STANPA
La Laguna nell'Antichità
Dalle descrizioni e osservazioni di geografi di tarda età romana, come Plinio e Strabone, è possibile desumere che nell'Alto Adriatico, lo specchio d'acqua compreso fra il cordone litoraneo e il margine continentale, costituisse, in un periodo molto antico, un mare continuo, a partire da nordest (Aquileia), fino a sudovest (Ravenna).
La trasformazione da un regime lagunare a stato marittimo, in uno, completamente diverso, a stato continentale, sembra sia stata provocata prevalentemente dal processo di estensione delle paludi, in particolare attorno ai centri urbani costieri, risultato evidente di depositi fluviali accumulatisi nel lunghissimo periodo in cui le notevoli correnti provenienti dalla terraferma, non scorrevano in un letto con argini ben definiti, ma all'interno di un corso (fossa), delineato dai canali naturali della Laguna.
Nei primi secoli dell'età moderna sembra accentuarsi il processo di sedimentazione e di impaludamento nell'area padana, tale da portare i principali corsi fluviali, dal ramo settentrionale del Po all'Adige, agli sbocchi litoranei.
Il 589 segnò una data fondamentale dell'evoluzione dell'ambiente lagunare. Il grande cataclisma che si abbattè sull'Italia settentrionale (in particolare Veneto e Liguria), non causò solamente enormi danni a cose e persone con devastanti inondazioni, ma provocò rilevanti trasformazioni nella zona settentrionale lagunare (settore plavense e concordiese), e nell'area meridionale, incrementando in modo significativo il processo di immissione del Po in fosse litoranee, che dovevano congiungerlo al mare.
Questo processo non si sviluppò contemporaneamente in tutta l'area lagunare. Ancora per parecchi secoli, come è testimoniato da fonti accreditate, il sistema idrografico superiore ad Altino, a partire dal Piave-Sile fino al Lemene-Tagliamento, defluì in Laguna senza formare letti fluviali: la creazione di questi ultimi risale a tempi posteriori, ed è stata notevolmente agevolata dall'intervento umano.
Fine del VI secolo
I Longobardi invadono l'Italia ponendo a Pavia la capitale del loro regno. Il territorio dei Veneti è sconvolto da questo evento: nobili, proprietari e popolani della parte continentale della regione si rifugiano nelle lagune e nelle isole. L'arcivescovo di Aquileia si trasferisce a Grado. Il duca bizantino prende la sua residenza a Cittanova, in un'isola lagunare denominata da questo momento Eraclea, in onore dell'imperatore bizantino Eraclio. (Vedi: La laguna nell'antichità).
Il IX secolo
Le caratteristiche del nascente stato veneziano incominciano a delinearsi abbastanza chiaramente. Il potere assoluto è esercitato da un duca (Doge), eletto direttamente dalla totalità della popolazione (placitum), assistito da due tribuni. Il nuovo ducato, la cui sede è stata trasferita nell'810 da Malamocco a Rialto, si qualifica come tramite commerciale fra il mondo bizantino, di cui fa parte ufficialmente, il mondo germanico dominante in Italia (Longobardi e poi Franchi), e quello slavo dei Balcani. L'elemento sociale preminente, primo nucleo del futuro patriziato, è costituito da grandi proprietari terrieri trasferitisi dalla terraferma in Laguna, i quali investono le loro rendite nei commerci marittimi, esercitati direttamente da marinai ancora privi di mezzi. Il nuovo Stato è consacrato dalla scelta di un santo patrono: nell'828, le presunte reliquie di S. Marco sono trasferite da Alessandria d'Egitto a Venezia.
Il X secolo
Grazie alla flotta di cui dispone, Venezia rende grandi servigi sia all'impero bizantino, di cui fa parte, che all'impero di Occidente, nelle guerre contro i pirati arabi e slavi. Nell'anno 1000, in seguito a una grande vittoria riportata a Zara sugli Slavi, i Veneziani occupano Curzola e Lagosta. Il duca Orseolo prende il titolo di Dux Dalmaticorum, stabilendo il protettorato di Venezia su tutta la zona compresa fra Ragusa e Zara.
