STANPA
Nel 1940 il geologo Giorgio Dal Piaz, morto il 20 aprile 1962, consulente della SADE e autore delle principali relazioni geologiche che accompagnano i progetti della diga, fornisce una descrizione del luogo sul quale sarà edificata l'opera: "Fra gli abitanti della provincia di Belluno ed in generale fra i turisti della regione, la parte inferiore della vallata del Vajont, che confluisce nel Piave di fronte a Longarone, viene citata come esempio classico e suggestivo di profondissima gola che s'interna nei monti a guisa di gigantesca spaccatura (.....). In questo punto la gola è così angusta e profonda da richiamare alla mente i classici canyon degli Stati Uniti. Anche qui, come nei canyon dell'America settentrionale, il fiume scorre in una profondissima fessura a forma di tortuoso corridoio, i cui fianchi si ergono a pareti verticali per considerevoli altezze". Sempre il professor Dal Piaz, in una sua relazione geologica asserisce che: "........se vi è una località la quale colpisce l'osservatore per le peculiari sue caratteristiche morfologiche particolarmente adatte per opere di sbarramento in generale, questa è appunto la valle del Vajont............... A cominciare dal ponte di Casso fino quasi allo sbocco della valle del Vajont in quella del Piave per un tratto di circa 3 chilometri, si può dire che vi sono innumerevoli sezioni in cui la gola si presta per la costruzione di una diga di sbarramento........... La valle del Vajont, per quanto a prima vista faccia l'impressione di una gigantesca fessura generata inizialmente da una spaccatura della roccia, non ha nulla a che fare con tale genere di fenomeni. Essa è una vera e propria gola di erosione, un autentico solco inciso nella massa rocciosa, quasi che una gigantesca sega, in cui lo smeriglio è rappresentato dai ciottoli alluvionali messi in azione dalla corrente nei periodi di piena, abbia tagliato profondamente la serie stratigrafica continua e regolare che forma il fianco sinistro della valle del Piave. Per tale circostanza i fianchi della valle del Vajont sono fra loro strettamente legati di continuità per mezzo della roccia tuttora esistente al di sotto dell'alveo" E' nell'ottica di un grandioso programma stilato dalla SADE nel giugno 1940, che prende corpo il progetto Vajont. La società, in quel periodo, dichiarava: "Negli ultimi anni il solo consumo di energia di Venezia e del porto industriale di Marghera ha sorpassato il mezzo miliardo di KWh, vale a dire oltre un terzo di tutta l'energia prodotta nella regione veneta considerata, con tendenza ad ulteriori rapidissimi incrementi, in conseguenza della richiesta delle industrie ivi installate. Pertanto i circa 340 milioni di KWh producibili dagli impianti in oggetto troveranno immediato impiego servendo a coprire l'immancabile ulteriore fabbisogno che si verificherà nei prossimi anni" Gli impianti previsti erano gli insediamenti dei seguenti serbatoi:
Vodo di Cadore - 700.000 mc
Pieve di Cadore - 500.000.000 mc
Vajont - 500.000.000 mc
Ma è soprattutto nel 1953, quando il Conte Vittorio Cini, nuovo presidente della SADE, in una sua visita restò affascinato dell'ambiente e dell'idea del progetto, che la speranza di vedere realizzata la diga più alta al mondo si concretizza in via ufficiale. Il "sogno della mia vita", per citare le parole del progettista l'ing. Carlo Semenza, covato ormai da qualche decennio, si stava trasformando, malauguratamente, in realtà.
