home-Page Raixe Venete
 » Home-PageBenvegnuo - uncuò xe   
i documenti de Raixe Venete LA STORIA DELLA DALMAZIA
stanpa adeso STANPA

Questo documento è tratto dal sito http://www.dalmazia.it a cui vi rimandiamo per maggiori approfondimenti


Il nome "Dalmazia" oggi indica la regione che si estende lungo l'orlo della costa orientale dell'Adriatico.

Nei tempi antichi abbracciava anche i territori che dal mare arrivavano sin quasi al centro della penisola balcanica.

Il toponimo "Dalmatia" si ritrova per la prima volta nei lavori dello storico e geografo greco Strabone ( 60 a.C. - 20 d.C. ). "Piegando a mezzogiorno stendesi la Pannonia fino alla Dalmatia".

Ma il greco Polibio, sin dal II secolo a.C., senza denominare la regione, aveva chiamato gli abitanti "Dalmateis" oppure "Delmateis". "I Lissani ed i Daoriti mandarono di comune consenso frequenti ambasciatori a Roma, per annunciare che i Dalmati infestavano non solo le loro campagne, ma anco le città di Epezio (Spalato) e di Tragurium (Traù) . [...] giudicò il Senato esser giunta l'ora opportuna di attaccare in quella nazione, si perché offesi dall'indole fiera ed orgogliosa dei Dalmati, e perché a farlo c'erano molti altri motivi." (Frammenti n° 124 e 125).

Per gli autori latini il nome degli abitanti erano "Dalmatae" o "Delmatae", e la regione "Dalmatia" o "Delmatia".

In genere preferivano quest'ultima variante come derivazione da "Delminium" o "Delminum" (probabilmente l'attuale Zupanjac om Duvno), considerata l'antica capitale della regione, secondo quanto già riportato da Strabone: "Vi è inoltre Andrezio, castello molto forte, e Delminio, città grande, che diede il suo nome ai Dalmati".

Nell'antichità la costa orientale dell'Adriatico portava i nomi di tre popolazioni. Scendendo da Nord verso Sud: i Liburni, dal fiume Arsa in Istria sino al Tizio (attuale Cherca) - i Dalmati, dal Cherca al Naro (attuale Narenta - cr. Neretva) - Gli Illiri, dalla Narenta sino alla attuale Albania.





L'AREA GEOGRAFICA

Il nome Dalmazia oggi comprende le isole ed i territori bagnati
dall’ Adriatico orientale, staccati dal retroterra balcanico dalla catena delle Alpi Bebie, da quella delle Alpi Dinariche, dai monti del Litorale che, in successione, scendendo dall’arco delle Alpi Giulie, si spingono oltre Cattaro, sino ai confini dell’ Albania. Nell’ antichità il nome di Dalmazia si estendeva nell’ interno della penisola balcanica sin oltre la Sava e la Drava.

Scendendo lungo la costa vi sono le città di Zara, di Sebenico, di Traù. Poi Spalato, Almissa, Macarsca, Ragusa, Cattaro. Il territorio della Dalmazia odierna arriva ad un massimo di 40/45 chilometri dalla costa ( zona di Tenìn ), mentre a sud-est di Spalato sino a Cattaro prevalentemente a qualche chilometro dal mare.

La costa è incoronata da circa 800 fra scogli, isolette ed isole delle quali le maggiori sono Pago, l’ Isola Lunga, le Incoronate, Brazza, Solta, Mèleda, Cùrzola.


LE ORIGINI ROMANE

La Dalmazia antica, detta “Illiria”, entrò nella storia con la prima delle otto guerre che sostenne nel 156 avanti Cristo contro Roma. Provincia senatoriale dal 27 a.c., e poi imperiale, si integrò con la romanità, ed a Roma dette imperatori come Probo, Claudio il Gotico, Caro, Carino, e Diocleziano il restauratore dell’ Impero, noto in particolare per le omonime Terme a Roma, e per il palazzo che fece costruire come propria residenza vicino alla città di Salona, allora principale centro della Dalmazia. Nell’ alto medioevo, i profughi incalzati dagli Avari si rifugiarono nel Palazzo di Diocleziano, dando origine all’odierna città di Spalato (Palatium).

La Dalmazia, oltre ai Papi Caio (283-296) e Giovanni IV (640-642), ha dato alla Chiesa la splendida figura di San Girolamo, l’autore della “Vulgata” cioè della traduzione della Bibbia dal greco in latino. Temperamento polemico e focoso, si vuole che, trascinato dall’ira, indulgesse nel turpiloquio e che per fare ammenda ricorresse ad una frase rimasta nella tradizione: “ Parce mihi Domine, quia Dalmata sum” - “Perdonami o signore, poiché sono Dalmata”. Ancora oggi i dalmati sono portati ad intercalare la parlata con interiezioni talvolta pesanti .

La romanità della Dalmazia sarà scolpita da Gabriele d’Annunzio con una delle sue celebri frasi. "O Dalmati! Amplissima è la civiltà che vi illustra. Siete quasi orlo di toga, ma tutta la toga è romana".

Nel 475, si rifugiava in Dalmazia l’imperatore Giulio Nepote, mentre a Ravenna veniva elevato alla porpora Romolo Augustolo. Nel 476 venne deposto da Odoacre e, l’Impero romano d’occidente cessava di esistere. Ma Giulio Nepote fece sopravvivere in Dalmazia le insegne dell’Impero ed il senso della romanità sino al 480, quando venne ucciso, in seguito ad una congiura di palazzo, “haud longe a Salona sua in villa”, in una sua villa non lontana da Salona, cioè nel palazzo di Diocleziano.

Con le invasioni dei barbari, gli Avari spingeranno innanzi a se le tribù slave che penetreranno nel Balcani e tenderanno all’ Adriatico. Le genti romane, che avevano i loro insediamenti sin oltre la Sava e la Drava, ripiegarono progressivamente verso la costa adriatica, raccogliendosi e difendendosi nelle città fortificate della Dalmazia.

Mentre gli slavi raggiungevano il mare lungo il Canale della Morlacca a nord di Zara, ed il litorale a sud di Spalato, nelle città romane sorgevano i municipi, con analoghe caratteristiche di quelli della Penisola italiana, vivificati dalla continuità degli scambi con l’altra sponda dell’ Adriatico.

Gli Slavi, insediatisi alle foci della Narenta, si dettero alla pirateria, e le città dalmate chiesero aiuto a Venezia che, minacciata pur essa nei suoi traffici, decise di intervenire.


LA REPUBBLICA VENETA

Il giorno dell’Ascensione dell’anno 1000 - o più probabilmente del 998 - una flotta al comando del Doge Orseolo II prese il mare. A Parenzo (in Istria) ed a Pola ricevette l’omaggio degli istriani. Il 6 giugno a Zara, quello delle città della Dalmazia, nonché di Arbe e di Ossero. Il Doge, sconfitti i pirati che avevano i loro covi alle foci della Narenta, sbarcò a Cùrzola ed a Làgosta. Fu sottomessa Traù mentre Ragusa rese spontaneo omaggio.