Il XI secolo
Il patriziato mercantile, che continua a investire le proprie rendite terriere nei commerci marittimi, assume sempre più una posizione di privilegio politico-economico rispetto al resto della popolazione, la quale, riconoscendo di essere ben governata, accetta senza obiezioni questa situazione di disparità. Grato per l'appoggio ricevuto dai Veneziani nella guerra contro i Normanni, l'imperatore bizantino Alessio Comneno ricompensa la città lagunare con la crisobolla del 1082, che assicura, fra l'altro, a Venezia, tre banchine a Costantinopoli e tre punti d'ancoraggio sul Corno d'Oro.
Il XII secolo
La partecipazione, sia pure alquanto marginale, alle prime Crociate, assicura a Venezia nuovi sbocchi commerciali in Oriente, ma procura alla città dogale l'ostilità di altri centri marinari, come Genova e Pisa, interessati anch'essi ai traffici nel Levante. Venezia assume gradatamente la fisionomia da cui sarà caratterizzata nei secoli successivi. Nel 1104 viene fondato l'Arsenale. Nel 1175, la città è suddivisa nei sestieri di Castello, Cannaregio, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco e San Polo. Una lenta ma sicura evoluzione costituzionale mette sempre più in ombra sia i poteri dell'assemblea popolare (placitum), che quelli del Doge, a vantaggio del patriziato mercantile, il quale è in procinto di divenire il vero signore di Venezia. Viene creato il Maggior Consiglio, emanazione dell'elemento nobiliare, il quale sceglie i quaranta elettori del Doge. Quest'ultimo, lungi dall'avere il potere assoluto di un tempo, acquista sempre più la figura di primo magistrato, con prerogative i cui limiti sono fissati dalla promissio ducalis.
1204
La partecipazione dei Veneziani alla quarta crociata conferisce a quest'ultima un carattere molto particolare. Con il pretesto di rimettere sul trono di Costantinopoli l'imperatore Alessio Angelo, cacciato da un usurpatore, i crociati, guidati dal doge Enrico Dandolo, conquistano e mettono al sacco la capitale dell'Impero d'Oriente. Nell'ambito dell'Impero Latino, che sostituisce quello greco-bizantino, Venezia assume una posizione di assoluto predominio, divenendo signora della quarta parte e mezzo della Romania, e assicurandosi il possesso, nel Mediterraneo orientale, di tutta una serie di scali commerciali e di vere e proprie colonie, fra cui le isole di Creta e Negroponte. Il nuovo stato di prosperità acquisito da Venezia, è sottolineato dalla coniazione del grosso d'argento, seguito dal ducato, che diviene rapidamente la moneta di riferimento privilegiata dei traffici internazionali.
1261
Michele Paleologo, con l'appoggio dei Genovesi, pone fine all'Impero Latino, ricostituendo quello greco-bizantino e facendo pendere una grave minaccia sui possedimenti veneziani in Oriente. Dopo alterne vicende, l'equilibrio fra Venezia, Genova e i bizantini viene ristabilito, il che assicura allo stato dogale la continuazione della prosperità di cui gode. Nel frattempo, Venezia si è ampliata notevolmente, raggiungendo gli ottantamila abitanti e qualificandosi sempre più come il tramite commerciale fra Oriente e Occidente. Fra il 1271 e il 1295, Marco Polo compie i suoi viaggi in Asia. Sotto il profilo costituzionale, la fine del tredicesimo secolo è caratterizzata, a Venezia, dalla serrata del Maggior Consiglio, che sopprime l'elettività dei membri di questo organismo, e fa di essi dei membri di diritto. Lo Stato veneziano assume la fisionomia definitiva di una repubblica oligarchica.