Le acque del Vajont sono sempre state viste sotto l'ottica di un loro sfruttamento. Al 10 gennaio del 1900 risale la prima richiesta ufficiale per l'utilizzazione delle acque del torrente Vajont ad opera di Gustavo Protti, proprietario della cartiera omonima situata a Codissago, nel comune di Castellavazzo; l'uso richiesto era "forza motrice". L'anno successivo venne così approntato il progetto di una diga alta appena 8 metri, ma sufficiente, attraverso un canale a condotta forzata di portata pari a 700 litri al minuto secondo, a produrre l'energia richiesta. Una ventina di anni dopo, precisamente nel 1925, fu considerata la possibilità di sfruttare in modo sistematico l'acqua, con conseguente produzione idroelettrica. Sulla base di studi preliminari compiuti con la consulenza di J. Hug, noto geologo svizzero, il progettista del "Grande Vajont", l'ing. Carlo Semenza, stilò, nel 1929, un primo progetto organico di sfruttamento delle acque del Vajont e di insediamento di una grande diga. L'elaborato venne presentato a nome e per conto della Società Idroelettrica Veneta. La diga ad arco avrebbe dovuto raggiungere un'altezza di 130 metri e contenere un invaso di 33 milioni di metri cubi. Nel 1934 la SADE assorbiva la Società Idroelettrica Veneta, rilevandone tutte le posizioni, e nel 1937 venne redatto il progetto esecutivo della diga, sempre a firma dell'ing. C. Semenza. Si notano comunque importanti variazioni: la diga viene infatti prolungata in altezza fino a 190 metri con un invaso stimato di 46 milioni di metri cubi e viene ubicata nei pressi del ponte del Colombèr, su indicazioni del geologo Dal Piaz; inizialmente era prevista all'altezza del ponte di Casso. Nel 1939 C. Semenza, per conto della Società idroelettrica Dolomiti, anche essa in seguito assorbita dalla SADE, presentò un progetto che prevedeva l'utilizzazione delle acque del torrente Boite e del Piave, sul tipo di quello del Vajont. Un anno dopo nasceva il progetto "Derivazione dai fiumi Boite - Piave - Vajont: fusione e coordinamento di precedenti domande", avanzato dalla SADE. Questa società era diventata ormai monopolista assoluta nel contesto di un piano di sfruttamento delle forme energetiche dovuto alla guerra mondiale da poco iniziata. Nel 1948 il progetto del Vajont venne integrato in quello "Boite - Piave - Maè - Vajont - Val Gallina" e solo successivamente, nel 1957, assunse il nome del "Grande Vajont".
La SADE non attese le autorizzazioni dovute: già dal settembre 1956 iniziò i lavori di scavo che crearono i primi problemi. Il Genio Civile di Belluno si fece sentire e le lamentele giunsero distinte al direttore generale della SADE, l'ing. Antonello. Così, in data 5 aprile 1957, l'Ufficio del Genio Civile di Belluno depositò il progetto esecutivo della diga presso la IV Sezione del Consiglio Superiore dei LL. PP. per ottenerne l'approvazione. Ma la Presidenza generale del Consiglio Superiore aveva accolto la proposta del Presidente della IV Sezione di far esaminare il progetto dall'Assemblea Generale: una procedura alquanto discutibile, ma il fatto che la diga andasse a completare uno dei più recenti e più grandi impianti idroelettrici italiani era più importante di qualsiasi prassi legale. L'esame del progetto fu affidato ad una Commissione incaricata di relazionare al Consiglio superiore. Il progetto venne esaminato anche dal Servizio dighe, in una relazione dettagliata che analizzava i suoi criteri generali, le caratteristiche morfologiche e geologiche della zona, la massima piena, la portata delle opere di scarico, il tempo di vuotatura, le opere di scarico e presa, le opere di derivazione provvisoria ed altro ancora, fino ai materiali da costruzione. Il progetto doveva essere completato da una relazione geologica del prof. Dal Piaz, da una relazione del prof. Oberti previa prova su un modello della diga in corso all'Ismes di Bergamo e da una verifica del calcolo della struttura, affidato all'Istituto Nazionale per le applicazioni del calcolo. Lapidaria la conclusione: "........la grandiosa diga del Vajont trova sicure possibilità tecniche di realizzazione date le naturali caratteristiche della valle del Vajont, determinate dal concorso di eccezionali favorevoli caratteristiche morfologiche e geognostiche". Il 6 luglio 1957 fu comunicato il voto favorevole per il "Grande Vajont", ed il 15 luglio la IV Sezione del Consiglio Superiore autorizzò l'inizio dei lavori in via provvisoria, giustificando l'atto con la motivazione che l'esecuzione dell'opera rendeva possibile l'assunzione di manodopera locale.
Il primo progetto esecutivo che fu depositato presso i comuni interessati dall'opera porta la data dell'11 maggio 1949. L'11 luglio di quell'anno il Genio Civile di Belluno effettuò un sopralluogo al fine di accertare eventuali riserve ed opposizioni da parte delle amministrazioni locali, che furono veramente tante e si riferivano essenzialmente alla tutela dei diritti acquisiti e degli interessi di Consorzi, alle esigenze igieniche, turistiche, panoramiche e alla tutela del patrimonio ittico. Fu richiesto il riconoscimento di un rimborso a favore dei Comuni rivieraschi, la conservazione delle comunicazioni e le necessarie opere di difesa lungo il perimetro dei serbatoi.