Il Doge, tornato a Venezia ricevette tutti gli onori, ed il Senato dispose che ogni anno nel giorno dell’Ascensione, con particolare cerimonia, venisse celebrato “Lo sposalizio del Mare”. Il Doge, con a fianco il Patriarca, dal Bucintoro (la particolare imbarcazione a remi) versava nel mare una ampolla di acqua benedetta e gettava un anello prezioso accompagnando il rito con le parole:
” Desponsamus te, Mare, in signum veri perpetique domini” (Sposiamo te, o Mare, in segno di vero e perpetuo dominio). La cerimonia si svolge ancor oggi con la massima solennità sempre nel giorno dell’Ascensione.

Con l’ anno 1000 in Dalmazia cominciò la presenza della Repubblica Veneta, contrastata sino al 1400 dagli ungheresi e dai signorotti croati. Zara si ribellerà sette volte al dominio della Serenissima. E Venezia, nel 1202, quando con la sua flotta porterà in Oriente i crociati (IV Crociata), li farà sostare davanti a Zara, conquistare la città, ed abbattere le sue mura. Venezia si fece saldare in questa maniera il residuo debito che i crociati avevano contratto nel pagamento dei noli per il trasporto.

A cominciare dal 1409, Venezia si estenderà stabilmente in Dalmazia. Era il 31 luglio quando i veneziani fecero la loro entrata a Zara, e: - il popolo prese a celebrarla come la sua festa e a poco a poco la santificò chiamandola la “Santa Intrada”-.

Il dominio di Venezia si stenderà lungo tutta la costa e progressivamente verso l’interno, consolidando la vittoriosa opposizione di San Marco contro i Turchi, durante le guerre di Candia (pace di Karlovitz
-1699) e di Morea (pace di Passarowitz-1718).

Il Rinascimento porterà sia in Dalmazia come nella Penisola, secoli di prosperità, con un fiorire delle lettere, delle arti, dei costumi.

Il dominio della Serenissima durerà ininterrottamente sino al 1797. Saranno quattro secoli di intensi scambi commerciali e culturali. L’Ateneo di Padova non solamente accoglierà i giovani dalmati, ma in quella Università vi saranno undici Rettori dei giuristi, sei degli artisti, quattro professori di filosofia, sette di diritto canonico e di dogmatica, uno di diritto civile, quattro di medicina, tutti provenienti dalla Dalmazia.

I dalmati - i “Fedelissimi Schiavoni” - costituirono anche il nerbo delle venete milizie oltremarine. Nella giornata di Lepanto furono presenti con sedici galere. Fra tutte ricordiamo quella di Traù comandata dal Sovracomito Alvise Cippico. A Traù, ancor oggi, si ammira il palazzetto di squisita fattura veneta della famiglia Cippico.


FINE DELLA REPUBBLICA VENETA

Quando le sorti della Repubblica veneta, di fronte alla meteora di Napoleone, volgevano al termine, nelle “Pasque Veronesi” dell’ aprile 1797, con i cittadini di Verona insorti, combatté un reparto di Schiavoni ed “i soldati oltremarini menano strage degli avversari”. Gli Schiavoni presidiavano Vicenza, Padova, Poveglia. Difesero il forte di Brondolo. In laguna, Alvise Viscovich, di Perasto, al comando della goletta “Annetta Bella” affondava il vascello francese “Liberateur d’Italie”.

Il 6 maggio 1797, nella incertezza che attanagliava il Maggior Consiglio, Francesco Pesaro, procuratore di San Marco, gridò all’ indeciso Doge Ludovico Manin “Tolè su el Corno [simbolo del potere ducale], e andè a Zara” (Prendete il Corno e andate a Zara). Cioè a Zara continuerete la Repubblica.

In quel “tremendo dodese de magio” (12 maggio) , gli Schiavoni , circa dodicimila, si imbarcarono lungo la Riva che ancor oggi conserva il loro nome, e con ripetute scariche di fucileria diedero il loro saluto alla morente Repubblica. Nel Maggior Consiglio, adunato in palazzo Ducale, qualcuno dei componenti, impressionato dalla fucileria, gridò “Sia mandata la parte”, cioè “ai voti”. Ed i “da mo’” (“da adesso”, cioè i decreti che avevano immediata efficacia) furono approvati sanzionando la fine della Serenissima.

A Zara, il 1° luglio di quello stesso anno, le insegne di San Marco vennero portate nel Duomo di Santa Anastasia e deposte sull’ Altar Maggiore, con solenne sfilata per le calli di tutta la guarnigione. Il sergente generale Antonio Stratico, in lacrime, baciò il vessillo. Dopo di lui i 160 ufficiali della guarnigione, seguiti da tutto il popolo. Ricorda Lorenzo Licini nel suo diario che: ”talmente delle lacrime rimasero bagnati i vessilli come se fossero stati immersi nell’acqua”.

Alle Bocche di Cattaro, il 27 agosto, con analoga cerimonia, le insegne di San Marco furono deposte nel Duomo di Perasto, ed il conte Giuseppe Viscovich pronunciò il suo celebre discorso. “Savarà da nu i nostri fioi e la storia del zorno farà saver a tutta l’ Europa che Perasto ha degnamente sostenudo sin all’ ultimo l’ onor del Veneto Gofalon”, (Sapranno da noi i nostri figli e, la storia farà sapere a tutta l ‘Europa, che Perasto ha degnamente sostenuto sino all’ultimo l’onore del Veneto Gonfalone). Infatti, per speciale concessione del Senato di Venezia spettava ad una guardia di abitanti di Perasto l’estrema difesa del Gonfalone di San Marco sulla ammiraglia, quando la flotta entrava in combattimento.

Il conte Viscovich continuò: “Per 377 anni la nostra fede, el nostro valor, l’ha sempre custodio, per terra e per mar... Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite, le stae sempre per ti, o San Marco...Ti con NU, Nu con TI...", ( Per 337 anni i nostri beni, il nostro sangue, le nostre vite sono state sempre per te, o San Marco...Tu con Noi, Noi con Te..). Il conte, inginocchiatosi davanti all’ Altare, rivolto al nipote che gli stava accanto gli disse: "Inzenocite anca ti, basile, e tienilo a mente per tutta la vita" (Inginocchiati anche tu, baciale e tienilo a mente per tutta la vita).