1310
Lo scacco subito dai veneziani nel tentativo di conquistare Ferrara, fornisce il pretesto al gran cavaliere Baiamonte Tiepolo di ordire una congiura per rovesciare il potere dogale. L'appello rivolto al popolo dai congiurati rimane inascoltato e il tentativo di sovversione viene facilmente debellato. L'oligarchia dominante reagisce creando il Consiglio dei Dieci, emanazione del Maggior Consiglio, che veglierà in futuro sulla sicurezza della Repubblica. Anche una più tarda congiura, volta a sovvertire l'ordinamento costituito e ordita addirittura da un doge in carica, Marin Faliero (1355), viene soffocata nel sangue. Gli esiti infelici di questi tentativi eversivi, sottolineano la differenza fra la situazione veneziana e quella di altre città italiane, dilaniate da lotte sociali e da scontri sanguinosi fra fazioni rivali, e destinate a veder tramontare le loro antiche libertà comunali.
1378: La guerra di Chioggia
Con la fine dell'Impero Latino a Costantinopoli e il conseguente indebolimento della potenza veneziana in Oriente, si accentua lo scontro fra la città lagunare e Genova, interessate entrambe a monopolizzare i traffici mercantili nel Mediterraneo. L'episodio conclusivo della lotta fra le due città, mette a rischio l'esistenza stessa di Venezia , dopo la conquista di Chioggia da parte dei Genovesi, alleatisi, fra l'altro, con il re d'Ungheria, che ha strappato la Dalmazia ai Veneziani. L'esito felice della guerra per la città dogale è dovuto essenzialmente alla coesione sociale della sua intera popolazione che, nel momento del massimo rischio, si stringe intorno alla propria classe dirigente. La circostanza è tanto più significativa, in quanto i vasti vuoti prodotti nella popolazione veneziana, come nel restod'Europa, dalla peste del secolo XIV, hanno ampliato il potere contrattuale della manodopera marittima, divenuta molto scarsa, che pur non ne approfitta, nel momento del pericolo, per aumentare le proprie pretese. Il secolo XIV si chiude, per Venezia, con un ritorno alla prosperità, accompagnato da un rafforzamento del potere nobiliare, mentre, sullo sfondo, si profila la minaccia dei Turchi.
1402-1404: l'inizio della conquista del dominio di terraferma
Venezia, che già in passato ha subito gravi danni dalle potenze occupanti il suo retroterra, responsabili molto spesso dell'inquinamento lagunare (Vedi La Laguna in età medioevale), non può tollerare che i Carrara, signori di Padova, e alleati dei Genovesi durante la guerra di Chioggia, costituiscano una minaccia permanente per l'incolumità del territorio della Repubblica. Catturata dopo una breve guerra che vede alleati i Veneziani e Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, l'intera famiglia dei Carraresi viene trucidata. Segue l'occupazione veneziana di Padova, Vicenza e Verona. Da questo momento in poi, Venezia, divisa internamente fra i fautori di una politica esclusivamente marittima e coloro che spingono all'intervento nelle vicende di terraferma, sarà sempre più coinvolta nelle lotte per la supremazia in Italia. A partire dal 1420, anno in cui il doge Francesco Foscari convince i suoi concittadini ad allearsi ai Fiorentini per porre un freno alle ambizioni di Filippo Maria Visconti, la Penisola diviene teatro di guerre incessanti, combattute per lo più per il tramite di truppe mercenarie, guidate da condottieri, fino alla Pace di Lodi (1454), che sancisce un precario equilibrio fra i maggiori Stati italiani. A questa data, Venezia è ormai in possesso di un cospicuo dominio di terraferma che comprende, oltre alle prime conquiste, il Friuli e alcune città lombarde, come Bergamo e Brescia.
