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i documenti de Raixe Venete VENEZIA - DALLA PRIMA ALLA QUARTA CROCIATA
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SOMMARIO. VERSO L'INDIPENDENZA DA BISANZIO: I PRIMI DOGI; LA PRIMA CROCIATA; PIETRO L'EREMITA E I SACCHEGGI; L'ALLESTIMENTO DELLA FLOTTA E IL TRAFUGAMENTO DEL CORPO DI S. NICOLA; LA SPEDIZIONE PUNITIVA DEL 1172; IL PAPA INNOCENZO III; LA QUARTA CROCIATA; MESSAGGERI A VENEZIA; BISANZIO LA CITTA' D' ORO; LA PARTENZA DA VENEZIA: PRIMA ROTTA ZARA; ALESSIO SI RECA DAI CROCIATI PER RIAVERE COSTANTINOPOLI; ACCORDI PER LA SPARTIZIONE; IL SACCHEGGIO DI COSTANTINOPOLI E LA SPARTIZIONE DEL BOTTINO; IL DOGE DOMINATORE DELLA QUARTA PARTE E MEZZO DELL'IMPERO.




VERSO L'INDIPENDENZA DA BISANZIO: I PRIMI DOGI


Venezia per raggiungere l'indipendenza da Bisanzio ha dovuto percorrere una strada costellata da rivolte sanguinose e avvenimenti tragici. Questi erano iniziati molto prima del quasi mitico Paoluccio Anafesto (697-717) e avevano accompagnato e spesso travolto gli stessi dogi, almeno fino all'anno 867, cioè fino a quando a Costantinopoli sale al trono l' imperatore Basilio I.
Quest'imperatore, con i veneziani, si trovò di fronte ad una scelta: l'uso della forza, per affermare ancora su Venezia la supremazia bizantina o la via della collaborazione nel campo commerciale e militare. Basilio fu saggio. Scelse quest'ultima via, evitando una guerra sanguinosa e dando a Venezia la possibilità di proseguire nello sviluppo finanziario, economico e navale intrapreso.
La prima conquista della Venezia (1), per affrancarsi dalla dominazione dell'impero bizantino, era stata quella della nomina del doge. Le nomine dei duces e magistrati militum (2), infatti, erano sempre arrivate direttamente e imposte da Bisanzio. Con Paulitius-Paoluccio, si ebbe il primo tentativo di nomina fatta in seno all'aristocrazia tribunizia locale.
Su Paoluccio si hanno notizie molto scarse. Egli è ritenuto il primo dei centoventi dogi che si sono susseguiti in circa mille anni di storia della Serenissima. Si suppone che il suo ufficio sia durato un ventennio e finito con la sua morte, probabilmente violenta (forse 717), uccisione che si confonde con quella dell'esarca di Ravenna, indicato su un cippo di confine e poco leggibile Paulu(s)-(patri)cius-Paulucius. Il governo bizantino però, dopo la morte di Paoluccio, avrebbe affidato l'amministrazione del ducato al magister militum dell'Istria, Marcello.

Successivamente a quest'intervallo d'affidamento al magister Marcello (indicato come Marcello Tegalliano e considerato il secondo doge), il ducato, a seguito d'elezione, confermata da Bisanzio, è affidato ad Orso, il quale, essendosi mostrato leale con il governo centrale, sarà gratificato del titolo di hypatos (console) imperiale. Forse, per questo motivo, anche Orso (737) muore assassinato.
Vi è quindi una specie d'interregno con Leo (Leone Domenico), e Felice Cornicula (costoro però sono considerati magistri militum e non duces), infine è eletto (742) Deusdedit (Diodato), figlio di Orso, il quale trasporta la sede ducale da Eracliana al ducato di Malamocco, decisione forse suggerita, in ogni modo accettata, da Bisanzio che così lo poteva tenere sotto controllo con la sua flotta. Anche Deusdedit dopo un anno è accecato e cacciato come il suo successore (756) Gaulus (Galla Lupanio). Viene quindi eletto Dominicus Monegarius, affiancato da due ufficiali di nomina imperiale.
Intanto aumenta l'immigrazione di profughi da Iesolo ed Eracliana (tra le due città vi erano antiche e risorgenti rivalità che sfociavano in scontri sanguinosi), che con queste emorragie continuavano a decadere, mentre le isole rialtine, che in origine avevano ospitato coloni poveri, incominciano a svilupparsi e con la prosperità commerciale assumono un aspetto cittadino.
Anche Domenico Monegario viene accecato e cacciato, seguito dall'elezione di Maurizio-Galbaio (764) il quale per primo afferma il principio monarchico-dinastico (3), associandosi, con l'assenso di Bisanzio, il figlio Giovanni (778) che continuerà, dopo la morte del padre (787) a mantenere la carica, associando a sua volta (795) il figlio Maurizio II.
Nel frattempo, viene creato il vescovado di Olivolo (che però non viene riconosciuto), il quale si stacca dalla giurisdizione di Malamocco, nel 774-775. A questa data si fa risalire la fondazione di Venezia, che però non ancora era arrivata all'autonomia, né aveva assunto una sua fisionomia.
Le vicissitudini non hanno termine, perché i territori longobardi vengono assorbiti dall'impero franco di Carlo Magno. Alla dinastia di Maurizio II, legata a Bisanzio, ne succede un'altra, fedele ai franchi, i quali appoggiano l'elezione di Obelierio che si associa subito il fratello Beato. Obelierio però, rivolge l'iniziale fedeltà verso i franchi, nei confronti di Bisanzio che gli assegnerà il titolo di hypatos imperialis. Egli si assocerà nella carica ducale un terzo fratello, Valentino.

La politica dei tre duces avrà una certa indipendenza, se pur sotto la sovranità formale bizantina. Ma questa indipendenza non doveva durare molto perché i franchi, per reazione nei confronti dei bizantini (809), assalirono furiosamente il ducato e Carlo Magno, consapevole di non poter tenere questo territorio sotto il suo stretto controllo, nel firmare il trattato di pace di Aquisgrana (812), restituiva all'Impero d'Oriente, dietro il riconoscimento della sua dignità imperiale, la Venezia, l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia.
Il legato greco Ebersappio, assegnava il ducato a Agnello Parteciacio-Particiaco (Partecipazio), il quale trasferì la sede nell'isola di Rialto, che aveva iniziato il suo sviluppo a scapito di Malamocco, non solo come centro commerciale, con banche, fondaci, industria navale, ma anche come centro politico e religioso della Venezia, di cui successivamente prenderà il nome. Segue come doge, il figlio di Agnello, Giustiniano (4).
Alla morte di questo assume il dogado il fratello di Agnello, Giovanni I, che viene deposto e sostituito da Pietro Tradonico (5) il quale stipula (840) un accordo con l'imperatore Lotario in base al quale Venezia viene riconosciuta come ducato e il doge non sarà più l'umile duca della provincia di Venezia ma il gloriosissimo duca di Venezia.
Oramai Venezia è in grado di prestare aiuto con la sua flotta a Bisanzio per scacciare i saraceni da Bari e Taranto (842). Con l'emissione delle prime monete, senza l'effigie dell'imperatore e con la dicitura Criste salva Venecias, la sovranità di Bisanzio è ridotta a un sottilissimo filo formale, e la Repubblica prosegue nel suo cammino verso periodi di grandezza e di splendore.