PERIODO FRANCO - AUSTRIACO

Dopo otto anni di dominazione austriaca, a seguito della pace di Presburgo che coronava la vittoria di Napoleone ad Austerliz, la Dalmazia passò ai francesi. Era il 19 febbraio del 1806 quando il generale Mattieu Dumas, lanciava da Zara il “Proclama”: “Dalmati! L’imperatore Napoleone, Re d’Italia, Vostro Re, Vi rende alla Vostra Patria [...] Il Trattato di Presburgo garantisce la riunione della Dalmazia al Regno d’ Italia....”.

Fu costituita la “Legione Dalmata”, quattro battaglioni, che nel gennaio del 1808 diventarono il “Reggimento Dalmata”. Combatté nelle campagne del 1809 e 1810 contro l’Austria e nel 1812 in Russia. A Malojaroslavez sostenne l’ultimo combattimento. Il 28 novembre ripassava la Beresina. Dopo settanta giorni di marcia raggiunse la Vistola. A Verona arrivarono il colonnello comandante Loriot, francese, e due battaglioni dalla forza di una scarsa compagnia ciascuno. Novecento erano i dalmati caduti. Dieci i decorati con la “Croce di ferro”, cinque con la “Legion d’ Onore”. Due soli torneranno dalla Russia: Leone Zavoreo di Zara, e Nicola Fontana da Castelnuovo di Cattaro.

L’Austria nel 1814 annesse il Veneto e Venezia, che perderà definitivamente nel 1866. Tornò anche in Dalmazia dove resterà sino al 4 novembre 1918, quando sarà occupata dall’ Italia dopo Vittorio Veneto. Cominciarono, così, i cento e più anni di dominazione austriaca. Nei primi decenni, in Dalmazia, Vienna mantenne gli ordinamenti e gli istituti di Venezia, progressivamente adattandoli alle nuove necessità. La vita nelle città della costa trascorreva assopita nel ricordo di Venezia, coltivato dalla nostalgia dei cosiddetti “Marcolini” (da San Marco, patrono di Venezia).

In quella apparente apatia si sviluppò la “Carboneria” con le due sette dei “Greci del silenzio” e dei “Guelfi”, introdotte in Dalmazia verso il 1812/13, attraverso l’isola di Lissa (allora occupata dagli inglesi) e dalla Romagna. L’Austria nel 1822 processerà 225 carbonari, per 26 ne “adombrerà” l’appartenenza, e segnalerà quali “sospette” altre 66 persone.

In Europa cominciava il risveglio delle nazionalità, e la simbiosi fra elemento italiano delle città della Dalmazia e quello croato delle campagne cominciò ad incrinarsi.

A Zagabria, nel 1832, Ljudevit Gaj pubblicava il giornale “Harvatske Novine” che ricordava a croati e slavi le loro origini, con interpretazione panslava. Ma non avendo gli slavi ancora una lingua comune, quasi contemporaneamente diede alle stampe la prima grammatica slava. I croati risposero immediatamente al richiamo. Cominciava la lunga lotta contro gli italiani della Dalmazia che si concluderà con la pulizia etnica del 1944-1945.

Il 1848 scosse l’Austria. Insorgevano Milano, Venezia, Vienna. A Venezia si costituì la Repubblica. Nicolò Tommaseo da Sebenico, e Leone Graziani da Spalato furono i triumviri che la ressero con Daniele Manin e Giovanni Battista Cavedalis.

I dalmati accorsero a Venezia. Matteo Ballovich da Perasto divenne Sovrintendente della nuova Marina Veneta; don Vincenzo Marinelli da Bol (isola della Brazza) cappellano Superiore delle milizie di terra; Enrico Germani da Sebenico, comandante dei trasporti; Demetrio Mircovich dalle Bocche di Cattaro, “Primo Medico” degli ospedali; Antonio Paulucci delle Roncole, da Zara, sarà ministro della Marina, poi della Guerra; Vincenzo Solistro, da Spalato, membro della Assemblea.

Luca Antunivich, don Luca Lazzaneo, Pietro Naratovich il 14 novembre 1848 lanciarono ai dalmati ed agli istriani un “Proclama”. “ Accorrete numerosi sotto le sospirate bandiere della santa guerra d’Italia [....]. Coopererete del pari alla redenzione dell’ Istria e della Dalmazia”. Venne costituita la “Legione dalmato-istriana”. Sette cadranno.

Travolta la Repubblica, fra i quaranta proscritti dall’Austria i dalmati: Nicolò Tommaseo, don Luca Lazzaneo, Demetrio Mircovich, Federico Seismit-Doda.

Anche a Roma, costituitasi la Repubblica Romana, i dalmati furono presenti. Giorgio Erzegovaz, era Aiutante di campo di Garibaldi, don Giuseppe Fama, Aiutante di campo del generale Antonini. Federico-Seismit Doda, di Ragusa, combatté a Porta San Paolo, ma era più conosciuto come autore de “La Romana”, l’inno dei difensori di Roma. “Cittadini, alfin l’Italia// chiama all’armi i suoi guerrieri// tuona a morte agli stranieri// la risorta libertà! // .......// Nuova gloria o infamia nuova // due sentieri l’ Italia ora ha: // o la morte o la Repubblica // o catene o libertà”.

Nel 1848 i moti rivoluzionari Italiani coinvolsero direttamente anche Vienna. I croati che facevano parte del regno d’Ungheria (dal 1102) e godevano di una limitata autonomia amministrativa, chiesero all’Imperatore una nuova e più salda unione in ogni senso del regno di Dalmazia in quanto, secondo le loro tesi la Dalmazia rientrava nel territorio concesso al regno di Croazia. Ma i dalmati, protestando “contro qualsivoglia proposta a deliberare che venisse fatta in nome della Dalmazia senza l’intervento di persone da essa deputate a legalmente rappresentarla” respinsero le pretese croate.

Nel marzo del 1860, Vienna istituiva un “Consiglio dell’ Impero” “rinforzato” con rappresentanti regionali. Ed i croati chiesero nuovamente l’annessione della Dalmazia alla Croazia, scontrandosi con la opposizione dei dalmati.

Nel 1859 gli italiani delle città della costa sentivano i fremiti garibaldini che percorrevano l’Italia. Anche se non era possibile costituire una legione come a Venezia, furono volontariamente presenti nelle campagne del 1859-60. Il nome di Garibaldi infiammava. Con lui furono in Sicilia Giorgio Caravà di Tenin, Marco Cossovich di Cattaro, che si battè a Calatafimi. Francesco Galateo pure di Cattaro comandò una compagnia della “Divisione Medici”, Enrico Matcovich di Spalato combatté durante tutta la campagna sino a Napoli. Poi Costanzo Cattalini da Spalato, Luigi Milanovich da Cattaro. Da Zara Antonio Paulucci delle Roncole e Luigi Seismit-Doda (fratello di Federico) che fu capo di Stato Maggiore della “Divisione Toscana”. Carlo Tivaroni da Zara raggiunse Garibaldi a Napoli e combatté a Civitella del Tronto. Zanghi Giacomo, anch’esso da Zara, si guadagnerà i galloni da sergente durante la battaglia di Milazzo. Ma uno in particolare va ricordato: Corrado Dobraz, di Ragusa, studente a Padova, che cercando di attraversare a nuoto il Mincio per arruolarsi con i garibaldini annegò nelle acque del fiume.

