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Martedì, 18 Maggio 2004

Il titolare: «Niente meridionali e stranieri. Razzista? Macché: piatti e clienti sono regionali, per farsi capire serve il dialetto»

Bassano
Da settimane sta cercando un cameriere e un aiuto cuoco per la stagione estiva in un ristorante della zona del monte Grappa, a pochi passi da Romano. Ma nonostante le decine di contatti Valerio Agostino, titolare della trattoria El Brigante , non ha ancora trovato chi faccia al caso suo. E si capisce, perché a lui non interessano né l'esperienza né la capacità di portare in tavola sei piatti al colpo, né il diploma o l'abilità di affettare a raffica carote e zucchine. L'unico requisito richiesto è che il personale sia di lingua veneta, «visti i piatti solo veneti», come recita il suo annuncio apparso su un giornalino locale.

Lingua veneta, cioé «vicentino, bassanese, veneziano, bellunese, ma va bene anche il trentino e il friulano,parché se capemo lo steso», specifica lui, 52 anni, camicione a scacchi e parlata veneta che va subito al sodo. Albanesi, marocchini, indiani, russi? Vade retro. Niente immigrati e porta chiusa pure ai meridionali, «perché ognuno ha le sue abitudini e sta bene a casa propria».

Eppure, nonostante i preamboli, Agostino nega di essere razzista e glissa anche sulla sospetta appartenenza alla Liga. Lui, che è bassanese doc («sono nato tra il Ponte Vecchio e il Ponte Nuovo, più bassanese di così...») e fa parte del gruppo Aque slosse, un'associazione nata per preservare il patrimonio dialettale e culturale locale, spiega semplicemente che il suo locale «a cucina tipicamente veneta» e un cameriere «foresto», cioè extra-veneto, non possono proprio andare d'accordo.

Ed ecco come la mette giù: «La mia è una trattoria classica, con pietanze nostrane: polenta e sc-usi (lumache), formajo del Grappa, fasoi en salsa, poenta e sopresa, pojastro rusticheo col tocio e per dolce facciamo laputana, che è una torta di pane e canditi. E veneta è anche la mia clientela, che d'estate viene sul Grappa da Venezia, Padova, Udine, Vicenza. Tutto ceto medio, nessuno è aristocratico. E allora si parla dialetto, dall'antipasto alrasentin de graspa. Me lo spiega come faccio a mandare ai tavoli uno che viene da Napoli? E poi anche io e mia moglie Donella parliamo dialetto, perché con l'italiano a voltem'embalbeto.Insomma, tra tra nostra gente ci si capisce di più».

Chiaramente la sua singolare richiesta fa inalberare non pochi aspiranti camerieri, specie i "forestieri". Agostino racconta di uno, con accento del Sud, che lo ha chiamato arrabbiatissimo: «Ma come fa a cercare gente di lingua veneta? Il veneto non è una lingua», lo ha investito, dandogli del razzista. «Non è una lingua? Quel signore si sbaglia di grosso - si risente Agostino -. Il veneto è la settima lingua del mondo e non lo dico io: l'ho letto sull'Economist, in un articolo apparso pochi giorni fa su Internet. E sa perché il veneto è così parlato? Perché le colonie dei nostri conterranei hanno attecchito in ogni angolo del mondo». Suona strano, che un fanatico del vernacolo legga i quotidiani inglesi e navighi in rete Ma lui taglia corto: «Quatro ambe strache le tiro fora anca mi».

La moglie Donella spunta dal banco con il grembiulone nero e annuisce: «Noi crediamo che sia giusto tener viva la tradizione. E la nostra è la più bella che ci sia». Tanto per non smentirsi, nella trattoria il buon Agostino ha ricavato pure un angolo riservato ai cultori della grappa (ce ne sono di 150 tipi) e lui è stato anche eletto presidente dell'Anag, l'associazione nazionale assaggiatori di grappe. Sul muro una scritta, tanto per non smentire la "politica" aziendale: «Chi no fuma assa l'odor dea cortesia».

L. Lorenzini

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