1) Originariamente era così denominata la regione che comprendeva il territorio compreso tra il confine della Pannonia (Ungheria) e il fiume Adda e aveva per capitale Aquileia.
2) Queste magistrature a carattere militare e civile, avevano sostituito quelle di patricius et exarchus introdotte dall'imperatore Maurizio tra la fine del 500 e inizi del 600.
3) Il titolo assunto da Maurizio era di magister militum, consul et imperialis dux Venetiarum provinciae.
4) Sotto questo doge, il corpo di s. Marco fu trafugato a Venezia. Il racconto, farcito anche di elementi fantastici (e riprodotto nel mosaico della basilica), narra di due mercanti veneziani Buono di Malarico e Rustico di Torcello, che corrompendo il guardiano di un convento di Alessandria d'Egitto, dove si trovava da sette secoli il corpo si s. Marco ed era meta di pellegrinaggi da parte di veneziani, lo rubarono trasportandolo a Venezia. I mercanti sarebbero riusciti a sottrarsi al controllo della dogana musulmana, facendolo passare per carne di maiale. Giustiniano Partecipazio nel suo testamento dava disposizioni alla moglie di costruire una basilica dedicata a s. Marco, che fu poi costruita sotto il suo successore nell'832. La storia non finisce qui. Nel 976, dopo una rivolta contro il doge Pietro IV Candiano, durante la quale furono bruciati il palazzo ducale e la chiesa di s. Marco, per evitare che le reliquie fossero distrutte, furono trafugate in un'arca e nascoste. Il doge Vitale Falier (doge dal 1084 al 1095) che doveva inaugurare la nuova basilica, voleva che le reliquie fossero riportate alla adorazione dei fedeli. Non sapendo dove cercarle, aveva ordinato preghiere e digiuno per tre giorni. Alla fine di questi tre giorni a seguito di un cedimento di strutture (di una colonna) apparve un'arca che conteneva uno scheletro (ricordiamo che i morti venivano sepolti nelle chiese). Poiché le reliquie trovate non si sapeva di chi fossero, la conferma che fossero proprio di s. Marco venne data da alcuni miracoli che si verificarono in quei giorni. Si avvertì un meraviglioso profumo che si diffuse dall'arca (lo sentiremo più avanti anche per s. Nicola), una indemoniata guarì toccando l'arca, alcuni marinai si salvarono durante una tempesta!.
La storia dell'alto e basso medioevo è piena di racconti più o meno fantastici, collegati a trafugamenti e trasferimenti di corpi, non solo, ma anche a un nutrito commercio di membra, organi, reliquie, pezzi di vestiario, perfino il latte, attribuiti alla Vergine, allo stesso Gesù (pezzi di legno della croce, chiodi che lo avevano crocifisso o spine della corona e perfino un dente) e ai santi.
5) Anche Pietro Tradonico fu assassinato.



LA PRIMA CROCIATA


La città di Gerusalemme è stata sempre considerata, dalle tre le religioni monoteiste, città santa. In ordine di tempo, prima dagli ebrei, successivamente, dopo l'avvento di Gesù Cristo, dai cristiani (scissionisti dell'ebraismo) e infine, dopo la diffusione dell'Islàm da parte di Maometto, dai musulmani.
Essa era meta di pellegrinaggi dei cristiani, che da sporadici (III sec.) si erano incrementati nel secolo successivo, da quando l'imperatrice Elena, madre di Costantino, presa da fervore religioso e archeologico, si era recata a Gerusalemme e aveva creduto di scoprire la vera croce, i chiodi con cui Gesù era stato crocifisso e il luogo della crocifissione.
La città, dopo la conquista romana, successivamente alla scissione dell'Impero d'Oriente, era stata prima sotto la dominazione bizantina, poi era passata sotto la dominazione araba (califfo Omar), durante la quale vi era libertà di culto, perciò le tre realtà religiose convivevano senza problemi. Anzi, per i cristiani, durante la dominazione araba, le condizioni erano addirittura migliori di quando vi era stata la dominazione degli imperatori bizantini.
All'inizio del X sec. era cominciato il declino del califfato abbaside (la dinastia iniziata con Abu al Abbas è collegata all' epoca d'oro dell'Islam), ed avevano trovato il sopravvento i turchi selgiuchidi (provenienti dall'Asia centrale) che avevano conquistato i territori dall'Afganistan alla Siria e avevano istituito gli emirati. Le scorrerie dei predatori turchi rendevano instabili i confini orientali dell'impero bizantino, che confinavano con quelli turchi. L'imperatore bizantino Alessio, che voleva rafforzare e possibilmente estendere i suoi confini, aveva chiesto l'aiuto del papa per avere un esercito.
Al papa, Urbano II, questa richiesta era giunta gradita, perché egli si trovava a dover tenere a bada sovrani e feudatari dell'occidente che continuamente si combattevano tra loro: i suoi richiami ai cristiani, che non dovevano combattere contro altri cristiani (un cristiano che uccide un cristiano versa il sangue di Cristo), cadevano nel vuoto.
La nobiltà, dal sovrano al nobile più povero, era abituata a combattere (6). La selezione naturale lasciava vivere i più forti e sin da bambini i nobili giocavano con le armi ed erano educati a cavalcare e allenati al combattimento. Per loro era normale portare sotto il sole o la pioggia il peso dell'armatura, con spada (pesante) e scudo. Essi quindi erano sempre pronti a guerreggiare (quando non combattevano, facevano tornei che servivano oltretutto a tenersi in allenamento) per qualsiasi motivo e certamente non erano gli inviti del papa a trattenerli!.

Al papa non era sembrato vero di potersi liberare di questi cavalieri bellicosi, che avevano il gusto di combattere, non solo per la gloria militare, ma anche per ingrandire i loro possedimenti. Vi erano anche i numerosissimi e famelici figli cadetti, i quali non ereditavano beni a causa delle leggi che favorivano il maggiorasco e, quando non intraprendevano la carriera ecclesiastica, prestavano servizio presso i feudatari e cercavano anch'essi l'occasione per crearsi propri feudi.
Egli si sarebbe quindi tolto un peso mandandoli a combattere contro gli infedeli. Il mezzo, o come si direbbe oggi, la campagna promozionale, per far partecipare alla guerra il maggior numero di persone era basata sul sistema delle indulgenze.
Chi partecipava per un anno alla guerra contro gli infedeli (anche chi era stato condannato dalla Chiesa), avrebbe avuti condonati i propri peccati, morendo in guerra, oppure, chi riusciva a tornare, confessandoli. Non solo. Chi riusciva a conquistare un territorio ne diventava sovrano o feudatario e al papa questo non dispiaceva, perché la Chiesa estendeva ugualmente il suo potere sui nuovi territori, in quanto le terre conquistate sarebbero state governate sotto la suprema autorità del Papa. A quelli che partivano e lasciavano beni, era inoltre assicurata, con la tregua di Dio, la custodia della proprietà, che per il periodo di assenza, rimaneva affidata al vescovo locale.
Si erano creati tutti i presupposti perché la minaccia dei musulmani nei confronti di Bisanzio potesse essere, con una certa forzatura, ingigantita agli occhi degli occidentali. Perciò, al Concilio di Clermont (27.11.1095) il papa Urbano II, sventolando questa minaccia e mettendo in rilievo il carattere sacro di Gerusalemme e le sofferenze dei pellegrini che vi si recavano, invitò tutti i cristiani ricchi e poveri a smettere di combattere tra loro e andare a combattere contro gli infedeli, quando fosse giunta l'estate e dopo che erano state raccolte le messi.
Ciascuno (esclusi vecchi, donne, bambini e malati) doveva esser pronto per il 15 agosto dell'anno successivo (1096), giorno dell'Assunzione, a raccogliersi a Costantinopoli. Nessuno era autorizzato a partire se non aveva consultato il proprio direttore spirituale.
Era stata così bandita la prima della serie di guerre di conquista che va sotto il nome di crociate.

6) Si diceva, infatti, che la funzione della nobiltà era quella di combattere per il sovrano e per la difesa della proprietà. La funzione del clero era di pregare per la salvezza delle anime e quella del terzo stato, che comprendeva dal diseredato al più ricco mercante, di lavorare e pagare tributi e gabelle.