1453: il sultano Maometto II conquista Costantinopoli
La fine dell'Impero d'Oriente fa pesare una grave minaccia sui domini e sugli interessi marittimi di Venezia, che, dapprima, ancora impegnata nelle guerre d'Italia, cerca di venire a patti con i Turchi, e in seguito (1463), li attacca con decisione. La guerra che ne consegue, nel corso della quale gli Stati italiani rivali di Venezia si comportano, quando questa sembra prevalere, da autentici alleati dei Turchi, si conclude nel 1479, con uno scacco per la Serenissima, che perde l'isola di Negroponte ed è costretta ad abbandonare i suoi alleati albanesi e a pagare diecimila ducati all'anno, per conservare i propri privilegi commerciali.
1492: La scoperta del Nuovo Mondo
Questa data, considerata tradizionalmente la prima dell'Età Moderna, è di rilevante importanza anche per Venezia. Il viaggio di Colombo, volto a scoprire il Levante navigando a Ponente, inaugura la serie delle grandi navigazioni oceaniche, in particolare la circumnavigazione dell'Africa compiuta da Vasco da Gama, che consente ai Portoghesi di raggiungere per mare i luoghi di produzione delle spezie, realizzando notevoli vantaggi rispetto ai mercanti veneziani, abituati ad essere riforniti delle stesse, attraverso lunghi e spesso insicuri percorsi terrestri. Non che questo abbia costituito, come troppo spesso si suole ripetere, la rovina per la città lagunare. Per tutto il XVI secolo, e anche oltre, l'economia veneziana continua a prosperare, pur battendo cammini che, con la sola eccezione dell'editoria che registra in laguna una delle sue produzioni più alte, sono abbastanza diversi da quelli seguiti, in generale, dal mondo moderno. Per non citare che due esempi, a Venezia si insiste nella produzione di tessuti di altissima qualità, mentre si diffonde in tutto il mondo civilizzato la confezione di generi d'abbigliamento di tipo medio-basso; e si evita di snellire e di ammodernare, sull'esempio degli Olandesi, le costruzioni marittime. Ma, soprattutto, a Venezia, si assiste a un gigantesco trasferimento di capitali dal mare alla terra, attraverso le bonifiche di terreni paludosi promosse dal patriziato veneziano e contrastate, in città, dal partito del mare, timoroso dei danni che questa operazione può arrecare all'integrità della Laguna. (Vedi La Laguna in età rinascimentale)
1494
La calata di Carlo VIII in Italia, inaugura la lunga serie di interventi degli Stati nazionali europei nella penisola, divisa fra Stati regionali in perenne conflitto tra loro. Venezia non può fare a meno di intervenire per salvaguardare la propria integrità territoriale, ma alcune mosse imprudenti commesse dalla Reggenza della città dogale, desiderosa di approfittare dell'occasione per ampliare ulteriormente i domini della Repubblica, provoca a un certo punto una coalizione generale di Stati italiani ed europei (Lega di Cambrai, 1509), che mette a rischio l'esistenza stessa di Venezia. Ammaestrata dall'esperienza, la città dogale manterrà, a partire dal 1525, una saggia neutralità nella situazione di conflittualità internazionale creata dallo scontro fra gli Stati europei. Viene nel frattempo perfezionata la costituzione veneziana, tutta giocata sulla possibilità di accesso della classe nobiliare alle cariche pubbliche, attraverso una complessa serie di designazioni e di sorteggi, tali da impedire la concentrazione del potere in poche mani. Il ceto nobiliare trova in effetti una nuova fonte di benessere nei proventi derivanti dall'amministrazione dei domini provinciali. Incarichi pubblici e redditi fondiari fanno passare gradatamente la situazione del ceto dirigente veneziano, da posizioni di profitto a posizioni di rendita.
