzione economica, politica e culturale che coinvolgano l’intero ambito nazionale. Il versante istituzionale, sul quale Herri Batasuna e la coalizione di forze presentatesi alle elezioni come Euskal Herritarrok stanno lavorando, è anche quello municipale, considerato "l’asse principale di lavoro, in quanto più vicino alla popolazione". Lo esplicita bene Ibon Arbulu, responsabile istituzionale di Herri Batasuna: "Vogliamo costruire il nostro paese e lo vogliamo fare da sinistra, prestando fede a considerazioni per noi fondamentali: - un modello istituzionale per Euskal Herria che sia fatto dal basso verso l’alto, dalle Assemblee locali alle Assemblee regionali, dove un governo nazionale rappresenta l’ultimo anello. Non accettiamo modelli piramidali che si allontanano dai modelli democratici e fondati sulle proprie radici, e che perseguono quindi il controllo totale dei cittadini nella vita pubblica. - Istituzioni aperte alla partecipazione popolare ed ispirate ad un modello di democrazia partecipativa e lontana dalle democrazie occidentali classiche, che fissano solo sul terreno elettorale le quote di partecipazione popolare nella vita politica. In tal senso, il ruolo dei Comuni, dal nostro punto di vista, è fondamentale". In questo contesto, le elezioni municipali e forali tenutesi nella prima decade di giugno hanno segnato per Euskal Herritarrok il massimo storico raggiunto dalla sinistra abertzale. La loro importanza non è solo nel risultato ma anche e soprattutto per aver rappresentato un momento di confronto ed un terreno di verifica tra diversi settori politici, sindacali e sociali per l’elaborazione delle proposte programmatiche, la loro presentazione pubblica, la loro socializzazione come risultato delle giornate municipali e conseguentemente la formazione delle liste. Quel che preme sottolineare è la prevalenza, accentuatasi negli ultimi anni, data alla questione nazionale su quella sociale e che vede nell’accordo di Lizarra-Garazi la chiave di volta dei successivi passaggi, e non solo il radicamento territoriale nelle municipalità. Per Herri Batasuna la creazione di uno spazio pubblico basco rappresenta l'unico presupposto credibile per realizzare un modello socio-economico radicalmente diverso da quello dominante a livello di Stato spagnolo e mondiale. Qualcosa di ben più complesso ed importante del solo recupero della sovranità nella gestione delle proprie risorse, come rivendicato dalla componente moderata basca, il che, slegato da tutto un contesto, potrebbe ridursi solamente ad un’aspettativa di migliore e più proficua integrazione degli interessi dei gruppi imprenditorial/finanziari baschi nella competizione intercapitalistica. Gli aspetti sociali ed economici vengono così valorizzati nell’ambito del processo di unificazione e liberazione nazionale. I due più recenti passaggi politici di un certo rilievo sono stati quelli relativi all’accordo raggiunto da PNV (il moderato partito nazionale basco), Euskal Herritarrok, Eusko Alkartasuna (nato da una scissione del PNV) su un programma di legislatura per i prossimi quattro anni al parlamento di Gasteiz (complementare all’attività nei municipi) e il senso della presenza alle elezioni per il Parlamento Europeo del 13 giugno scorso che ha registrato un’avanzata di Euskal Herritarrok. A questo proposito, il capolista della lista Euskal Herritarrok, Koldo Gorostiaga, ha tenuto a tratteggiare i due assi significativi della presenza abertzale: 1. "Ottenere che in Europa, per la prima volta, si distingua fra quelle che sono le minoranze nazionali e piccole nazioni, e noi non siamo una minoranza nazionale, siamo una piccola nazione che da alcune migliaia di anni sa dove si trova, in questo punto di incontro d’Europa, in questo angolo dell’Atlantico che si chiama Mar Cantabrico". 2. "Portare avanti una denuncia del carattere monetarista dell’Europa che si sta costruendo".