PIETRO L'EREMITA E I SACCHEGGI


L' invito del papa, rivolto ai vescovi fu raccolto e propagandato da un predicatore conosciuto come Pietro l'Eremita. Il suo aspetto era terrificante, con un mantello da eremita (da cui prese il nome), sporco, a braccia e piedi nudi, con barba e capelli incolti, la sua figura era simile all'asino (qualcuno parla di mulo) che cavalcava, ma con le sue prediche riusciva ad infuocare gli animi, e il popolo lo attorniava in folla e lo subissava di doni e qualunque cosa dicesse o facesse sembrava vi fosse alcunché di divino, al punto che strappavano i peli del suo mulo per conservarli come reliquie. Uomini e donne abbandonavano le loro case per seguirlo. A Colonia già nel mese di aprile, si raccolse un primo numeroso gruppo, con alcuni cavalieri, che si diresse verso l'Ungheria (Pietro lascerà Colonia successivamente, con un gruppo ancora più numeroso).
Una masnada di migliaia di persone, male in arnese, chi con carri tirati da buoi, chi a piedi, senza armi, con donne, malati e bambini (proprio quelli che erano stati interdetti dal papa), si mise in marcia, prima del periodo fissato dal papa, incamminandosi lungo il Reno, seguendo poi il Neckar fino al Danubio. In Ungheria da parte del primo gruppo iniziarono i litigi con gli abitanti del posto, che finirono in saccheggi, e questi continuarono fino a quando non sopraggiunse il secondo gruppo guidato da Pietro, il quale accoglieva tutti, banditi, avventurieri, vagabondi che si presentavano per ottenere il perdono!.
A Belgrado, si dette mano prima al saccheggio e poi si appiccò il fuoco. La marcia continuò con altri saccheggi, durante i quali furono uccisi quattromila ungheresi, ma anche i cristiani furono decimati (7). Quelli che rimasero raggiunsero Costantinopoli il 1° Agosto 1096.
Fu solo l'inizio di questa prima crociata, detta crociata dei pezzenti. Un altro massacro costoro lo subirono ad opera dei turchi, che gli tesero un'imboscata mentre si recavano a Nicea.
La crociata, col sopraggiungere dei baroni, nel giro di qualche anno, si volse positivamente in favore dei cristiani, che avevano conquistato Gerusalemme e Antiochia e che proseguirono nelle conquiste dei territori circostanti.

7) Sulle cifre i cronisti non sono d'accordo. Alcuni parlano di ventimila, altri di quarantamila; il numero in ogni caso è rilevante e almeno un quarto di costoro fu massacrato.



L'ALLESTIMENTO DELLA FLOTTA
E IL TRAFUGAMENTO DEL CORPO DI S. NICOLA



Nel dicembre del 1095 veniva eletto doge Vitale I Michiel, il quale pur a conoscenza dell'invito del papa non prende alcuna iniziativa. Nel frattempo il doge si era reso conto dei vantaggi che la crociata aveva offerto ai nemici pisani che con 120 navi avevano curato il trasporto del contingente e delle derrate di Goffredo di Buglione, e a Giaffa avevano ottenuto un'intero quartiere per il loro commercio. Il doge propone all'assemblea di organizzare una spedizione, più che altro per allontanare i pisani dalla Siria. La proposta fu accolta e venne armata una flotta di 208 navi che salpò nel luglio-agosto 1099 sotto la guida dell'ammiraglio Giovanni Michiel, figlio del doge.
La flotta non si diresse verso la Terrasanta, ma a Zara per sistemare problemi locali, e successivamente si fermava a Rodi per svernare, e qui dopo essersi scontrati con i pisani che disturbavano il loro commercio, salparono a maggio del nuovo anno. Forse per suggerimento del Vescovo Enrico Contarini che accompagnava la spedizione, la flotta si recò sulla sponda opposta, a Mira (Asia minore) dove si trovavano i resti di s. Nicola (o s. Nicolò), di uno zio di s. Nicola e di s. Teodoro e se ne impossessarono in quanto la chiesa di s. Nicola al Lido, costruita dal doge Domenico Contarini (padre del suddetto vescovo Enrico), non aveva reliquie del santo (8). I veneziani si erano così assicurati oltre al corpo del Leone (s. Marco), che li proteggeva in guerra, quello del Nocchiero (s. Nicolò) che li proteggeva in mare.
Le navi veneziane, prima di tornare, proseguirono per la Terrasanta dove offrirono il loro aiuto a Goffredo di Buglione,per la conquista di s. Giovanni d'Acri, assicurandosi un terzo della città di Haifa (dove ebrei e musulmani furono massacrati), l' esclusiva del commercio di Tripoli e fondando successivamente un piccola colonia ad Antiochia.

Alcuni anni dopo (1119) Baldovino, re di Gerusalemme, che aveva bisogno d'aiuto, avendo ricevuto una sanguinosa sconfitta, si rivolse direttamente al doge, chiedendo al papa di appoggiare la richiesta presso il doge. L'anno precedente (1118) era stato eletto doge Domenico Michiel (della famiglia dinastica, nipote di Vitale I), presentato dal cronista come .

Il doge accolse l'invito allestendo una flotta (le cifre divergono tra 108 e 200 navi e quindicimila uomini), che partita nel 1122, non si diresse neanche questa volta verso la Terrasanta, ma verso l'isola di Corfù (9), che il doge tenne in assedio per tutto l'inverno senza riuscire ad espugnarla. Nella primavera successiva giunse notizia che Baldovino era stato fatto prigioniero dai musulmani, quindi la flotta si diresse verso Acri, scontrandosi con la flotta egiziana al largo di Ascalona e riportando (1123) una mirabile vittoria. Forti di questa vittoria, i veneziani aggiunsero alle loro richieste di ricompensa, una strada, una chiesa, le terme e un forno in ognuna delle città del regno di Gerusalemme. Dopo di che aiutarono a conquistare la città di Tiro, loro dal mare, i crociati dalla terra. La guarnigione si arrese (1124). Dopo quest'impresa ritennero assolti i loro impegni. Presero la via del ritorno, ma, non dimenticando la resistenza opposta da Corfù, si diressero verso Rodi che saccheggiarono col pretesto che gli abitanti si erano rifiutati di rifornirli di provviste. La flotta poi fece tappa a Chio dove svernò e dove venne trafugato il corpo di un altro santo, quello di s. Isidoro. Ripartendo la flotta mise a sacco le isole di Kos, Samo, Lesbo, Andro e infine Modone sulla punta sud-occidentale del Peloponneso. Risalendo l'Adriatico furono liberate numerose città occupate da guarnigioni ungheresi e nel mese di giugno del 1125 la flotta trionfante giunse a Venezia.
Il bottino in termini di concessioni era stato proficuo.
Rimanevano in sospeso i rapporti con l'imperatore, relativi al mancato riconoscimento della crisobolla. Il doge intanto determinò che i veneziani dovevano radersi la barba per non somigliare ai greci. Poi mandò una spedizione punitiva nell'isola di Cefalonia, che fu saccheggiata. In questa occasione fu trafugato il corpo di un altro santo, quello di s.Donato.
Fu così che l'imperatore si convinse ad emettere una nuova crisobolla, che confermava tutti i diritti riconosciuti da quella del padre.



8) E' noto che il corpo di s. Nicola, o almeno quello che era ritenuto il corpo di s. Nicola, era stato portato a Bari nel 1087, ma i veneziani sostenevano che il vero s. Nicola era loro apparso in una visione e aveva indicato dove si trovava la sua tomba, cioè a Mira. Quando si recarono a Mira dove s. Nicola era venerato, vi trovarono tre tombe. Aprendole però, in due trovarono i corpi dello zio di s. Nicola e di s. Teodoro, ma la terza era vuota. Il vescovo di Venezia si mise a pregare a voce alta invocando un miracolo, che non si fece attendere. Da una tomba vicina incominciò a espandersi un profumo di santità, fu aperta e in essa trovarono i resti di un corpo che a loro dire era quello vero di s. Nicola. La tomba trovata vuota poteva essere stata benissimo quella del corpo che di là sottratto era finito a Bari, dove si era sempre rivendicata la priorità del corpo che si trovava nella città. La diatriba tra Venezia e Bari è durata novecento anni.
Per farla cessare, in tempi recenti sono state fatte esaminare le spoglie del santo e il verdetto salomonico ha accontentato ambedue i contendenti, nel senso che una parte del corpo di s. Nicola è a Venezia e l'altra parte a Bari.
Nel frattempo è insorto un fatto del tutto nuovo! Il Governo turco ha fatto richiesta (a Bari) della restituzione del corpo di s. Nicola!
9) Questo assedio era punitivo nei confronti dell'imperatore Giovanni II Comneno, che non aveva voluto rinnovare una crisobolla (decreto imperiale di concessione di privilegi commerciali) che era stata loro concessa dal padre nel 1082.