1571
Una flotta cristiana, di cui fa parte un notevole contingente veneziano, sconfigge i Turchi a Lepanto. Questa vittoria, magnificata dagli apologeti ufficiali come trionfo della cristianità sull'Islam, avviene in un momento in cui Venezia non è più in grado di competere, sul mare, con i Turchi e la potenza asburgica. Il capo della coalizione vittoriosa a Lepanto, Filippo II di Spagna, desideroso di non rafforzare troppo Venezia, che costituisce un freno alle sue mire sull'Italia, limita i poteri di iniziativa della flotta cristiana, il che costringe il governo della Repubblica a chiudere le ostilità con i Turchi, cedendo loro l'isola di Cipro.
1604: l'interdetto
Fin dall'inizio del XVII secolo, la repubblica di Venezia, a confronto, in Europa, con i grandi Stati nazionali, stretta, in Italia, nella morsa asburgica, deve necessariamente contenere le proprie esigenze, limitandosi a difendere i domini di terraferma, ad assicurare la libertà di navigazione nell'alto Adriatico, oltre a rallentare il più possibile l'avanzata dei Turchi nei domini d'oltremare. L'azione decisa, volta a limitare l'estensione della proprietà ecclesiastica, nonché il rifiuto di consegnare al tribunale ecclesiastico due preti di terraferma resisi colpevoli di reati comuni, valgono alla Repubblica l'interdetto papale, cioè la proibizione al clero di somministrare i sacramenti in territorio veneziano. Il Governo della Repubblica resiste validamente sulle proprie posizioni, fino al raggiungimento di una soluzione di compromesso. Altri episodi di un certo rilievo sono, in questo periodo, l'offensiva vittoriosa contro gli Uscocchi, pirati dalmati che infestano le acque dell'Adriatico, una guerra navale di limitate proporzioni, contro il viceré spagnolo di Napoli, la scoperta e l'abbattimento di una congiura, fomentata dall'ambasciatore spagnolo a Venezia, marchese di Bedmar, e volta al sovvertimento del regime dogale. E' frattanto scoppiata la Guerra dei Trent'Anni (1618-1648), in cui sono impegnate tutte le potenze europee, che lasciano pertanto a Venezia maggior libertà di azione nel settore orientale, ove l'avanzata dei Turchi continua inesorabile. Nel 1669 cade in mano turca l'isola di Creta.
1797: la fine della Repubblica
Durante tutto il secolo XVIII Venezia si isola sempre più dalla grande politica europea, per concentrarsi nella difesa dei domini d'oltremare. Alcuni effimeri successi ottenuti alla fine del secolo precedente nella lotta contro i Turchi, vengono gradatamente neutralizzati. Nel 1718 i Veneziani sono battuti nella battaglia navale di Capo Matapan. Cade la Morea (Peloponneso). La città dogale, ove il lusso e l'organizzazione della cultura si mantengono a livelli molto alti, grazie alle cospicue rendite fondiarie di cui gode ancora il patriziato dominante, diviene meta di un turismo d'eccezione. Ogni giovane gentiluomo europeo non può non sostare a Venezia, durante il Grand Tour italiano con cui completa la propria educazione. Scoppiata la guerra fra la Francia rivoluzionaria e le monarchie europee, Venezia, dato lo stato di debolezza politico-militare in cui versa, declina l'offerta di partecipare alla coalizione conservatrice. Quando la città viene investita dalle truppe francesi, nel maggio del 1789, il Maggior Consiglio decide la dissoluzione della Repubblica e la resa a Napoleone Bonaparte.
1798: Venezia è annessa ai domini asburgici
Napoleone Bonaparte chiude la campagna d'Italia del 1797 con il trattato di Campoformio che consegna Venezia all'Austria. La circostanza delude profondamente i progressisti veneziani, i quali hanno sperato nell'avvento di un regime democratico. Nel febbraio 1798, dodici rappresentanti del patriziato veneziano giurano, a nome dell'élite ex-dominante, fedeltà all'imperatore d'Austria.