Il tema del lavoro è senz’altro uno degli aspetti essenziali della questione sociale in Euskal Herria. Un tema all’ordine del giorno in tutti i paesi industrialmente avanzati verso il quale diversi sono gli approcci delle forze che a vario titolo si definiscono anticapitaliste. Volendo rimanere solo su questo aspetto, può essere interessante riprendere un passaggio che posiziona Euskal Herritarrok su questo tema in relazione al processo di unificazione europea. "Noi esigeremo -sostiene sempre Koldo Gorostiaga- che tutti gli Stati presentino annualmente un documento sullo stato dell’occupazione e che questo ammetta davvero una critica ragionevole. E quando dico una critica ragionevole, dico che se siamo in sede europea e lo Stato spagnolo enuncia le glorie della sua politica sull’occupazione, diremo loro che il lavoro che si sta creando è un lavoro essenzialmente precario, che non garantisce ai giovani e alle donne in particolare nessuna possibilità di poter configurare il proprio futuro. Contratti di giorni, contratti di mesi, o al massimo contratti di un anno, non possono permettere a nessuna persona di progettare il proprio futuro (...) Pensare ad un’omogeneizzazione del diritto del lavoro al livello europeo, o un’omogeneizzazione delle prestazioni sociali, è sognare (...) La politica sociale deve essere un’alternativa, o deve occupare uno spazio almeno equivalente alla politica economica. E se così fosse, ovviamente, si dovrebbe tenere conto della politica occupazionale. Se non disponiamo di una politica sociale, sulle politiche dell’occupazione ci verranno a dire che a Maastricht si è introdotto un principio sacro, quello della sussidiarietà. Significa che l’Europa non deve intervenire nelle questioni sulle quali sono competenti esclusivamente i singoli Stati. E la politica dell’occupazione deve essere una politica statale". Infine la questione della Nato. Sono trascorsi 13 anni dal referendum del 1986 che vide pronunciarsi il 62,79% di baschi nelle quattro regioni storiche di Hego Euskal Herria (sotto lo Stato spagnolo): Nafarroa, Araba, Bizkaia, Gipuzkoa. Un manifesto politico "Per la sovranità di Euskal Herria, no alla Nato" che coinvolse giovani, donne, intellettuali, sindacalisti, sacerdoti, artisti, scrittori, ecologisti, in una miriade di iniziative che ebbero i quartieri, i paesi, le fabbriche, le università come punti di riferimento. Incontri, conferenze, dibattiti, proteste (come lo spegnimento delle luci), meeting, festival e marce al poligono di tiro di Bardenas, nelle quali si sono manifestati congiuntamente la tradizione antimperialista, il radicato antimilitarismo basco ed il suo profondo sentimento democratico. In Euskal Herria si segue comunque con viva preoccupazione la riforma del Trattato dell’Alleanza Atlantica, realizzata in occasione del 50° anniversario della Nato a Washington e che ha trovato la "propria necessaria legittimazione nei Balcani". Il punto di vista in merito è abbastanza netto. I bombardamenti sulla Serbia e sul Kosovo vengono correttamente letti nella loro pretestuosità di difendere i diritti della componente albanese del Kosovo e ricollocati piuttosto in un quadro di riaffermazione egemonica mondiale. È netta la convinzione che il Pentagono, ormai da più di otto anni, riflette sulla ridefinizione del ruolo che avrebbe dovuto assumere la Nato dopo la caduta del Muro di Berlino e lo smembramento del cosiddetto "blocco socialista". Un passaggio significativo in tal senso viene individuato nella riunione atlantica tenutasi a Roma nel 1991. "La stessa Guerra del Golfo, l’irruzione della Nato in Bosnia come garante degli accordi di Dayton e al riparo di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i bombardamenti unilaterali condotti dagli Stati Uniti contro il Sudan o in collaborazione con la Gran Bretagna contro l’Iraq, hanno delineato una mappa politica in cui gli Stati Uniti conservano la propria egemonia, stabilendo qualsiasi intervento in qualsiasi parte del mondo in funzione dei propri interessi geo-strategici (...) Il centro di questa strategia si trova a Washington, dove la Nato si attribuisce, in maniera unilaterale, il diritto di decidere come, quando e contro quale paese sovrano dispiegare il proprio arsenale armato, prescindendo dal concerto giuridico-internazionale degli ultimi 50 anni, ossia le Nazioni Unite. In questo modo, gli Stati Uniti si garantiscono la propria supremazia sugli ipotetici rivali europei e perpetuano la subordinazione dell’Unione Europea alla Nato". Insomma, il rifiuto alla Nato del 1986 è lo stesso rispetto alla Nato del 1999 e a quella che si prefigura nel secolo che si sta aprendo. L’unica alternativa ai conflitti politici che si verificano in ogni parte del pianeta è quella democratica e negoziata, nella valorizzazione della questione nazionale, e dunque sociale.
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