LA SPEDIZIONE PUNITIVA DEL 1172


Venezia era in guerra con l'Ungheria da cinque anni per il possesso delle città sulla costa dalmata. Nel 1167 l'imperatore Manuele, che aveva contato sull'aiuto di Venezia, e non era arrivato, aveva riportato una vittoria nei confronti del re degli Ungari, Stefano III, assicurandosi tutto il territorio della Dalmazia e della Croazia. Con la Dalmazia e la Croazia nelle mani dei bizantini, l'impero bizantino era arrivato con i suoi confini vicino alla repubblica veneta, la quale rimaneva chiusa nell'Adriatico settentrionale in una morsa (a sud i normanni si erano impegnati a rispettare questa parte dell'Adriatico come riserva veneziana).
Nel rendersi conto di questo, il doge Vitale Michiel, per riparare all'errore, aveva pensato di avvicinare gli ungheresi, offrendo di far sposare i suoi due figli a delle principesse ungheresi. Nel frattempo quando l'imperatore aveva chiesto al doge l'aiuto della flotta veneziana, il doge aveva ritenuto opportuno temporeggiare. La reazione non si fece attendere. Non vi poteva essere modo migliore di vendicarsi che intaccare il monopolio tenuto dai veneziani a Costantinopoli, concedendo (1170) ai genovesi prima e ai pisani dopo, non solo i diritti commerciali, ma un intero quartiere per ciascuno. I veneziani reagirono saccheggiando e distruggendo il quartiere dei genovesi.
L'imperatore gli impose la ricostruzione del quartiere e il pagamento dei danni. I veneziani non accettarono e partirono in massa, lasciando deserto il loro quartiere. Subito dopo però Manuele (subdolamente) riconobbe di aver commesso un errore e invitò i veneziani a rientrare, promettendo il monopolio stabile del commercio bizantino. L'intento dell'imperatore però era solo quello di vendicarsi.
La reazione ebbe infatti luogo in gran segreto la mattina del 12 marzo 1171, quando contemporaneamente, in città e in tutto il territorio dell'impero, i veneziani furono arrestati (diecimila nella sola Bisanzio). Molti riuscirono a salpare. Alcune navi furono intercettate al largo, ma venti navi riuscirono a sfuggire e ad arrivare a Venezia.
Non poteva mancare neanche la reazione dei veneziani. In cento giorni allestirono una flotta di cento galee, oltre a venti navi più piccole che salparono a fine settembre sotto il comando dello stesso doge Michiel. La flotta toccò prima le città bizantine di Zara e Ragusa che si sottomisero. Poi proseguì verso l'isola di Chio dove i veneziani si fermarono per l'inverno e da dove partirono ambasciatori per trattare con l'imperatore, il quale però temporeggiava.

Nel frattempo scoppiò la peste, che in pochi giorni uccise un miglaio di soldati e marinai. In primavera il doge decise di partire, fermandosi nell'isola di Panagia dove li raggiunse la seconda ambasceria che tornava da Costantinopoli senza aver concluso nulla.
Il doge fu convinto da un funzionario bizantino di mandare un'altra ambasceria (era la terza). Fu con questa che partì Enrico Dandolo, il quale pare fosse rimasto ferito e parzialmente accecato, in una scaramuccia (o, secondo altri, era rimasto ferito nel tentativo di sottrarsi all' abbacinamento), mentre si dirigeva a Costantinopoli.
Intanto il doge salpava da Panagia dirigendosi a Lesbo, poi a Sciro e poi voleva raggiungere Lemno per essere più vicino a Costantinopoli. Lo seguiva ancora l'epidemia. I suoi, che continuavano a morire, non glielo permisero perché volevano tornare a casa.
La flotta, male in arnese, rientrò a Venezia (maggio 1172), portando anche qui la pestilenza. In città scoppiò un tumulto capeggiato da Marco Casolo. Michiel è abbandonato al suo destino e cerca di andare a rifugiarsi nel monastero di s. Zaccaria, ma viene raggiunto da Marco Casolo che lo uccide per strada (28 maggio 1172) con una pugnalata.



IL PAPA INNOCENZO III


Correva l'anno 1198 quando a Roma, dopo la morte del papa Celestino III, saliva al soglio pontificio Innocenzo III, un papa con forte personalità, il quale fin dal momento della elezione aveva la consapevolezza del potere raggiunto dalla Chiesa: essa in quel periodo esercitava la signoria sull'impero, e sui re e principi di tutta la cristianità. Quando venne eletto aveva trentasette anni e possedeva tutta la cultura del tempo. La sua idea del papato era fondamentalmente teocratica. Egli, infatti, riteneva che il Papa non fosse il rappresentante di Pietro, cioè di un uomo, ma addirittura di Cristo stesso, cioè di Dio. Come tale, la sua potestà discendeva direttamente da Dio ed egli era pertanto il tramite tra Dio e l'uomo, inferiore a Dio, ma superiore all'uomo; racchiudeva in sé i tre poteri temporali di (sommo) sacerdote, giudice (supremo) e re (dei re).
Un anno prima della sua elezione, moriva l'imperatore Enrico IV, figlio di Federico Barbarossa, il quale stava creando dei problemi agli equilibri internazionali avendo accentrato in sè un enorme potere. Egli non solo aveva creato dei regni in Oriente, ma aveva in animo di costituire un impero nel Mediterraneo e mirava a conquistare l'impero di Bisanzio. Se ciò si fosse verificato, sarebbe diventato il più potente sovrano della cristianità. Enrico stava organizzando una flotta di crociati, quando morì improvvisamente a Messina nel settembre del 1197, all'età di trentadue anni. Il nuovo papa che intendeva rafforzare la posizione della Chiesa, particolarmente nei confronti dell'impero, farà valere la sua fermezza nell'investire come nuovo imperatore Ottone IV, che si era mostrato malleabile nei suoi confronti, pur senza il consenso dei principi tedeschi. Ma, nel momento in cui Ottone aveva compiuto atti di ostilità, non solo lo scomunicherà ma proclamerà la sua decadenza e prospetterà la candidatura di Federico II.
Il suo papato, pur essendo stato di breve durata, sarà pieno di altre iniziative, come quella di decretare il primato papale non solo sulla chiesa occidentale ma sulla chiesa universale. Per la verità non tutte erano improntate a spirito di tolleranza, come quella della crociata contro gli albigesi (da non considerare nel numero di quelle d'oltremare), per la quale aveva elargito le stesse indulgenze accordate ai crociati che andavano in Terrasanta.
Questa iniziativa, carica di incomprensibile spirito di fanatismo, gli era sfuggita di mano e aveva scatenato nella Francia del sud massacri e violenze inaudite, tanto da muoverlo a un richiamo alla moderazione, che giungeva ormai troppo tardi e rimaneva inascoltato. L'opera di quei crociati era stata l'esecrabile occasione di una vera e propria pulizia etnica a carattere religioso.
Il primo pensiero di Innocenzo III, però, nello stesso anno della sua elezione, era stato quello di una nuova crociata in nome della Mater Ecclesia, per la liberazione del Santo sepolcro dagli infedeli. La crociata, in ordine di tempo, era la quarta (10) ed ebbe una destinazione diversa dal Santo Sepolcro.

10) La numerazione delle crociate era stata data dagli storici, in epoche posteriori. Per i cronisti arabi, poi, le crociate ovviamente non erano tali, ma erano considerate come pure e semplici invasioni.



LA QUARTA CROCIATA


Il papa Innocenzo III, appena bandita la crociata (1198), aveva mandato suoi messi in Francia, da Folco di Neully, perché la predicasse, con promessa delle indulgenze. Costui era un frate predicatore, considerato un santo uomo, il quale accolse subito la richiesta e si mise in viaggio per la predicazione. Le prediche furono raccolte da alcuni cavalieri, i quali incontratisi in un castello (Ecry), in occasione di un torneo, decisero di prendere la croce (cioè di partire per Gerusalemme). Tra i cavalieri Tibaldo di Champagne (che aveva ventidue anni) fu considerato il promotore.
A costoro si aggiungeranno altri cavalieri, tra i quali Goffredo di Villardhuin (che della crociata fa una piacevole e affascinante cronaca), e altri, provenienti dalla Germania. L'unico ad accorrere dall'Italia fu il marchese Bonifacio di Monferrato con un suo vassallo, Gherardo, e un conte di Lombardia, (il gruppo era di circa ottanta cavalieri).
Successivamente a quel primo incontro al castello di Ecry, i cavalieri si riunirono una prima volta a Soisson, poi a Compiègne dove si decise di fare il viaggio via mare. Furono incaricati Goffredo di Villardhuin con cinque nobili cavalieri. Essi ebbero credenziali che garantivano la conferma del loro operato. Costoro decisero di recarsi a Venezia, sicuri che lì avrebbero trovato un maggior numero di navi che in qualsiasi altro porto.