1806: Venezia napoleonica
Il trattato di Presburgo, stipulato in seguito alla battaglia di Austerlitz, assegna Venezia e il Veneto all'impero napoleonico. Bonaparte ha inizialmente grandi ambizioni per Venezia, e dà avvio ad alcuni lavori nel porto, che però è rovinato completamente, sotto il profilo economico, dal blocco continentale decretato dall'imperatore per costringere l'Inghilterra alla resa.
1814: Venezia austriaca
Con la definitiva caduta di Napoleone, Venezia ritorna agli Asburgo, dopo un terribile assedio cha ha decimato la popolazione. Ha inizio la dominazione austriaca, sostanzialmente benvista da molti elementi della vecchia classe dirigente, anche per il suo carattere onesto ed equanime, ma osteggiata dalla borghesia liberale, ormai conquistata all'idea dell'unità d'Italia. In periodo austriaco, Venezia diviene la sede d'elezione dell'elemento legittimista europeo, mentre nasce e si diffonde il grande mito romantico della città d'acque, alimentato da scrittori come Chateaubriand e Byron. Nel 1848, la città insorge eleggendo dittatore Daniele Manin, ma viene riconquistata un anno dopo dagli Austriaci. Il sogno dell'imperatore Francesco Giuseppe di restituire a Venezia l'antico ruolo di tramite fra Oriente e Occidente (nel 1846 è inaugurato il primo ponte che collega Venezia, porto franco dell'Impero, alla terraferma), è frustrato dall'emergere progressivo della Prussia, che condanna l'Austria all'isolamento politico ed economico. Dopo il 1859, buona parte del traffico portuale di Venezia è convogliato verso Genova, entrata a far parte del Regno d'Italia.
1866: Venezia italiana
L'impero austriaco esce vittorioso dal conflitto con l'Italia, ma, battuto dalla Prussia, deve rinunciare a Venezia e al Veneto. L'annessione di Venezia al Regno d'Italia è sancita da un plebiscito.
Dicembre 1866
Si svolgono a Venezia le prime elezioni amministrative posteriori al ricongiungimento della città alla madrepatria. I votanti sono 1525 sui 4033 aventi diritto. Fra gli eletti, viene scelto sindaco (per nomina regia) un patriota già perseguitato dagli austriaci, il conte G.B. Giustinian, posto a capo di una giunta nettamente conservatrice, composta in parte da liberali moderati, in parte da personalità legate al precedente regime. I compiti che si pone la nuova Amministrazione, in una città impoverita e scossa dalle agitazioni dei ceti più sfavoriti, sono la razionalizzazione del tessuto urbano (apertura del Bacino Orseolo, a ridosso di piazza S. Marco, della Strada Nova, fiancheggiante il Canal Grande, ecc.), e delle strutture manifatturiere e portuali. Per quanto riguarda il destino della città, si pone già il dilemma fra lo sviluppo delle potenzialità turistiche e quello delle attività imprenditoriali.
1889
L'allargamento della base elettorale, voluto da Crispi, favorisce l'avvento al potere, a Venezia, di una coalizione di liberali progressisti, vista con favore anche dal nascente socialismo. Nel 1890, diviene sindaco della città lo scrittore e commediografo Riccardo Selvatico. La Giunta Selvatico, caratterizzata da un forte laicismo nel campo della politica scolastica, prosegue nei tentativi di industrializzazione della città, vara il Piano regolatore (1891), istituisce un fondo per la costruzione di case sane, economiche e popolari. Una delibera consiliare del 1894 dà vita alla Biennale d'Arte, affidata alle cure di Antonio Fradeletto, e stigmatizzata dall'opposizione conservatrice come frutto di una tendenza spendereccia a imprese di problematica utilità, intese a favorire amici e clienti.