Vienna, per salvare all’ Impero l’ Istria e la Dalmazia giocò la carta croata. Da un lato sostenne le aspirazioni di Zagabria sulla Dalmazia, dall’ altro - così facendo - distolse i croati dal loro contestuale proposito di diventare il terzo Stato dell’ Impero che con quello dell‘ Ungheria, avrebbe potuto porre in minoranza la componente tedesca del regno d’ Austria. Vienna, con la riforma costituzionale del 1861, costituì le “Diete Regionali” ed alla prima elezione, quella della Dalmazia conseguì una maggioranza di ventinove italiani di fronte ad undici croati, ed a cinque italiani ed un croato nel “Consiglio dell’ Impero”. I due gruppi si qualificarono “autonomisti” gli italiani, “annessionisti” i croati.

Da quel momento cominciò la snazionalizzazione della Dalmazia, soprattutto attraverso i due strumenti forniti da Vienna: il maestro ed il prete.

Con la terza guerra di Indipendenza (1866) l’ Austria pose in stato d’assedio le città della Dalmazia, poiché sentiva vigoroso fra quegli italiani il convincimento di una prossima redenzione da parte dell’ Italia. A Spalato si preparavano i tricolori, e la città era pronta ad accogliere le navi d’Italia.

Sui campi di battaglia furono presenti ventotto dalmati, alcuni ricoprendo i massimi gradi, come Giorgio Caravà (che abbiamo già visto nella campagna del 1859/60), generale, comandante della XXV brigata “Ferrara”, poi Aiutante di campo del Re Umberto I. Fra quelli che avevano combattuto, Bucchia Tommaso da Cattaro, Carlo Tivaroni, decorato di medaglia d’argento al valor militare, e Luigi Seismit-Dosa ambedue da Zara, diventeranno deputati del Parlamento italiano. Il fratello di Luigi, Federico Seismit-Doda sarà ministro delle Finanze nel 1886 nel governo Crispi.

Ma la giornata di Lissa fu fatale per la italianità della Dalmazia. La lotta fra annessionisti ed autonomisti divenne serrata. I comuni italiani della Dalmazia - ottantaquattro - cominciarono a cadere uno per uno in mano croata. Alla Dieta Dalmata i croati progressivamente conseguirono la maggioranza. Quanto più l’ Austria ed i croati premevano sull’ elemento italiano, tanto più questi davano vita al nuovo fenomeno dell’ associativismo. Sorsero le Società ginnastiche, la Società del Tiro a segno, che trasformatasi nella Società dei bersaglieri adotterà la divisa del Bersagliere italiano, le Società Operaie di mutuo soccorso, le Società di Beneficenza, i circoli culturali, i Veloci Club, le Società di canottaggio,
dove l’elemento italiano faceva quadrato e coltivava le proprie speranze.

Progressivamente, nell’ultimo decennio dell‘800 la lotta fra autonomisti ed annessionisti si trasformò nel contrasto e nell’ antagonismo fra partito italiano e partito croato. Venne costituita la “Società Politica Dalmata” che fu la piattaforma sulla quale agivano le altre associazioni ed i vari sodalizi dai programmi, ufficialmente, meno impegnativi. Chiaro il programma della “Società degli studenti italiani della Dalmazia” che con i confratelli del Trentino e dell’ Istria si impegnerà a fondo nei fatti di Innsbruck (1904) e di Vienna (1908) per ottenere la istituzione di una università italiana a Trieste. In Dalmazia creerà biblioteche circolanti. Inviterà qualificate personalità della Penisola a tenere conferenze e lezioni. Diventerà la punta di diamante di ogni manifestazione patriottica.

Nel novembre del 1890, alla Dieta Dalmata, gli annessionisti croati avendo la maggioranza, deliberarono l’apertura a Zara di scuole croate. La città si oppose con una grandiosa manifestazione di protesta al Teatro Verdi. La cittadinanza era stata invitata ad intervenire con pubblici manifesti. “La storia di tutti i tempi è per noi: scuole slave entro le mura della nostra ducale città non esistettero mai; gli avi nostri hanno adoperata, e nei pubblici e nei privati negozi sempre la lingua italiana; e noi, non degeneri eredi dei nostri maggiori, vogliamo mantenuto questo santo retaggio [....] e non permettere che da nessuno venga manomesso giammai. [....] Sappiamo di combattere una grande battaglia; ma convinti della giustizia della nostra causa, affratellati all’ombra di quella sacra bandiera della nostra patria resa immortale da tanti secoli di storia gloriosa, ci arride la speranza che trionferanno i nostri diritti e assurgeranno più gagliardi i nostri entusiasmi”.

A ricordo di quella memorabile protesta, nell’ atrio del Teatro fu posta una lapide. ” In questa tempio dell’ Arte / confortati dal voto e dal plauso di tutte le parti / di Dalmazia / il XXX novembre MDCCCXC / convennero / duemila cittadini di Zara / a tutela dell’ avita lingua e civiltà italica”. Lapide che andrà distrutta con il teatro dai bombardamenti alleati del 1943-44.


I PRIMI DEL ' 900

I colpi di rivoltella dell’ anarchico Gaetano Bresci che il 29 luglio 1900 uccisero a Monza Re Umberto, furono dolorosamente intesi anche a Zara. Venne organizzato un Comitato e nove rappresentanti della Dalmazia furono presenti a Roma ai funerali. La Polizia austriaca avrebbe riferito: "Le manifestazioni di lutto furono nei giorni 8 e 9 m. corr. Importanti. Mentre nei primi giorni dopo il tragico avvenimento soltanto il Console italiano [dott. Silvio Milazzo] issò la bandiera con crespo di lutto a mezz’aria ed i sudditi italiani coprirono le loro abitazioni e locali d’affari con segni di lutto, una gran parte dei cittadini seguirono tale esempio nei giorni 8 e 9 corr. E specialmente i negozianti delle principali strade, Calle Larga e Calle Santa Maria, dove quasi tutte le vetrine dei negozi erano coperte da segni di lutto; mentre durante la Messa funebre nella Chiesa del Duomo al 9 corr. E durante tutto il giorno i negozi rimasero chiusi. In tale occasione si è specialmente distinta la locale Società “Unione Zaratina” che già il 31 u.s. espose nei locali sociali tre grandi bandiere nere ed issò a mezz’asta la bandiera sociale; tale esempio seguirono poi le Società “Operaia” e quella dei Bersaglieri".