MESSAGGERI A VENEZIA


A Venezia il 21 giugno 1192 era stato eletto doge Enrico Dandolo il quale era arrivato al dogado quando aveva superato gli ottant'anni, dopo aver ricoperto cariche pubbliche ed essere stato ambasciatore a Ferrara e bailo a Costantinopoli, dove era stato inviato anche come ambasciatore. Egli, col fisico eccezionale e le esperienze della sua lunga vita, sarà il personaggio chiave di quella che, iniziata come crociata per la conquista del Santo Sepolcro, diventerà una brillante operazione che il doge saprà cogliere da vero manager (11) e, da suo pari, sarà in grado di gestire in modo tale da portare Venezia al periodo di maggior splendore di tutta la sua storia.
I dogi arrivavano alla più alta carica preparati sia nell'amministrazione dei loro patrimoni, che spesso erano ingenti, sia nella amministrazione della cosa pubblica. I nobili infatti da giovanissimi (Marco Polo era partito con i due zii all'età di 17 anni) venivano imbarcati in modo da fare quelle esperienze che li portavano a governare una nave. Si diventava così capitano della nave, poi di una flotta come . Essi erano quindi in grado di ricoprire tutte le alte cariche pubbliche che erano riservate solo ai nobili, non solo a Venezia, ma anche nelle città che a Venezia erano sottoposte, oppure come ambasciatori presso i vari principi e sovrani dell'Italia e dell'Europa.
Nella prima settimana di quaresima dell'anno 1098 gli si presentarono, con le credenziali, i sei messaggeri partiti dalla Francia, i quali richiesero la convocazione del Consiglio, per poter esporre le loro richieste. Il doge fissò la convocazione, per il quarto giorno successivo.
Il giorno fissato, i messaggeri si recarono a palazzo (molto bello, osserva il cronista), dove trovarono il doge con il Consiglio, a cui esposero la loro ambasceria: "Sire, veniamo da parte dei grandi baroni di Francia che hanno preso il segno della croce per vendicare l'oltraggio fatto a Gesù Cristo e conquistare Gerusalemme".
I messaggeri chiesero quindi di far loro sapere a quali condizioni avrebbero potuto avere delle armi e un'armata. Fu assicurata una risposta entro otto giorni. Non stupitevi della lunghezza del termine, precisò il doge, ma si tratta di cosa di rilevante importanza… E difatti l'affare era veramente di ingente portata!.
Alla scadenza degli otto giorni, la risposta decisa in Consiglio era positiva, a condizione, però, che vi fosse il consenso del Gran Consiglio e dell'assemblea comunale. Veniva quindi preannunciato che sarebbero stati forniti: uscieri (12), che avrebbero potuto trasportare quattromilacinquecento cavalli, novemila scudieri; navi per il trasporto di quattromilacinquecento cavalieri e ventimila sergenti a piedi, nonché per il trasporto di viveri, per tutti e per la durata di nove mesi.
Il prezzo sarebbe stato di quattro marchi per ogni cavallo e due per ciascun soldato, in totale novantaquattromila marchi.
Queste condizioni avrebbero avuto la durata di un anno dalla partenza. Per amor di Dio, aggiunse il doge, forniremo cinquanta galee armate, a condizione che, finché durerà l'alleanza, avremo la metà di tutte le conquiste che faremo per mare e per terra!
La risposta fu riservata all'indomani, e fu positiva. Il doge a sua volta si riservò di riferire al Consiglio (cioè prima alla Quarantìa, poi al Minor Consiglio e dopo al Maggior Consiglio). Dopo aver avuto l'approvazione di queste magistrature, occorreva avere il consenso della popolazione, che si riunì nella chiesa di san. Marco ( la più bella che esista, dice il cronista) e, dopo aver ascoltato la Messa, il doge fatti chiamare i messaggeri li invitò a chiedere umilmente al popolo (che li osservava con curiosità), che si stringesse quel patto.
Al popolo così riunito, fu detto che i più nobili e più potenti signori francesi supplicano di avere pietà di Gerusalemme che è schiava dei Turchi, di accettare l'alleanza e vendicare l'oltraggio fatto a Cristo. Siete stati scelti voi, venne precisato, perché non c'è nessun altro popolo marinaro che abbia tanto potere come voi e la vostra gente, e ci hanno comandato di cadere ai vostri piedi e rialzarci finché non abbiate acconsentito ad avere pietà della terra santa in oltremare ..e tutti e sei i messaggeri caddero in ginocchio in lacrime…e il doge e il popolo, alzando le mani acconsentirono.
Furono così stilati gli accordi con l'intesa che i crociati (baroni e pellegrini) avrebbero dovuto recarsi a Venezia, il giorno di s. Giovanni dell'anno successivo (1202). I messi, ripartirono dopo aver consegnato un acconto di duemila marchi, presi in prestito in città.

In Francia fervono i preparativi. Il capo designato Tibaldo di Champagne muore (1201) ed è sostituito dal marchese Bonifacio di Monferrato. L'anno successivo a Pentecoste incominciano le partenze per Venezia dove giungono le notizie che molti cavalieri si erano imbarcati sulla flotta partita dalle Fiandre. Altri cavalieri e pellegrini si erano invece imbarcati a Marsiglia e in altri porti, col risultato che, a causa di queste defezioni, la flotta allestita (nessun cristiano ne aveva mai vista una più bella e più ricca) era tre volte superiore alle necessità.

Gli uomini, che man mano arrivavano, erano ospitati nell'isola di s. Nicola. Fu l'occasione per i veneziani di vendere tutto ciò che fosse necessario per le persone e per i cavalli.
I cavalieri, a causa delle defezioni si trovarono a fronteggiare la questione economica. Infatti, a causa del numero che era venuto a mancare, non avevano la possibilità di pagare quanto pattuito, ma per mantenere la parola data consegnarono al doge tutto il vasellame d'oro e d'argento di cui disponevano, non riuscendo a pagare tutto l'importo e rimanendo debitori di 34mila marchi.
Dandolo ne approfittò per proporre un accordo. Il re d'Ungheria (Bela III) si era impadronito di Zara, che senza l'aiuto dei crociati non sarebbe stata ripresa. Propose quindi a costoro, che accettarono, una dilazione nel pagamento se avessero riconquistato la città.
Le navi quindi si diressero verso Zara


11) Da parte di molti storici il comportamento di Dandolo era stato pesantemente condannato (qualcuno lo aveva qualificato vilain de la piéce), ma questi storici erano stati fuorviati dalla componente religiosa di quelle guerre (convinti magari che esse fossero veramente sante mentre tali non erano!), senza osservare quegli avvenimenti con il dovuto distacco e pragmatismo. Essi poi, relativamente ai comportamenti di ciascuno dei principali personaggi, avevano attribuito dei secondi fini, non rendendosi conto che i comportamenti erano stati invece determinati dagli avvenimenti stessi man mano che questi andavano maturando.
12) Uscieri erano chiamate le navi che avevano boccaporti bassi attraverso i quali entravano i cavalli (come gli attuali traghetti).