1895
L'intesa fra cattolici e forze conservatrici, evento sicuramente d'avanguardia nelle vicende italiane successive all'Unità, rovescia a Venezia la situazione politico-amministrativa. Viene eletto sindaco Filippo Grimani, che verrà confermato anche in successive elezioni e rimarrà in carica fino al termine del primo conflitto mondiale. Le Giunte dirette da Grimani, pur affidandosi essenzialmente alla libera iniziativa, nella loro politica neoinsulare volta all'espansione dell'attività industriale cittadina e al lancio turistico-mondano del Lido, non rifuggono da alcuni provvedimenti dirigisti, come la municipalizzazione dell'acquedotto e dei trasporti lagunari. I socialisti, privi di collegamenti con le altre forze di sinistra di carattere borghese-radicale, esercitano scarsa influenza sulle vicende cittadine, limitandosi ad essere il partito del malcontento.
1917: nasce Portomarghera
Gli esiti poco felici dei tentativi postunitari di industrializzazione di Venezia, pongono ancora una volta, nella città lagunare, il problema dei rapporti fra il mare e la terra. Sul finire del primo conflitto mondiale, Giuseppe Volpi, leader di un potente gruppo di industriali elettrici, si fa promotore della creazione di una zona industriale veneziana a Marghera, a ridosso della Laguna. Nella visione di Volpi, combattuta fin dall'inizio da quanti vogliono tenere la città dogale lontana da avventure terrestri, i rapporti fra Venezia e la terraferma debbono essere improntati a una netta divisione di ruoli: nella prima debbono fiorire le iniziative culturali, mentre la seconda è destinata a produrre ricchezza. Il progetto Volpi si realizzerà poi durante tutto il periodo fascista. Nel 1926, l'aggregazione Mestre-Marghera viene inserita nella giurisdizione del Comune di Venezia, nel 1929, si dà il via ai lavori di un ponte stradale lagunare, destinato a congiungere la terraferma con il terminale veneziano di Piazzale Roma. Quanto alle iniziative culturali cittadine, alla Biennale Internazionale d'Arte, continuamente potenziata, vengono affiancati il Festival di Musica Contemporanea (1930), la Mostra d'Arte Cinematografica (1932), il Festival del Teatro (1934).
1945: la Liberazione
Durante l'ultima fase del conflitto mondiale fra le Forze alleate e il nazi-fascismo, solo i più oltranzisti fra gli elementi del regime ormai in declino continuano a combattere, a Venezia, sotto le insegne della Repubblica di Salò. La classe economicamente dirigente che ha diretto, negli anni del fascismo trionfante, lo sviluppo volpiano di Venezia e del suo retroterra, ha ormai preso le proprie distanze dal regime e finanzia la Resistenza. All'arrivo degli Alleati, in una città sovraffollata dall'afflusso dei profughi e con il potenziale industriale di terraferma gravemente danneggiato dagli eventi bellici, si impone innanzi tutto il problema della ricostruzione, per la quale si prodiga una Giunta di sinistra guidata da G.B. Gianquinto. Ma già nel 1951, in armonia con gli sviluppi della politica nazionale, torna al potere a Venezia una Giunta cattolico-conservatrice (sindaco Francesco Spanio), che resta sostanzialmente fedele al modello di sviluppo volpiano. Alla politica cittadina dei festivals, cui si aggiungono iniziative culturali come quelle assicurate dalla prestigiosa Fondazione Giorgio Cini, si affiancano le iniziative di terraferma, con la creazione di una seconda zona industriale, occupata in larga parte dalle industrie chimiche Edison e Montecatini. Frattanto, l'assenza, a Venezia, di una politica della casa, provoca l'esodo forzato di una parte della popolazione verso Mestre e le zone limitrofe.
