STANPA
15 giugno 1310, la vita della Repubblica appesa ad un filo. Nascita del Consejo dei X.
Del mille tresento e diese
A mezo el mese de le seriese
Bajiamonte passò el ponte
e per esso fo fatto el Consejo di diese.
Vecchio canto veneziano
I drammatici fatti che ci apprestiamo a rievocare, hanno un antecedente principale nella disputa sul dominio di Ferrara, legittimamente ereditato da Venezia ma contrastato fortemente dal Papa, allora ad Avignone, che vedeva sfuggire alla sua influenza un’importante città che gli garantiva l’accesso al Po.
Questo contendere aveva prodotto una vera e propria guerra, nella quale la Repubblica Veneta rischiava di soccombere: la città di Ferrara stessa era stata espugnata dalla lega Papalina (alla quale aderivano i principali Stati italiani), grazie anche ad una pestilenza che aveva ridotto al minimo le capacità di difesa della città ed il commercio marittimo, a causa della scomunica, era possibile ormai solo con l’Oriente mussulmano. Beni, fondaci ed uomini della Serenissima erano stati attaccati e distrutti nelle varie città cristiane e l’economia dello Stato Veneto rischiava di collassare.
Queste difficoltà si erano riflesse in maniera pesante nella stessa città di Venezia ove, ad un doge (Pietro Gradenigo), irremovibile fino all’estremo nel difendere le ragioni, la dignità della Repubblica e la sua autonomia nei confronti del Papa, si contrapponeva un gruppo di antiche famiglie che, dicendosi portavoce del malcontento dei cittadini, vedevano questa guerra come immorale, rovinosa per lo Stato ed anticristiana, dovendosi i Veneziani sottomettere, da buoni fedeli, alla volontà del Papa.
Bajiamonte Tiepolo, Pietro Querini e Badoero Badoer ordirono ben presto una congiura, con lo scopo di sovvertire le istituzioni della Repubblica e istituire un nuovo governo oligarchico favorevole al Papato. Essi contavano anche sul malcontento che, secondo loro, aleggiava tra la popolazione per la serrata recente del Gran Consiglio, che impediva a molte famiglie dotate di ricchezze ed ambizione, ma prive dei titoli necessari, di partecipare al governo dello Stato.
La data fu fissata il giorno di San Vio, il 15 giugno. Due gruppi, capitanati da Tiepolo e Querini dovevano radunarsi alla casa di Querini, in san Polo, per dirigersi poi, separatamente, alle prime luci dell’alba verso Palazzo ducale. Il terzo drappello, partendo dalla terraferma, doveva piombare in seguito alle spalle dei difensori del Doge, cogliendoli di sorpresa.
Due fattori congiurarono però contro di loro; il tradimento di Marco Donà, che informò le autorità di quanto si tramava, ed un violento temporale che impedì a Badoer di accorrere in aiuto ai congiurati, come previsto.Il Doge ebbe tutto il tempo di preparare le difese, cui parteciparono le maggiori associazioni cittadine e tutte le varie magistrature, oltre che agli arsenalotti, dimostrando così come fosse infondato contare sul malcontento della città; quando i congiurati giunsero in Piazza San Marco, trovarono un’amara sorpresa. L’intero quartiere di San Marco era in tumulto, ingiurie ed improperi erano diretti contro gli insorti; una donna, che abitava all’ingresso delle mercerie, sporgendosi dal balcone, urtò un pesante vaso in pietra, il quale finì sulla testa dell’alfiere dei congiurati, uccidendolo sul colpo (1). Gli uomini di Bajamonte, a quella vista, sotto il temporale che infuriava, si diedero ad una precipitosa fuga con il loro capo, raggiunti poi dai superstiti della colonna di Querini.
Questo gravissimo attentato contro l’autorità dello stato, convisero le autorità di istituire quella che chiameremmo oggi “commissione d’inchiesta”, con ampi poteri di condannare e confiscare.
Dieci congiurati furono appiccati tra le due colonne di Piazzetta San Marco, altri erano stati decapitati già al momento della congiura. Tale tribunale straordinario, che via via vide prorogati i propri poteri, fino a divenire un’istituzione fissa, si chiamò Consejo de X.
Non volendo forse trasformare Bajamonte in un martire, egli fu esiliato, ma la sua casa rasa al suolo. Una colonna d’infamia fu eretta sulle sue rovine, con la seguente scritta:
Di Bajamonte fo questo terreno
E mo per lo so iniquo tradimento
S’è posto in Comun per l’altrui spavento
E per mostrar a tutti (di aver) sempre seno.
I Querini stessi dovettero cambiare stemma del casato e, per decreto, tutte le loro insegne furono raschiate dalla città. Marco Donà, che con la sua fedeltà alla Repubblica, aveva permesso di sventare il complotto, fu ammesso nel Gran Consiglio e fu il capostipite di un casato illustre.
Ultima eroina della storia, fu l’anziana donna che colpì con il vaso l’alfiere. La Repubblica le chiese quale premio volesse. Essa chiese modestamente il privilegio di poter esporre il gonfalone di San Marco dal suo balcone, durante le festività venete, e che non fosse aumentato mai l’affitto a lei ed ai suoi discendenti (la casa era di proprietà dei Procuratori di San Marco). Ciò le fu concesso e quasi di due secoli dopo un suo discendente vinse una causa in tribunale contro l’amministrazione che gli voleva aumentare la pigione.
NB:
Attualmente, all’ingresso delle Mercerie, una lastra di marmo bianco, posta in mezzo al selciato ricorda il punto preciso dove cadde l’alfiere.
E se varde' in alto ghe xe un marmo ke rafigura la vecia ke assa cascar el morter. Torre dei 2 Mori par dirsela qua noaltri
FONTE: www.vsg.interfree.it
|