BISANZIO LA CITTA' D' ORO


Quando l'impero romano si divise tra occidente e oriente, l'imperatore Costantino decise di porre la nuova sede a Bisanzio, scelta per la sua posizione strategica (v. in Schegge: Bisanzio la città d'oro). Egli nel giro di tre anni e mezzo (326-330) ingrandì la città con edifici pubblici, chiese, piazze, mercati, che, solennemente inaugurata, l'11 maggio dell'anno 330 prese il nuovo nome di Costantinopoli, dall' imperatore. Nel corso degli anni, fino all'anno mille, tutti gli imperatori successivi l'avevano continuamente ingrandita (tanto da fuoriuscire dalle mura costruite al tempo di Costantino),con aumento della popolazione che intorno all'anno mille raggiunse circa ottocentomila abitanti. La città veniva continuamente abbellita con fontane, giardini, monumenti, opere d'arte, tanto da essere considerata la più bella città del mondo occidentale. Anche il palazzo imperiale fu col tempo ingrandito e abbellito, ma nel secolo XII gli imperatori si trasferirono a palazzo Blaquerne, per cui quello di Costantino col tempo decadde fino a diventare, prima della dominazione ottomana, un cumulo di macerie.
Già intorno all'anno mille (950 n.e.) era la città d'oro, la più bella di tutto l'Occidente, la regina delle città, una megalopoli che non aveva eguali al mondo (solo a Oriente vi era Pechino), ricca di opere d'arte della classicità, non solo, ma anche di opere tecniche che lasciavano sbalorditi i visitatori.
Vi era infatti nella sala del trono dell'imperatore, un albero in bronzo dorato, i cui rami erano pieni di uccelli, ugualmente di bronzo dorato che emettevano ciascuno il canto della propria specie. Il trono stesso dell'imperatore si sollevava automaticamente (forse con un argano, riferisce il cronista); ai suoi lati vi erano dei leoni ricoperti d'oro che, percuotendo la coda per terra, emettevano un ruggito.
Dovevano aver creato degli effetti ottici, in quanto il cronista e ambasciatore riferisce che dopo essersi prosternato per il saluto, mentre prima aveva visto l'imperatore seduto ad altezza normale, nell'alzare il capo, non solo il trono si era alzato fino al soffitto, ma aveva visto l'imperatore rivestito con altre vesti… e, la ricchezza di oro, d'argento e di pietre preziose, non aveva eguali!
Ai ricevimenti dell'imperatore si banchettava con vasellame d'oro e anche in queste occasioni venivano usate delle macchine e venivano anche introdotti dei giocolieri. Uno di questi giocolieri aveva un palo a croce sulla fronte, senza aiuto delle mani, e sulle braccia aveva due fanciulli, che dopo aver fatto evoluzioni ridiscendevano a testa in giù, ma uno dei due, prima di scendere, faceva altre evoluzioni, con meraviglia di tutti!
Durante la settimana delle Palme, vi era la cerimonia della donazione, da parte dell'imperatore, ai funzionari dell'impero di monete d'oro, a libbre (350/500 gr.) secondo la dignità e mantelli di (preziosa) porpora... e la cerimonia durava tre giorni!
I cittadini di Bisanzio avevano il gusto delle discussioni lunghe e sottili (non a caso si parla di bizantinismo), tanto che uno storico del V secolo raccontava che (v. in Specchio dell' Epoca: Libri Carolini, iconoclastia e culto delle immagini). Essi erano anche impulsivi, irascibili e indisciplinati, per cui le sommosse in città erano all'ordine del giorno (v. in Specchio dell' Epoca: Partiti a Bisanzio: gli Azzurri e i Verdi). Il governo imperiale, come i suoi cittadini, era della più assoluta instabilità, fondata su intrighi di palazzo e continui complotti e colpi di mano (v. Intrighi, complotti e colpi di stato alla corte di Bisanzio), che normalmente avvenivano nell'ambito della stessa famiglia imperiale, o da parte di esponenti di famiglie aristocratiche o di generali, che deponevano l'imperatore e poi dopo essere divenuti imperatori, venivano a loro volta deposti.



LA PARTENZA DA VENEZIA


Navi e uscieri furono spartiti tra i baroni. Quando le navi furono cariche di armi, di tutte le macchine che servono per prendere una città (tra cui ben trecento petrieri e mangani, per lanciare pietre), di viveri, di cavalieri e di sergenti, su ciascuna nave gli scudi furono disposti intorno ai bordi e ai castelli e furono issate le bandiere, in una fantasmagoria di colori. Lo spettacolo della partenza (nell'ottava della festa di s. Remigio, primo ottobre 1202), non ebbe eguali. Il doge, che aveva con sé cinquanta galee a sue spese, era sulla nave ammiraglia, tutta colorata di vermiglio, con una tenda di sciamito anch'essa color vermiglio col gonfalone di S. Marco. Sulla prua quattro trombettieri con trombe d'argento e piccoli tamburi mandavano un suono quanto mai gioioso.
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PRIMA ROTTA ZARA


Le navi giunsero a Zara alla vigilia di s. Martino (10 novembre 1202). La città era cinta da alte mura e alte torri ed era bella, ricca e forte, tanto che i crociati (che si consideravano e venivano chiamati sempre pellegrini e non crociati) dubitavano di poterla conquistare.
Penetrarono di prepotenza nel porto (rompendo le catene) e se ne impadronirono. I cavalieri uscirono dalle navi con i loro cavalli, montarono le loro tende e padiglioni, e si accamparono mettendo la città sotto assedio. Messaggeri della città furono mandati dal doge, accampato nel suo padiglione, i quali dichiararono che gli sarebbe stata consegnata la città e i loro averi, salve le persone a sua discrezione. Il doge si era riservato di consultare i conti e baroni. In sua assenza alcuni crociati francesi, che già dalla partenza da Venezia avevano costituito un gruppo d'opposizione che intendeva disgregare l'esercito, gli suggerirono che i pellegrini non li avrebbero assaliti, perciò non avevano nulla da temere se erano in grado di difendersi dai veneziani. I messi furono fatti rientrare in città senza aver avuto una risposta alle proposte avanzate al doge. Il doge nel frattempo aveva prospettato ai conti e baroni le proposte che gli erano state fatte, e costoro suggerirono di accettarle, ma nel tornare al suo padiglione per concludere l'accordo aveva trovato che i messi erano andati via.
Enrico Dandolo, che era accompagnato dai conti e baroni (capi francesi), si era subito reso conto che la proposta dei messi di Zara era saltata a causa del gruppo d'opposizione. Dandolo, perciò, lo aveva fatto presente ai cavalieri francesi, i quali gli confermarono che sarebbero stati disonorati se non lo avessero aiutato a conquistare la città. Essi aggiunsero anche di essere disposti e, nonostante l'abate di Vaux < lo proibiva a nome dell'apostolo di Roma>.
Davanti alle porte della città furono subito drizzati i petrieri e i mangani, di cui la spedizione era ben fornita. Dalla parte del mare vennero drizzate scale sulle navi e una particolare piattaforma (echelle) che dall'alto dell'albero maestro sporgeva sul mare e poteva essere avvicinata alle mura. S'incominciò a lanciare pietre. L'assalto durò cinque giorni. Quando i soldati-zappatori incominciarono a scavare la terra sotto una torre per scalzarne il muro, i cittadini di Zara rinnovarono la proposta precedente.
Così la città si consegnò al doge, salve le persone. Essendo iniziato l'inverno il doge suggerì di fermarsi fino a primavera dividendo i beni in due parti. I veneziani ebbero la metà del porto dov'erano le navi, i francesi l'altra metà. Tutti, levate le tende, andarono a prendere alloggio in città nelle case singolarmente assegnate come si conveniva. Dopo qualche giorno scoppiò tra francesi e veneziani una feroce zuffa che durò una settimana, finita con molti morti e feriti.