L ’Imperial Regio Governo, con ordinanza del 26 aprile 1909 imponeva l’uso della lingua slava negli uffici pubblici. La protesta degli impiegati della Dalmazia fu immediata. Inviarono al Presidente del Consiglio, Riccardo barone de Bienerth il “Memoriale dei funzionari dello Stato di nazionalità italiana in Dalmazia”. 506 le firme, ed una nota precisava che erano anche “interpreti di tutti gli altri loro colleghi, dei quali manca la firma causa la brevità del tempo”. Ogni firma portava il nome, il cognome e la qualifica ricoperta.

Intanto nel 1891 in Dalmazia era sorta la “Lega Nazionale”, emanazione della ”Società Dante Alighieri“ che, non essendo ammessa sul territorio dell’ Impero austriaco operava attraverso la “Lega”. I soci delle Sezioni della “Dante Alighieri” di Zara, di Sebenico, di Spalato, di Cattaro, Cùrzola, Lesina, Almissa, per non incorrere nei rigori della polizia austriaca, e per non far mancare il proprio apporto alla “Dante”, erano iscritti presso la sezione di Udine.

La “Lega Nazionale”, sostenuta dalla personali contribuzioni degli italiani della Dalmazia, aperse giardini d’ infanzia e scuole elementari per mantenere e diffondere la lingua italiana. Nel 1908, a Spalato, la scuola maschile e quella femminile erano frequentate da 280 scolari, a Cùrzola 142 gli allievi fra maschi e femmine. Analoga frequenza nella scuola di Sebenico, ed altri 200 allievi nella scuola mista di tre classi a Borgo Erizzo, frazione di Zara. Gli insegnanti per la massima parte erano fatti venire dalla Penisola.

I colpi di rivoltella sparati da Gavrilo Princip sabato 28 giugno 1914 a Sarajevo, si ripercossero anche in Dalmazia, dove la notizia giunse nelle prime ore del pomeriggio del giorno successivo.

A Zara, la corsa ciclistica per il “Campionato regionale della Dalmazia” indetta dal Veloce Club Zaratino, venne sospesa in segno di lutto per la morte dell’ Arciduca Francesco Ferdinando e della moglie contessa Sofia Chotek. Fra i ciclisti che, dallo striscione di partenza dove già si erano allineati, rientrano in città vi era anche Francesco Rismondo. Il presidente-corridore del Veloce Club di Spalato. Egli, in quel momento iniziava il cammino che, primo fra gli irredenti, lo avrebbe portato al martirio.


LA I GUERRA MONDIALE

Gli zaratini sentivano che l’ Italia sarebbe entrata in guerra. I mesi della neutralità, con la incertezza
nell’ attesa delle decisioni di Roma, incidevano sugli animi. I richiami alle armi da parte delle autorità austriache alimentavano le preoccupazioni. Mentre ancora era possibile passare il confine ebbero inizio le fughe in Italia di coloro che intendevano indossare il grigio-verde.

Con il 24 maggio del 1915 le diserzioni divennero eroiche. Persecuzioni, internamenti, arresti, processi per alto tradimento non incrinavano la compattezza nella speranza che era fiducia. L’Austria, fra Zara, Spalato, Ragusa, Cattaro arrestò diciotto esponenti della comunità italiana e ne confinò altri tredici. Quattordici furono internati, tredici gli accusati di alto tradimento e dodici gli ostaggi.

In Italia avevano potuto riparare tempestivamente 216 giovani della Dalmazia che, volontari, si arruolarono nell’ esercito italiano. Altri 39 che non erano riusciti in tempo a passare il confine, una volta arruolati nei reparti austriaci, colsero ogni occasione per disertare, ed entrarono a far parte dell’ esercito italiano. Antonio Marussi, nel tentativo di passare dalle trincee austriache a quelle italiane nella zona di Peuma (Gorizia) venne freddato dal fuoco delle sentinelle austriache. L’ alfiere Matteo Tolja e Giacomo Salvi, ambedue di Zara, portarono con se i piani della difesa di Gorizia e delle imboccature delle gallerie. Servirono ai comandi italiani per la presa della città.

Eccezionale l’ avventura di sette dalmati che disertando nel 1916 sul fronte della Galizia vennero portati dai russi in un campo di raccolta. Ma, nell’ attesa di essere invitati in Italia, furono coinvolti nella rivoluzione sovietica. Abbandonati a se stessi, attraversando la Siberia con mezzi di fortuna, raggiunsero Harbin in Manciuria. Proseguirono attraverso la Cina ed il 18 giugno 1918 erano a Pechino. Qui entrarono a far parte del reparto italiano che presidiava la Legazione d’ Italia. Dopo un paio di settimane sarebbero stati trasferiti a Tien-Tsin dove stava sbarcando il “Corpo italiano di Spedizione Estremo Oriente” (C.I.E.O). Il 15 settembre 1918 prestarono giuramento di fedeltà al Re d’ Italia. Mentre la guerra in Europa si concludeva essi, sino al giugno 1919, combatterono i bolscevichi sul fronte siberiano. Riapprodarono a Zara l’ 8 febbraio 1920.

Durante la Grande Guerra caddero venti dalmati. Conquistarono una medaglia
d’oro al Valor Militare, quella assegnata a Francesco Rismondo, il presidente corridore del Club ciclistico di Spalato. Nell’aprile del 1915 aveva passato il confine a Trieste. Il 16 giugno si era arruolato nell’esercito italiano. Dopo molte insistenze era riuscito a farsi inviare al fronte con l’VIII Battaglione ciclisti dell’VIII Reggimento bersaglieri che prese posizione di fronte alle trincee austriache di Cima 4 del monte San Michele. Conquistata la cima, sarà travolto dal contrattacco austriaco del 21 luglio e scomparirà nella mischia. Per anni nulla si seppe della sua sorte. Gabriele d’Annunzio lo chiamerà “L'Assunto di Dalmazia”. Riconosciuto dagli austriaci come disertore irredentista, il 10 agosto 1915 era stato giustiziato dall’ Austria. Precedette sulla via del martirio Fabio Filzi, Nazario sauro, Cesare Battisti.

Dieci furono i decorati di medaglia d’argento al Valor Militare, nove con quella di bronzo.

L’Italia era entrata in guerra il 24 maggio 1915 dopo aver sottoscritto il 26 aprile un patto, detto “Patto di Londra”, con Francia, Inghilterra e Russia, nel quale erano state definite le annessioni territoriali che le sarebbero spettate a guerra vittoriosamente conclusa. Nel Trentino l’Alto Adige, poi l’ Istria compresa nella cerchia delle Alpi Giulie, e lungo il litorale adriatico la Dalmazia settentrionale dal Canale della Morlacca a Punta Planca (ovest di Traù) con una profondità di territorio massima di quaranta chilometri in linea d’aria. Non era prevista l’ annessione né di Fiume, né di Spalato. Invece sarebbero state annesse le isole antistanti al tratto italiano della costa e, più a sud, il gruppo delle Curzolari con Lissa. Il Patto era segreto.