Il 30 luglio 1949 venne presentata, dal Sindaco di Longarone, un'opposizione: in conseguenza della soppressione del corso del torrente Vajont, temeva che il Piave, non ricevendolo più come affluente di sinistra, potesse deviare il suo corso verso sinistra, provocando erosione e danni nei terreni di proprietà delle frazioni di Dogna e Provagna. In data 1 agosto 1949 il Sindaco di Erto Casso lamentò il fatto che con il maggior invaso molti terreni, tra i più fertili e redditizi del Comune, sarebbero stati sommersi e con essi molte abitazioni. Il numero di queste ultime era veramente rilevante: ben 170, con 3.000 ettari di terreno del più produttivo. La località Pineda sarebbe altresì rimasta isolata e le comunicazioni restanti dopo l'invaso sarebbero state rese più difficili. In breve venne richiesta, oltre al giusto e dovuto risarcimento ai proprietari, anche la tempestiva segnalazione di nuove varianti interessanti il progetto ed una accurata ricostruzione delle infrastrutture, soprattutto stradali; che venissero infine riconosciuti, al Comune stesso, dei benefici dovuti agli espropri e alla utenza delle acque. Nonostante tutte queste proteste, più che giustificate (ma che non toccavano stranamente l'aspetto dell'incolumità delle persone!), la SADE procedette agli espropri: al Comune di Erto Casso restavano ormai solo 2.222 ettari: boschi, prati e pascoli e seminativi dei più fertili erano destinati a scomparire per sempre, un vero genocidio ambientale. In seguito la tutela dei diritti della popolazione di Erto e Casso venne assunta dal Comitato per la difesa del Comune di Erto e, successivamente, dal Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana, costituitosi a Erto il 3 maggio 1959, alla presenza di 126 persone, un notaio e diversi testimoni. Nel periodo interessato alla costruzione della diga numerose furono le manifestazioni a carattere popolare, che coinvolsero anche alcuni parlamentari. In una di esse, avvenuta ad Erto, intervennero direttamente le famiglie interessate alla difesa dei propri beni, insieme ad alcuni parlamentari dell'opposizione. La gente, toccata sul vivo, iniziava a prendere coscienza della situazione. La SADE procedeva spesso agli espropri senza avvertire i legittimi proprietari, che si vedevano il proprio terreno invaso da tecnici e periti senza regolare autorizzazione; nessun decreto, ma nemmeno una trattativa interveniva tra le parti. Una famiglia, fatta sloggiare con la forza dalla sua casa natale, dovette trovare ricovero presso una vicina stalla, perché si dovevano far brillare le mine per consentire il passaggio della strada. L'esasperazione era al punto di rottura: un'anziana donna del luogo disse: "Se un ladro viene a portare via la mia roba, a sparare le mine sotto la mia casa, allora io posso ben prendere il fucile e difendermi". Un uomo dichiarò: "Ho avuto la casa bruciata dai tedeschi e lo Stato non mi ha dato ancora niente per i danni di guerra. I miei figli hanno dovuto andare a lavorare all'estero. Ora mi toglieranno di prepotenza anche il campo. Io non sono italiano per il governo. Sono solo me stesso e da solo ora mi difenderò". Nel frattempo anche il parroco esortava la popolazione, durante la messa domenicale, a recarsi a firmare per la costituzione del nuovo Consorzio. Quando, dopo un sopralluogo, i tecnici della SADE (chiamati dai locali "pezzi grossi") se ne andavano senza dire niente venivano apostrofati con frasi del tipo: "........non vogliono rispondere alle domande. S'interessano solo del loro lago, di noi non importa loro proprio niente". Il malumore percorse tutti quegli anni, fino agli ultimi tragici giorni che precedettero la tragedia, e la protesta, che in un primo momento dipendeva essenzialmente da motivi legati ai beni immobili, al lavoro e quindi all'economia di una vallata stravolta, pian piano si spostava sulle possibilità di rischio dell'incolumità personale. La frana del 4 novembre 1960 avvenuta proprio sul bacino del Vajont e la frana di Pontesei erano stati gli avvertimenti che avevano scosso le popolazioni rivierasche.