ALESSIO SI RECA DAI CROCIATI PER RIAVERE COSTANTINOPOLI


Quando i crociati erano a Zara, sul trono di Costantinopoli si era insediato da qualche anno (1195) Alessio III, il quale aveva cacciato dal trono il proprio fratello Isacco II Angelo, facendolo accecare e imprigionare con il figlio Alessio.
Isacco Angelo aveva governato debolmente per dieci anni, non migliorando le sorti critiche dell'Impero e suscitando generale malcontento. Anche Alessio III non riuscì a migliorare le sorti dell'Impero, che con lui andrà completamente in rovina.
Il nipote Alessio riuscì a fuggire dalla prigione recandosi a Zara dai crociati, chiedendo aiuto contro lo zio usurpatore e promettendo grandi ricchezze.
Enrico Dandolo anche questa volta non si fece sfuggire l'occasione dei grandi guadagni e accettò. Raggiunse con la flotta Costantinopoli il 24 giugno 1203, che fu presa con facilità al primo assalto (18 luglio). Alessio III si dette alla fuga e sul trono fu rimesso Isacco II, liberato dalla prigionia, mentre il figlio Alessio era rimasto nell'accampamento, con i veneziani e i francesi, i quali decisero di mandare dei messi al padre per chiedere di confermare i patti sottoscritti dal figlio.
Il giovane Alessio si era lasciato andare assumendo degli impegni gravosi. Egli, infatti, aveva promesso che l'Impero di Romània si sarebbe sottomesso all'autorità del Papa e quindi all'obbedienza di Roma (dalla quale si era separato da tempo). Avrebbe inoltre versato a tutto l'esercito duecentomila marchi d'argento (abbiamo visto che per tutta la flotta veneziana i francesi si erano impegnati a versarne novantaquattromila!), oltre a fornire viveri per un anno; a condurre in Terrasanta diecimila uomini sui propri vascelli e mantenerli a sue spese per un anno; a mantenere a sue spese, per tutta la vita, cinquecento cavalieri in terra d'oltremare, per difenderla. Questi patti furono ricordati dai messi all'imperatore, il quale rispose che: . In ogni modo egli confermò l'impegno. L'Imperatore andò spesso all' accampamento; un giorno si recò in privato nella tenda di Baldovino e fece chiamare il Doge per dir loro di non poter assolvere agli impegni in breve tempo (si era a fine luglio, la flotta era stata impegnata dai francesi fino al 30 settembre e quindi l'imperatore doveva assolvere all'impegno entro questa data). Egli poteva al momento pagare le spese ai veneziani e mantenere l'esercito fino alla prossima Pasqua.

L'accordo fu raggiunto e il giovane Alessio (divenuto Alessio IV) partì col suo esercito per assoggettare l'impero. Nel frattempo in città avvenne un fatto increscioso. Fra greci e latini (franchi) scoppiarono dei tafferugli e qualcuno appiccò il fuoco che si sviluppò con tanta violenza che nessuno era in grado di spegnerlo, e alte chiese e ricchi palazzi crollavano e sprofondavano e le strade mercantili ardevano in fiamme. L'incendio durò otto giorni e vi furono molti morti tra uomini, donne e bambini. I latini che erano andati a vivere in città, per maggior sicurezza, pensarono bene di tornarsene negli accampamenti.
L'imperatore rientrò dalla sua missione nel mese di novembre e, insuperbito per il consolidamento della sua posizione, trascurò di recarsi a trovare i crociati nel loro accampamento, per cui essi pensarono di mandare messi per sollecitare i pagamenti. L'imperatore li rimandò indietro senza mantenere fede agli impegni. Fu riunito il consiglio tra baroni e doge. Ben sapendo che l'imperatore non avrebbe mantenuto l'impegno preso, decisero di mandare un'ambasceria per richiedere il pagamento oppure minacciare che avrebbero cercato di ottenere con qualunque mezzo ciò che era stato loro promesso.
I messi (tre francesi e tre veneziani) trovarono Alessio e Isacco seduti su due troni e accanto a loro l'imperatrice moglie d'Isacco (sorella del re d'Ungheria) e matrigna d'Alessio; parlò Conon de Béthun, il quale disse che l'impegno era stato sollecitato ripetutamente e, se fosse stato mantenuto, sarebbe stato molto gradito. In caso contrario non avrebbero considerato l'imperatore né signore né amico e avrebbero cercato di ottenere il dovuto con ogni mezzo. La risposta fu che una tale sfida era da considerare cosa inaudita e un grande oltraggio fatto all'imperatore nella sua casa e nella sua città. I cavalieri a questo punto lasciarono il palazzo e rimontati a cavallo tornarono all'accampamento lieti di essere rimasti salvi.
Hanno inizio così le prime scaramucce tra franchi e greci. Questi ultimi architettano di incendiare la flotta veneziana, riempiendo diciassette navi di pezzi di legno, stoffa, pece e sego; nel momento in cui il vento soffiava dalla parte delle navi veneziane (era mezzanotte) spiegarono le vele e appiccarono il fuoco. I veneziani, visto il fuoco, si dirigono verso le loro navi per salvarle, uncinando quelle greche e lasciandole andare lungo la corrente. Di tutte le navi, solo una, pisana e piena di mercanzia, andò a fuoco.
I greci si resero conto che sarebbe stata la guerra, e non erano d'accordo con l'imperatore. Costoro erano capeggiati da Alessio Ducas Murzuflo (13), che si era impadronito dell'impero,dopo aver fatto strangolare Alessio, facendosi subito incoronare imperatore, con il nome di Alessio V. Isacco morì per il dispiacere.
Quest'uccisione non fu ben accetta ai francesi e veneziani e particolarmente ai vescovi e clero che subito fecero presente che, , dice ingenuamente il cronista,
Per rifornirsi di viveri un gruppo di francesi guidato dal fratello di Baldovino, Enrico, partì di notte e raggiunse la città di Filée sul Mar Nero, dove fecero bottino di bestiame, abiti e viveri, che in parte spedirono all'accampamento con le barche.


13) Murzuflo era il soprannome che derivava dalle ciglia folte.



ACCORDI PER LA SPARTIZIONE


Nel campo cristiano si iniziarono i preparativi per l'assalto alla città. Anche i greci incominciarono a fortificarla ulteriormente. Francesi e veneziani decisero anche che se fossero riusciti a entrare in città il bottino sarebbe stato riunito e diviso, e che se si fossero impadroniti della città, ciascuna parte avrebbe nominato sei elettori che avrebbero eletto a loro volta un imperatore. Inoltre colui che sarebbe stato eletto imperatore avrebbe avuto la quarta parte di tutta la conquista, dentro e fuori della città e i due palazzi imperiali (Boukoleon, detto dai francesi Bouche de lion, e Blaquerne). Le altre parti sarebbero state divise a metà, l'una ai veneziani, l'altra ai francesi. Quindi sarebbero stati nominati dodici saggi per parte che avrebbero spartito i feudi e i possedimenti e stabilito il tributo da pagare all'imperatore. I veneziani si assicurarono la nomina del patriarca.
Il venerdì mattina galee e vascelli si avvicinarono alla città e vi fu un assalto alle mura che durò tutta la giornata e verso l'ora nona (sei-sette di sera) fu respinto, con perdite maggiori per i cristiani. Si riunì il consiglio per decidere come prendere la città. Fu deciso di legare le navi due a due per torre, in quanto ci si era resi conto che una nave per torre non sarebbe stata sufficiente. L'imperatore Murzuflo aveva fatto l'errore di andare ad accamparsi davanti al fronte d'assalto per scontrarsi con i cristiani, lasciando sguarnite le mura. Le navi, spinte anche dalla bora, si avvicinarono alle mura; due di loro riuscirono tanto ad avvicinarsi a una torre da permettere a un veneziano e un francese di salirvi. I soldati che la difendevano si dettero alla fuga.
Furono conquistate quattro torri; i cavalieri a loro volta vennero fuori dagli uscieri per attaccare l'accampamento dell'imperatore, il quale fuggì verso la città. Vi fu una carneficina di greci e gran bottino. L'imperatore raccolse i suoi uomini dicendo che andava ad attaccare i franchi, invece si dette alla fuga. I cristiani entrarono a Costantinopoli il lunedì delle Palme e, non trovando resistenza, si dettero al saccheggio.