Ma Nikola Pasic, presidente del Consiglio del Regno di Serbia, ne venne a conoscenza verso la fine di quell’anno o subito ai primi del 1916 per degli “spandimenti” della diplomazia inglese. Avvertì il proprio ministro a Parigi Miloard Vesnic (serbo) che, a sua volta informò Ante Trumbic (croato). Costui organizzò i Comitati Jugoslavi all’estero per svolgere una intensa campagna propagandistica presso le cancellerie e Ministeri degli Esteri di Londra, di Parigi ed negli Stati Uniti in favore di quel nuovo Stato di Jugoslavia che ancora doveva sorgere dalla dissoluzione dell’ Impero austriaco.

I bolscevichi, verso la fine del 1917, pubblicarono i trattati segreti firmati dal Governo Zarista, ed il 13 febbraio 1918, l’ onorevole Giuseppe Bevione rese noti, alla Camera dei deputati, i termini del Patto di Londra, anche se in modo non preciso. I dalmati residenti a Roma, di fronte alla limitata parte della Dalmazia che sarebbe stata assegnata all’ Italia, il 16 febbraio protestarono pubblicamente. “ La restituzione della Dalmazia all’ Italia, richiesta da imprescindibili ragioni di sicurezza del suo mare - poiché questa sponda, quelle isole, patrimonio della Nazione, ne costituiscono i baluardi marittimi naturali - è soprattutto una necessità storico-nazionale, un diritto che l’ Italia deve affermare e sostenere strettamente “. E, profeticamente, aggiungevano: “ Rinunziadovi l’ Italia verrebbe meno alla sua missione nazionale; abbandonerebbe una così nobile parte di sé al sacrificio estremo; vedrebbe sparire dalla sponda orientale adriatica le sue tradizioni, la sua lingua, la sua civiltà”.


ZARA ITALIANA

Il 4 novembre 1918, la torpediniera AS 55 sbarcava a Zara il primo reparto italiano: due plotoni del 225° Reggimento di fanteria della Brigata Arezzo. Nello stesso giorno altre navi raggiungevano le isole di Lissa, Làgosta, Mèleda e Cùrzola. Il 6 novembre Sebenico e successivamente le isole antistanti. Il 15 novembre reparti italiani sbarcavano a Lèsina ed il 21 sull’ isola di Pago.

I territori occupati venivano affidati alla amministrazione militare del vice-ammiraglio Enrico Millo di Casalgiate, nominato Governatore della Dalmazia.

A Parigi il 18 gennaio 1919 si aprì la Conferenza della Pace. Ma in quella sede gli alleati, e soprattutto gli Stati Uniti d’America, non tennero in alcun conto il Patto di Londra. Nessun peso sembravano avere i 680.000 morti.

Wilson, Clemenceau, Lord George rifiutarono di riconoscere i diritti dell’ Italia sulla sponda orientale dell’ Adriatico, e gli impegni sottoscritti a Londra tre anni prima. Il rinunciatarismo si diffondeva in Italia, stanca dopo quattro anni di guerra.

Gli italiani di Spalato - nel cui porto stavano alla fonda navi inglesi, americane, francesi ed italiane - di fronte alle incertezze della loro sorte, nel marzo del 1919 inviavano un appello ai Quattro Grandi. “Le nostre anime oppresse da nuovo sconforto, erompono verso di Voi in un impeto solo che nella voce ha lo schianto di tutti i nostri morti e l’ angoscia di tutti i viventi, in una sola parola di invocazione, di incitamento e di speranza; che la nostra città fedele fra tutte, per le sue tradizioni romane e italiche veda finalmente spuntare sul mare nostro l’aurora della sua redenzione, e compiendo i nostri voti più ardenti riallacci la sua alle gloriose fortune d’ Italia.....”.

Il 3 settembre del 1919, a Versailles, venne firmato il Trattato di Pace con l’Austria-Ungheria, ma non fu possibile definire le frontiere orientali dell’ Italia con il nuovo Stato dei Serbi-Croati-Sloveni (poi Jugoslavia), sorto dal crollo dell’ Austria-Ungheria, e che pretendevano la linea di confine all’ Isonzo.

L’Italia, quindi, dovette confrontarsi direttamente con i rappresentanti jugoslavi, ed il 13 novembre 1919 sottoscriveva il Trattato di Rapallo. Di tutta la Dalmazia che gli alleati si erano impegnati di riconoscere all’Italia, Roma riusciva con estrema difficoltà ad ottenere sulla costa la città di Zara (51 Kmq di territorio con 17.065 abitanti) e verso il basso Adriatico l’isola di Lagosta con alcuni isolotti adiacenti (53 Kmq e 1710 abitanti).

Nuovamente i dalmati fecero sentire le loro proteste “contro la rinuncia che il Governo del Regno ha fatto dell’ intera Dalmazia in favore d’altro Stato che incarna gli interessi di un popolo con il quale gli italiani dalmati sostennero titaniche lotte per il diritto d’ Italia”. E concludevano con “il voto che il destino, più saggio e più giusto degli uomini, storni dalla grande, dalla generosa, dalla magnifica Nazione italiana, sempre superiore a chiunque la governi, la consumazione della terribile minaccia che dall’ Adriatico, consegnato ad altri, ormai, perennemente le incombe”.

Zara, con regio decreto 18 gennaio 1923 n. 54, venne costituita provincia. Divenne un pegno ed il punto di riferimento per i residui nuclei d’ Italiani che erano rimasti nelle altre città ora sottoposte alla Jugoslavia, e dalle quali a seguito del Trattato di Rapallo, in circa diecimila avevano preso la via dell’ esilio in Italia.

La città affrontò con determinazione quella anomala situazione, anche territoriale, assolvendo il compito di affermare il nome d’ Italia.

Dopo le accese giornate della “Passione Adriatica”, che avevano travagliato l’Italia durante le trattative della Pace, il nome di Zara corse ancora sulle bocche degli italiani. Questa volta per le vittorie dell’ armo a otto della Canottieri “Diadora”.

La “Diadora”, che era associata al Rowing Club italiano (la Federazione di allora), nel 1911 si era presentata ai Campionati italiani, ed a Como aveva vinto il titolo di Campione d’ Italia nella yole ad otto. Ma non le venne riconosciuto, perché i vogatori erano ... cittadini austro-ungarici.

Redenta Zara, la “Diadora” nel 1920, nel 1921 ed ancora nel 1922 vinceva il campionato d’Italia nella yole ad otto e nel 1923 nell’otto fuori scalmo. In questo stesso anno conquistava per l’Italia il titolo di Campione d’Europa. Nel 1924 difendeva a Parigi, alla VIII Olimpiade, i colori dell’Italia, nel fuori scalmo ad otto. L’imbarcazione, sino ai 1200 metri, era in testa. Ma un incidente al carrello ruppe il ritmo. Scivolò all’ultimo posto. Però riprese e tagliò il traguardo dopo gli Stati Uniti ed il Canadà.