1960: il centro-sinistra
Il tentativo, compiuto a livello nazionale, di far uscire l'Italia dallo stato di democrazia imperfetta - il ricambio del potere reso impossibile da motivi di politica estera - mediante accordi fra la parte più avanzata della Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, ha il suo riscontro a Venezia nella formazione di una Giunta di centro-sinistra (sindaco G.B. Favaretto Fisca). Il tentativo originale compiuto da questa Giunta di elaborare, per la città, un modello di sviluppo ancora volpiano, ma corretto in termini democratici, mediante la riorganizzazione dell'assetto urbano di Venezia e la creazione di una terza zona industriale, posta sotto controllo pubblico, ha un esito deludente. Mentre la situazione edilizia cittadina si rivela ingovernabile, il che provoca una diminuzione continua della popolazione residente, gli sviluppi della politica nazionale e l'alluvione del '66, i cui danni sono imputati dal partito ecologista agli interventi sull'assetto lagunare, vanificano ogni tentativo di estendere e razionalizzare la zona industriale.
1975
Nel clima del patto d'unità nazionale concluso, in Italia, fra maggioranza e opposizione, ai fini della lotta contro il terrorismo, va al potere a Venezia una Giunta di sinistra guidata da Mario Rigo, che compie uno sforzo notevole per ridare vitalità alla città, affidando al Consorzio Venezia Nuova l'elaborazione di un progetto di difesa dalle acque alte, e, sul piano dell'effimero, richiamando in vita, con immenso successo, il venerando carnevale lagunare. I rapporti con la terraferma, nonostante una notevole razionalizzazione dei mezzi di trasporto, restano tuttavia precari, stante la situazione di disagio in cui viene a trovarsi la grande industria - peraltro accusata con insistenza di inquinare l'ambiente -, nell'ambito del nuovo modello di sviluppo veneto, fondato sul decentramento e la fabbrica diffusa. Emergono frattanto, in alcuni strati della borghesia commerciale veneziana, forti sentimenti insulari, che portano, auspice il leader repubblicano Bruno Visentini, a ripetuti referendum sulla separazione dei Comuni di Venezia e Mestre, bocciati dalla popolazione. Infine, l'Amministrazione Rigo, isolata dal contesto regionale e nazionale dal mutamento politico verificatosi in ambito socialista, deve cedere il campo a una Giunta centrista, guidata da Nereo Laroni, ultimo sindaco lagunare della prima Repubblica italiana.
1993
Lo sconvolgimento degli equilibri mondiali provocato dal crollo dei regimi dell'Est e simboleggiato dall'abbattimento del muro di Berlino, ha vaste conseguenze anche in Occidente, fra le quali si colloca la crisi dei partiti tradizionali italiani, sostituiti da due blocchi, uno progressista (l'Ulivo), uno conservatore (il Polo). E' appunto un esponente della formazione progressista, l'intellettuale militante Massimo Cacciari, il primo sindaco veneziano della seconda Repubblica, al quale la popolazione rinnoverà il mandato nel 1997. L'Amministrazione Cacciari, nel tentativo di frenare l'esodo della popolazione dal centro storico, nel quale ormai vivono non più di settantamila abitanti, sovvenziona il restauro di abitazioni popolari, segue da vicino la vicenda del progetto di salvaguardia della città dalle acque alte (che il 9 luglio 1998 riceve l'assenso di cinque superesperti nominati dal Governo italiano), presenta all'Unione europea progetti che prevedono il trasferimento a Venezia di istituzioni internazionali. Nel frattempo, la città subisce una inesorabile trasformazione. Nei quartieri popolari scompaiono gradatamente i negozi rispondenti alle necessità di una popolazione residenziale, per essere sostituiti da altri, adibiti allo smercio di articoli turistici. "Il reddito annuale prodotto dalle attività connesse con il turismo di massa - ha affermato Cacciari in una recente intervista - è pari all'intero reddito turistico della Grecia, a tre o quattro volte il bilancio della Fiat. Peccato - ha aggiunto il sindaco con una certa ammarezza - che queste enormi rendite turistiche, siano reinvestite solo in minima parte a Venezia, per contribuire al risanamento della città".
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