IL SACCHEGGIO DI COSTANTINOPOLI
E LA SPARTIZIONE DEL BOTTINO



Vi fu un altro incendio, il terzo da quando erano arrivati i cristiani; bruciarono tante case, quante se ne trovavano nelle tre più grandi città di Francia. Case private, monasteri e chiese furono svuotati dalle loro ricchezze; ai calici furono tolte le gemme e furono usati come coppe per bere; le icone furono trasformate come tavoli da gioco e da pranzo; le monache furono violentate e rapinate nei loro monasteri. Fu saccheggiata la chiesa dei ss. Apostoli, prototipo di quella di s. Marco e luogo di sepoltura di Costantino il grande e molti dei suoi successori. Queste tombe furono depredate. Nella chiesa di s. Sofia i soldati abbatterono l'altare e spogliarono il santuario dell'oro e dell'argento, caricando tutto su muli e cavalli, che erano stati fatti entrare direttamente in chiesa e scivolavano sui pavimenti di marmo insozzati di sangue. Una prostituta danzava sul trono del patriarca cantando canzoni oscene. Statue antiche e opere d'arte vennero distrutte. Il marchese di Monferrato dette ordine che tutto ciò che era stato preso, fosse restituito sotto pena di scomunica e raccolto in tre chiese. Non tutto venne restituito. Alcuni vennero impiccati.
A dire di Villharduin, .
Esso fu diviso come pattuito. I francesi versarono la loro parte di cinquantamila marchi per saldare il debito e ne spartirono circa centomila tra loro, nella proporzione, per un cavaliere il doppio di un sergente a cavallo, un sergente a cavallo il doppio di un sergente a piedi.
Enrico Dandolo si assicurò, oltre a oggetti profani come corone e pettorali imperiali, coppe di diaspro e vasi, anche molte reliquie e i quattro cavalli che ornavano lo stadio e li spedì subito a Venezia su una nave al comando di Domenico Morosini. Un piede si era staccato da uno dei cavalli e si diceva fosse rimasto in possesso della famiglia Morosini. Essi rimasero per cinquant'anni in Arsenale fino a quando il doge Raniero Zeno non li fece mettere sull'entrata di s. Marco, dove ora si ammirano di recente restaurati. Poi si passò alla spartizione dell'impero.

Prima però, come d'accordo, si riunirono nel palazzo abitato dal doge (uno dei più belli del mondo, annota il cronista) i dodici saggi, che elessero imperatore il conte Baldovino di Fiandra ed Hainaut, che otto giorni dopo (16 maggio 1204) fu incoronato nella chiesa di s. Sofia. Patriarca, in base agli accordi, fu eletto Tommaso Morosini. Questa nomina ebbe degli strascichi con Roma. Il papa Innocenzo III aveva scomunicato i veneziani fin da quando erano andati a Zara. Dandolo aveva scritto al papa, protestando l'innocenza dei veneziani e chiedendo che essa fosse tolta in riconoscimento dei grandi servigi resi alla gloria di Dio e della Chiesa romana. Innocenzo al momento non rispose, ma ordinò al clero latino di Costantinopoli di assegnare le chiese, i cui preti erano fuggiti, a sacerdoti di rito latino, invitandoli a procedere all'elezione di un rettore o sovrintendente che li presiedesse. Innocenzo rimase anche indignato per il fatto che un suo legato, Pietro Capuano, nel gennaio 1204, recatosi a Costantinopoli, non solo aveva sciolto i veneziani dal voto di crociati, ma aveva tolto loro la scomunica. Innocenzo alla fine dovette riconoscere di essere stato sopraffatto dagli eventi e di essere stato battuto in astuzia dai veneziani. Pertanto, nel gennaio successivo (1205) scrisse ai veneziani, dicendo in maniera molto diplomatica di essere disposto ad ammettere che il Doge aveva reso grandi servigi alla cristianità e che Dio lo avrebbe liberato dai voti di crociato, aggiungendo inoltre di prestarsi a credere, dopo aver verificato i fatti, che il suo legato aveva assolto tutti i veneziani dalla scomunica.
Entro l'anno il doge morì novantenne, senza avere più sul capo la scomunica, che in verità non gli era pesata più di tanto!



IL DOGE DOMINATORE DELLA QUARTA PARTE E MEZZO DELL'IMPERO


La spartizione dell'impero (che Dandolo conosceva bene e di cui aveva le carte dei possedimenti) fu fatta in quattro parti. Un quarto al nuovo imperatore, Baldovino, che ebbe la capitale, parte della Tracia, le isole di Samotracia, Cos, Lesbo, Santo e Chio, la Bitinia e la Misia, la sovranità sui principati latini assegnati come feudi. Un quarto fu assegnato al Marchese di Monferrato. Un quarto ai baroni e signori franchi e pellegrini-crociati, e un quarto ai veneziani, aumentato ancora di un ottavo (dal che un quarto e mezzo!) in revisione delle assegnazioni.
I veneziani quindi ebbero un quartiere a Costantinopoli sul Corno d'oro; Gallipoli, Rodosto ed Eraclea sul Bosforo; un gran numero d'isole nell'Egeo e nello Jonio fra cui Negroponte e Creta; territori nella Morea, Acarnania e i domini bizantini della Dalmazia.
Successivamente all'assegnazione del quarto vi furono degli aggiustamenti con il marchese di Monferrato dal quale Dandolo riscattò, dietro pagamento di mille marchi d'argento e trasferimento di possessi nel continente europeo, produttivi di un reddito 10mila iperperi d'oro, i diritti che il marchese aveva su Creta e Salonicco.
Dandolo dopo l'assegnazione aggiunse al titolo che gli spettava, di duca delle Venezie, dell'Istria e Dalmazia, quello originale di dominator quarte et dimidie partis totius imperii Romànie (titolo che i dogi conserveranno fino al 1356). Si costituiva così l'Impero Latino d'Oriente che durerà appena cinquantotto anni, durante i quali succederanno, a Baldovino I, il fratello Enrico, seguito da Pietro di Courtenay, Roberto di Courtenay e il figlio dodicenne di questo, Baldovino II, al quale, essendo fanciullo, fu assegnato come reggente Giovanni di Brienne (re di Gerusalemme).
Nel 1261 l'impero sotto la pressione dei bizantini sarà ripreso da Michele III Paleologo, che cacciato il giovane e imbelle Baldovino II (datosi alla fuga) fu incoronato nella Chiesa di S. Sofia il 15 agosto1261. Man mano saranno ripresi tutti i feudi che erano stati costituiti con la spartizione.
Le crociate continueranno, fino all'ottava (1270), che sarà l'ultima. A parte gli esiti favorevoli della prima e della terza, le altre spedizioni avranno risultati disastrosi. Con la presa d'Acri, l'ultima roccaforte rimasta in mano ai cristiani (1291), da parte del sultano al-Ashraf, figlio del sultano Qalawn e la definitiva cacciata dei franchi dall'Oriente, finisce l'avventura cristiana in Terrasanta.
L'impero bizantino sarà infine conquistato dai turchi, nelle cui mani Costantinopoli cadrà nel 1493. Venezia nei duecento anni successivi, perderà poco alla volta tutti i suoi territori di Levante (14).
La grande repubblica cesserà di esistere con Ludovico Manin nell'ultima riunione del Maggior Consiglio, il 12 maggio 1797. Si chiuderà così la radiosa storia della Serenissima Repubblica.



14) Salonicco sarà persa nel 1450; Negroponte nel 1470; Durazzo nel 1501; nel 1539 saranno cedute ai turchi le isole di Sciro, Paro e Nasso e le città di Malvasia e Nauplia; nel 1569 sarà presa dai turchi a Cipro (Candia) la città di Nicosia e nel 1571 quella di Famagosta, e in Albania Dulcigno e Antivari, e Valona nel 1690. Il 7 ottobre 1571 ci fu la famosa battaglia di Lepanto tra la Lega cristiana e i turchi che fu la più grande battaglia di navi a remi di tutti i tempi. In essa la Lega riportò la vittoria contro i turchi ma, a parte lo spiegamento di navi tra le due parti (*) e la soddisfazione per la Lega cristiana di aver vinto, non vi furono grandi risultati. Candia-Creta passò ai turchi nel 1669. Nel 1684 Venezia occupò la Morea (Peloponneso) il cui possesso fu confermato dalla pace di Karlowitz (1699), ma fu conquistata dai turchi nel 1714 e confermata ai turchi dalla pace di Passarowitz (1718).
*) 207 galere e 36 vascelli con 34.400 soldati, 12.000 marinai, 1800 cannoni per la Lega; 222 galere e 60 vascelli, 34.000 soldati, 13.000 marinai, 750 cannoni per i turchi. Caddero morti circa 8.000 turchi, e 10.000 furono fatti prigionieri; 50 galere furono affondate o incendiate; 117 catturate. I cristiani perdettero 12 galere ed ebbero 7.500 morti. Furono liberati 12.000 galeotti cristiani.

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