Fra le due guerre mondiali, altri atleti di Zara affermarono il nome della città in Penisola, ed imposero quello d’Italia nelle competizioni internazionali. Nove atleti - Ausonio Alacevich nella palla ovale, Lucio Benevenia nella pallacanestro, Gabre Gabric nel disco, Ottavio Missoni (oggi lo stilista) nei 400 m. piani e ad ostacoli, Antonio Sarovich nell’asta, Bruno Testa ed Antonio Vukasina nel giavellotto, Gino Treleani e Gino Nadali nella vela - vestirono complessivamente per cinquantasette volte la maglia azzurra.

Fra il 1920 ed il 1940 Zara, per quattro volte, proporzionalmente al numero dei suoi abitanti contribuì più delle altre province d’ Italia per la lotta antitubercolare nelle annuali campagne del “Fiore e della doppia Croce”.

Il 5 giugno 1932 le donne di Zara donavano la Bandiera di combattimento al nuovo incrociatore da 10.000 ton., lo “Zara”. Sul complesso di prora, in lettere cubitali di bronzo la nave portava il motto “Tenacemente”. Avverbio che scolpiva nella sua sintesi tutta la volontà, la dedizione, la forza morale dei dalmati.

Quando, nel 1936, per la guerra d’Etiopia, fu necessario opporsi alle sanzioni economiche che gli altri Stati avevano imposto all’ Italia, nuovamente Zara fu la provincia che, sempre in relazione al numero dei suoi abitanti, donò alla Patria più oro delle altre provincie.


La guerra d’Etiopia venne intesa a Zara come un dovere. Un dovere verso quei 680.000 morti che, vent’anni prima, per redimerla avevano sacrificato la loro giovinezza. Ora, per la prima volta dopo quel conflitto, l’ Italia chiamava a raccolta. Ed i dalmati volontariamente risposero. Sei caddero. Quattro furono le medaglie d’ argento al Valor Militare, cinque quelle di bronzo.

Zara, sensibilizzata dalla sua posizione di isolata testa di ponte verso oriente, sentì la contrapposizione ideologica che si scontrava sui campi di Spagna come una crociata in difesa della civiltà europea. Era l’ Occidente ad essere minacciato nel Mediterraneo dal nuovo mostro, il comunismo. I giovani di Zara risposero al nuovo appello, ed ancora una volta combatterono per la difesa della civiltà latina. Anche sui campi di Spagna caddero in sei. Cinque le medaglie d’argento al Valor Militare, due le medaglie di bronzo.


LA II GUERRA MONDIALE

Con la dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, gli zaratini compresero di trovarsi in prima linea. Quando le ostilità con la Jugoslavia apparvero imminenti, si prepararono al confronto. Sfollati anziani, donne, bambini entro il 6 aprile 1941 affrontarono l’assedio. Zara fu l’unica città d’Italia ad essere assediata durante la seconda guerra mondiale. Quegli zaratini che non erano stati richiamati si presentarono volontariamente al Comando Presidio e costituirono una apposita compagnia. Altri indossarono la divisa della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.). Poi, il 12 aprile ruppero
l’ assedio e passarono il confine.


Fu la breve stagione della seconda Redenzione. Era la rivincita sul Patto di Londra del 1915, sul Trattato di Rapallo del 1920. Le terre dalmate - Regio decreto - legge 18 maggio 1941-XIX, n. 42 - venivano annesse all’ Italia. Spalato e Cattaro diventavano nuove province d’ Italia. Quella di Zara ampliava il proprio territorio. Veniva costituito il Governatorato della Dalmazia, retto da Giuseppe Bastianini e successivamente da Francesco Giunta.

Durante il conflitto 1940-1945, gli zaratini ed i dalmati che - volontari, richiamati alle armi, classi di leva - combatterono su tutti i fronti di terra, del mare, dell’ aria, furono circa 3.700. Caddero in 324. Con l’ 8.75 per cento di perdite della forza alle armi, con 8 medaglie d’ Oro al Valor Militare, con 42 medaglie d’ argento, con 52 di bronzo, con 115 croci di guerra al valor militare, avevano - ancora una volta - dimostrato la loro devozione alla Patria.


PULIZIA ETNICA

Nei giorni immediatamente successivi all’ 8 settembre 1943, a Cattaro la divisione “Emilia” combatté per tre giorni contro i tedeschi. A Ragusa i tedeschi entrarono il 10 dopo alcuni scontri. A Spalato i partigiani precedettero i tedeschi e vi rimasero dal 10 al 27. Anche a Sebenico i partigiani precedettero i tedeschi, ma si ritirarono il giorno successivo. A Zara i tedeschi entrarono il 10 ed i partigiani non vi avrebbero posto piede sino al 31 ottobre del 1944.

I titini restarono a Spalato per diciassette giorni. Il 18 settembre, con un manifesto annunciarono che il Tribunale militare aveva condannato a morte ventidue persone e che la sentenza era già stata eseguita. Il 23 settembre un secondo avviso annunciava la fucilazione di altre sette persone.

I tedeschi superarono la resistenza partigiana il 27, ed il 1° ottobre a Treglia (Trlj) decimavano gli ufficiali della divisione “Bergamo” per aver trattato con partigiani ed aver loro ceduto armi e magazzini. Quarantasette furono fucilati.

Il 9 ottobre, Maria Pasquinelli, insegnante a Spalato, otteneva dal Comando Piazza tedesco di procedere alla riesumazione ed al riconoscimento delle salme dei condannati a morte dal Tribunale militare partigiano. Dalla prima fossa, che secondo gli avvisi doveva contenere ventidue cadaveri, ne vennero esumati trentanove. Dalla seconda fossa, al posto delle sette salme, vennero dissepolte ventiquattro. In una terza fossa, della quale nessuno aveva dato notizia, furono trovati i corpi di quarantadue fucilati. I morti complessivamente ammontavano a centoquindici.

Non è stato possibile precisare il numero di coloro i cui corpi non vennero mai trovati. Il Capo gabinetto del Prefetto di Spalato, dottor Scrivano, asserì di aver visto prelevare notte tempo, dal carcere dove era detenuto, non meno di duecentocinquanta persone.

Da una indagine, effettuata dopo la guerra, si sono potuti individuare “nominativamente” nella zona di Spalato - Traù 53 civili e 43 guardie di pubblica sicurezza uccisi dai partigiani. Ma ancor prima dell’ 8 settembre la pubblica sicurezza aveva avuto 6 morti, i carabinieri 10, e la guardia di finanza 15.

