STANPA
La moda a Venezia Giovanna Pastega
tratto dal sito http://www.mondoveneto.com
La moda trovò a Venezia la sua cornice ideale e tra i veneziani i più attenti estimatori. Per “essere alla moda” nel vestire, nello sfoggiare i gioielli più preziosi alcune famiglie andarono letteralmente rovinate, tanto che lo stato veneziano dovette provvedere ad emanare leggi contro gli sperperi causati dalla passione per la moda e istituire, per frenare tra i patrizi veneziani la “gara” allo sfarzo più sfrenato, una apposita magistratura. Già sul finire del secolo XIII la Repubblica Serenissima si trovò a dover emanare una legge contro il lusso (2 maggio 1299); il procedimento penale era affidato agli Avogadori de Comun mentre i Signori di Notte erano incaricati di riscuotere le multe. Così nel 1476, dopo numerose altre leggi emanate in diverse circostanze, una legge del Maggior Consiglio ordinò al Senato di procedere alla nomina, ogni tre anni, di tre nobili, incaricati di far rispettare le leggi suntuarie, di istruire processi e di riscuotere le multe. Soltanto nel XVI secolo, nel pieno dello splendore e della ricchezza per la Serenissima Repubblica, e più esattamente l'8 febbraio 1514 viene istituita una apposita magistratura per contrastare gli eccessi del lusso: sono i Provveditori alle Pompe, tre magistrati rinnovati ogni due anni, che avevano il compito specifico di provvedere a correggere i cattivi costumi introdotti dall'estero, ad intervenire sulle spese superflue e a sorvegliare sulle prostitute. Tutta l'attività di questa magistratura trova riscontro nei fascicoli processuali e nelle disposizioni contenute nei volumi ancor oggi conservati all'Archivio di Stato di Venezia. I Magistrati alle Pompe ebbero sede a Rialto sopra l'Ufficio delle Rason Nuove. Un altro loro ufficio si trovava invece a Palazzo Ducale nel porticato del cortile, dove esiste ancor oggi una bocca di Leone (le così dette “bocche delle verità” dove venivano imbucate le denunce segrete), sopra la quale sono scolpite queste parole: “Denontie secrete / in materia d'ogni / sorte di pompe / cadauna persona” (denunce segrete in materia di ogni sorta di sfarzo su ciascuna persona). Se il Governo veneziano fu sempre attento a castigare gli sprechi e gli eccessi provocati dalla passione per la moda, anche la Chiesa spesso e volentieri si trovò ad intervenire per cercare di mettere un freno alle vanità e alle esagerate ostentazioni di lusso e ricchezza dei patrizi veneti. Lorenzo Giustiniani, primo patriarca di Venezia, nel 1437 intimò alle donne, sotto pena di scomunica, che non dovessero più portare abiti di seta, trecce finte e perle tra i capelli, abiti con la coda e tessuti d'oro e d'argento. Ma tale era la passione veneziana per queste ed altre novità della moda che fu praticamente impossibile mettervi un freno, tanto che, per evitare troppe scomuniche, il Governo si dovette rivolgere al Pontefice, che alla fine concesse alle donne alcune deroghe. Ma anche il Governo veneziano dovette fare delle eccezioni alle regole imposte dalle leggi suntuarie. In alcuni casi infatti, specie per lo svolgimento di feste solenni, fu concesso alle donne di sfoggiare accessori alla moda, altrimenti vietati, come zoccoli alti (utilizzati per slanciare la figura), capelli posticci e strascichi. Le proteste delle nobildonne contro le imposizioni sancite dalle leggi suntuarie da parte Governo diedero luogo talora ad azioni di protesta piuttosto vivaci. Come attesta Marin Sanudo- il più famoso dei cronisti veneziani - nei suoi Diari alla data 1 luglio 1499, alcune nobili veronesi, inferocite per le restrizioni in fatto di lusso che proibivano l'uso dell'oro e dell'argento nelle vesti e negli ornamenti, fecero apporre scritte ingiuriose contro i tutori delle leggi, tanto che arrivarono persino a Venezia alcuni oratori di Verona, come Andrea Pelegrin e Ogniben di Bra, a lagnarsi per aver dovuto leggere delle scritte del tipo “bechi fotui no vedè quelo che gavè in casa” (cioè “fottuti cornuti non vi accorgete di quello che avete sotto gli occhi”).