Nelle altre località della Dalmazia, al di fuori di Zara, Spalato e Traù, sono stati “nominativamente” identificati 44 civili, 18 guardie di pubblica sicurezza, 16 guardie di finanza e 30 carabinieri uccisi dai titini.


LA DISTRUZIONE DI ZARA

Ancor oggi non è stato possibile comprendere la ragione ed i motivi di ordine militare che indussero gli alleati a distruggere con 54 bombardamenti la città di Zara, un obiettivo di poco più di un kmq., sul quale sganciarono non meno di 584 tonnellate di bombe, pari a 54 chilogrammi di esplosivo per ogni 100 metri quadrati (metri 10 x 10). Zara non era una base di rifornimento per le divisioni tedesche che operavano nell’ interno della Jugoslavia. La città non era collegata con alcuna ferrovia. Il suo porto era più che altro turistico. Sulle sue banchine non potevano attraccare più di due piroscafi alla volta e di stazza non superiore alle 2.500 tonnellate. Eppure venne distrutta.

Tito, servendosi degli alleati, aveva tolto dal fianco della Jugoslavia quella spina d’italianità, che sino a quel momento aveva contrastato l’avanzata croata sulla sponda orientale dell’ Adriatico.

Il numero dei morti sotto i bombardamenti di Zara non è determinabile. Il primo bombardamento del 2 novembre 1943 causò circa 200 vittime ed altrettante il secondo del 28 novembre. Imprecisato, ma elevato il numero di feriti.

Dopo il secondo bombardamento la popolazione abbandonò la città rifugiandosi nelle campagne, nei paesi vicini. Gli uffici anagrafici cessarono di funzionare, all’ Ospedale Provinciale i morti non vennero più registrati. Le salme quando possibile venivano sepolte in fosse comuni. Ed il Capo della provincia, Vincenzo Serrentino, dopo il terzo bombardamento (16 dicembre 1943) poteva riferire soltanto in via di larga approssimazione che i morti sarebbero stati una sessantina.

Tenendo presente che i 54 bombardamenti durarono sino al 31 ottobre del 1944, pensando a quanti sono scomparsi in mare proiettati dalle esplosioni, a quelli che morirono nelle località intorno a Zara, alle imbarcazioni mitragliate, a quelle affondate, a quelli che fuggendo dal rogo della città vennero dilaniati dagli spezzonamenti, si può ragionevolmente ritenere che i morti si siano aggirati sulle 2.000 persone.

La pulizia etnica della Dalmazia, iniziata con l’esodo di circa diecimila dalmati dopo la firma del Trattato di Rapallo, era stata sanguinosamente completata.

A Zara, fra quelle poche migliaia di sopravvissuti su una popolazione, in origine, di 22.000 abitanti, dopo l’ingresso dei titini (31 ottobre 1944) e cessati i bombardamenti aerei, vennero soppresse 180 persone “nominativamente”.

Fra quanti furono uccisi dai titini, anche due prefetti di Zara.

Vezio Orazi, caduto il 26 maggio 1942 in una imboscata vicino alla città. Con lui il capitano dei carabinieri Umberto Buonassisi, il tenente di artigliera Giacinto Trupiano, un maresciallo di pubblica sicurezza e sette artiglieri.

L’ altro prefetto, Vincenzo Serrentino, nominato Capo della provincia dalla autorità della Repubblica Sociale Italiana il 2 novembre 1943, resse le disperate sorti degli ultimi tredici mesi di Zara italiana. Su ordine del Ministero dell’ interno di Salò abbandonava la città il 30 ottobre 1944, riparando a Trieste. Il 5 maggio del 1945 veniva catturato dai titini che avevano occupato il capoluogo giuliano. Condotto a Sebenico, dopo due anni di carcere, fu condannato a morte. La fucilazione venne eseguita il 15 maggio 1947.


DIASPORA

Quando le armi cessarono di sparare, a Zara ed in Dalmazia continuò il sacrificio. I zaratini ed i dalmati, sradicati dalla loro città cercarono rifugio e salvezza in Italia. Quanti ebbero la sorte di sopravvivere attesero, nel tormento della speranza, che la domanda di opzione per conservare la propria cittadinanza italiana, presentata come ultimo e disperato gesto d’orgoglio, fosse accolta dalla autorità titine.

Ma anche coloro che avevano avuto la sorte di trovare rifugio in Penisola, pur se italiani di nascita, pur se combattenti, pur se mutilati o decorati di guerra, per restare italiani dovettero presentare la domanda non alle autorità italiane, ma a quelle consolari jugoslave.

In quegli anni, a questi suoi figli d’oltre Adriatico, esuli in Patria, l’Italia poteva offrire solamente lo scarso aiuto dei campi di raccolta. Gli esuli non se ne adontarono. Si adontarono, invece, e si ribellarono, quando il Ministero dell’interno intese schedarli, prendendo a ciascuno le impronte digitali. In ogni modo ed il prima possibile, anche con i lavori più umili, cercarono d’ inserirsi nel processo ricostruttivo dell’ Italia.

Molti ci riuscirono, dimostrando adattamento, volontà, capacità. Altri scelsero la via dell’ Australia e dell’ America, di terre lontane dove non fosse un delitto essere italiani e dalmati. In questa diaspora furono accompagnati dagli Istriani, la cui storia parallela, racconteremo. Dove si fermarono si affermarono, mantenendo in Patria ed all’estero intatta la loro fede, la loro dedizione, il loro credo.

Così il 5 novembre 1953 cadeva a Trieste sotto il piombo della Polizia del Governo Militare Alleato (G.M.A.), Pierino Addobbati, sedicenne figlio di un medico di Zara, durante una manifestazione per il ritorno della città all’ Italia.

Il 13 luglio 1979, i terroristi abbattevano a Roma il tenente colonnello dei Carabinieri Antonio Varisco, di Zara. Alla sua memoria il Governo concesse la medaglia d’oro al Valor Civile.

In quello stesso anno, il capitano Enrico Barisone, figlio di una zaratina e nato a Zara, restava gravemente ferito in provincia di Nuoro nella lotta contro il banditismo. Venne decorato con la medaglia d’ Oro al Valor Militare.


Per ricordare le tante pagine della secolare fedeltà della Dalmazia all’ Italia.

Per ricordare i dalmati presenti in tutte le fasi del Risorgimento italiano.

Per ricordare i dalmati che indossarono il grigio-verde durante il secondo conflitto mondiale.

Per ricordare l’abnegazione dei dalmati durante il secondo conflitto mondiale.

Per ricordare il tributo di sangue che Zara e le altre città della Dalmazia hanno dato all’ Italia.

Per ricordare che nel globale annientamento di Zara sotto i bombardamenti, innnumerevoli atti di vero ma sconosciuto valore sono stati consumati.

 RAIXE VENETE - el jornale dei Veneti    »   fa' de RaixeVenete.net la to pajina inisiale!