La passione per la moda fu sempre per le donne veneziane molto grande, tanto che le patrizie, ma non solo, fra loro abitualmente facevano a gara per sfoggiare abiti sempre più sfarzosi, intessuti di pietre preziose, di perle e di ori. Di contrasto, le leggi suntuarie, che cercavano di mettere un freno agli eccessi modaioli del popolo veneziano, si susseguirono per tutta la durata della Repubblica. Ad esempio, tra il 1706 e il 1707 a Venezia fu proibito alle donne nobili e alle cittadine di indossare abiti colorati nei luoghi pubblici, imponendo invece l'uso di abiti rigorosamente neri. Da tale imposizione erano esentate soltanto le “novizze” (cioè le donzelle da marito) ma anch'esse, una volta sposate, dovevano poi sottostare alle leggi “del nero”. Il nero, dunque, divenne in qualche modo un colore di “distinzione” sociale. Fu infatti proibito a tutte le altre donne, specialmente alle cortigiane e alle donne del popolo. Il nero divenne così il colore della nobiltà, tanto che fu reso obbligatorio anche per gli abiti dei nobiluomini, qualsiasi età avessero. Se da un lato le leggi suntuarie a Venezia tesero sempre a mettere un freno deciso alle mode, dall'altro lato i veneziani - com'è ovvio - cercarono in ogni modo di disattendere tali costrizioni. Pensate ad esempio, alla magnifica scena della commedia cinquecentesca “La Venexiana”, dove la nobildonna Angela, vedova e quindi costretta a vestire di nero e a non portare alcun gioiello, nasconde sotto il vestito una piccola “zogia” (gioiello) per quieto vivere della sua vanità femminile ( La Venexiana Atto III Angela e Giulio: ANGELA- Figlio caro, dolce, bello, d'oro, dal momento che ti ho donato il corpo e la vita, voglio che per amor mio tu accetti anche questo piccolo dono: questa catenina d'oro, che sempre è stata compagna della tua tettina, e questo smeraldino: l'uno, perché tu ti ricordi che sei legato a me per sempre; l'altro, perché tu sappia che l'amore mio esige che tu non tocchi altra donna che viva. E, ti prego accettali con lo stesso sentimento col quale io te li dono. E, in ricompensa di ogni cosa, non voglio che un solo bacetto da te.”) A Venezia imperò per secoli (fin dal Rinascimento) la moda francese, che toccò il suo culmine proprio nel settecento, sicuramente con ritocchi fatti agli abiti da lavoranti veneziani (Goldoni Memoires parte III, XXXVII) che però vestivano nobili e cittadine anche alla “todesca, alla polacca, alla moscovita, all'inglese e persino alla cinese e alla persiana”. Un esempio di abito di gala femminile “alla francese” molto di moda nel settecento, è “l'andrienne”, che prese il nome da una commedia di Michel Boyron detto Baron (1653-1729), L'Andrienne, rappresentata nel 1703 dalla celebre attrice Marie Carton Daucourt (1685-1780) soprannominata Mimì, che era apparsa in scena con un abito lungo adornato da un pannello sciolto che le pendeva dalle spalle. Inizialmente di taffetà o satin leggero, durante il '700 quest'abito fu confezionato con i più svariati tipi di stoffe,(velluto, damasco, etc.) e, pur subendo nel tempo qualche variante, fu usato per tutto il secolo, tanto era apprezzato e agognato come oggetto del desiderio da tutte le veneziane, poichè oltre che venire dalla Francia (l'esterofilia- si sa- è un ingrediente fondamentale della moda)“era longo, grando, ricco e fa ottima figura” (Goldoni, Pelarina, Intermezzo) Altro abito molto in voga nel settecento a Venezia fu il “mariage”. Gli amanti del teatro di Carlo Goldoni, certamente rammentano al proposito la celeberrima lite tra Giacinta e Vittoria, le protagoniste de la commedia Le smanie per la villeggiatura. Si trattava di un abito sobrio ed elegante al tempo stesso, in tinta unita, guarnito solo di nastri di due colori diversi, che il sarto nella commedia goldoniana afferma essere venuto dalla Francia, ma che in realtà fu sicuramente una creazione veneziana fatta passare per francese, dal momento che Goldoni stesso afferma nelle sue Memoires, (parte III cap.XXXVII) che al suo arrivo in Francia nessuno conosceva l'esistenza di quest'abito. Tra le curiosità della moda veneziana, ben noto è il celebre manichino detto “la piavola de Franza” o “La poupee de France”, che veniva esposto vestito secondo i dettami dell'ultima moda francese proprio all'imbocco della strada commerciale più importante della città di Venezia, le Mercerie. “La piavola” cambiava d'abito col mutare delle stagioni e i vestiti che indossava venivano inviati dalla più famosa sarta francese del momento, madame Rose Bertin, sarta tra l'altro della regina Maria Antonietta. Madam Bertin era una donna molto industriosa e intraprendente per l'epoca, dal momento che era riuscita in breve tempo a piazzare i suoi celebri modelli oltre che in tutta Parigi, anche a Venezia e a Mosca, le più celebri capitali della moda all'epoca. Nonostante la sua fama e i conseguenti guadagni, Madam Bertin fallì nel 1787 con 2 milioni di franchi di passivo.
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