La Diga
Gli scavi, iniziati nel settembre 1956 senza autorizzazione, misero in luce alcune caratteristiche della stratigrafia geologica che in sede di previsione non erano state rilevate. Durante la creazione delle "spalle" della diga, aperte a forza di martelli pneumatici e cariche esplosive, la roccia non si presentò compatta; ad ogni colpo la massa si sbriciolava in mille pezzi mettendo in luce strati differenti di composizione geologica. Durante il consolidamento erano sempre necessari enormi quantità di cemento, in quanto questo veniva assorbito dalla roccia in maniera spropositata. Sicuramente questa fu la prima indagine "vera" condotta sul posto e che doveva far riflettere una volta di più sull'incompatibilità di quell'opera. Furono prese decisioni contraddittorie, come il dilazionare nel tempo le esplosioni diminuendone il carico esplosivo, al fine di non alterare l'elasticità della roccia stessa. Si riconobbe comunque di aver raggiunto il limite estremo di sicurezza in quanto la roccia, da sola, non poteva fungere da forza resistente e andava aiutata con misure protettive artificiali. Il 22 aprile 1958 il Genio Civile di Belluno concesse alla SADE l'autorizzazione per l'inizio dei getti in calcestruzzo: i lavori sarebbero stati ultimati nell'agosto 1960. Durante questo periodo di intenso lavoro che confermava le capacità tecniche delle maestranze italiane, avvennero due episodi che scossero l'opinione pubblica e gli stessi addetti ai lavori: la frana di Pontesei (22 marzo 1959) e il crollo della diga del Frejus (2 dicembre 1959). Il Presidente della IV Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici designò, il 16 gennaio 1959, i componenti della Commissione di Collaudo che erano anche incaricati di visionare l'avanzamento dell'opera. In particolare la Commissione doveva rilevare eventuali difformità esecutive rispetto al progetto o perlomeno suggerire soluzioni alternative più sicure, ma niente di tutto questo avvenne. Durante la prima visita (19 - 21 luglio 1959), vennero attenuate alcune problematiche sollevate dall'ing. Semenza, considerate "sproporzionate al reale bisogno", come ad esempio l'inserimento tra le rocce di un puntone in cemento armato che avesse funzione di trattenimento per i grossi lastroni di roccia. Di questo e dei successivi quattro controlli avvenuti entro il 17 ottobre del 1961, il Semenza non restò molto soddisfatto ed alcuni suoi scritti lo testimoniano in modo abbastanza eloquente. D'altronde il risultato non poteva essere diverso: tre dei membri della Commissione avevano partecipato all'assemblea deliberante sul progetto del Vajont e quindi non potevano di fatto opporre resistenze ad un qualcosa che avevano precedentemente approvato. Resta comunque interessante un resoconto scritto del prof. Penta, uno dei membri della Commissione, nel quale si legge: "Una tra le maggiori fenditure, lunga circa 2.500 metri, ha fatto sorgere i maggiori timori, in quanto può essere interpretata come l'intersezione con il terreno di una superficie di rottura profonda e che arriverebbe praticamente fino al fondo valle, separando dalla montagna una enorme massa di materiale (........) ma non si hanno elementi per giudicare se il fenomeno si estenda in profondità e se sia in atto veramente un movimento di massa (...........) Il movimento potrebbe essere limitato al massimo da una coltre dello spessore di 10-20 metri, con velocità molto basse, e comunque non coinvolgerebbe masse di materiali tali da decidere non solo della vita del serbatoio, ma anche del pericolo di sollecitazioni anomale sulla diga (.......) Nell'altro caso, si dovrebbe ammettere la possibilità di un improvviso distacco di una massa enorme di terreno (suolo e sottosuolo)". La commistione politica, unita al potere pubblico e privato, stava manifestandosi in tutta la sua forza. I funzionari della Pubblica Amministrazione adottavano ormai differenti atteggiamenti a seconda delle problematiche da affrontare: contrastavano i problemi che intralciavano la normale esecuzione del piano e diventavano permissivi quando intravedevano condizioni economiche favorevoli al progetto. Il 12 dicembre 1962 una legge dello Stato stabilì che tutte le attività relative ai processi di trasformazione dell'energia elettrica, dalla produzione alla vendita, passassero dalla SADE all'ENEL, il nuovo Ente Nazionale Italiano per la produzione dell'energia elettrica. Approssimazione e accademicità furono le caratteristiche che contraddistinsero i primi studi geologici. E ciò appare veramente incredibile considerando che da queste indicazioni, imprescindibili, poteva venire o meno rilasciata la concessione per l'esecuzione dell'opera. Il prof. Giorgio Dal Piaz, al quale il Semenza aveva in prima istanza affidato il compito delle rilevazioni, nonostante l'alta reputazione che godeva da tempo, non era più in grado, per via dell'età avanzata, di affrontare con la dovuta energia l'impegno assunto. Invece di effettuare le impegnative rilevazioni, così come sarebbe stato doveroso, il professore si rimetteva alla sua personale esperienza passata, con esposizioni alquanto generiche che non toccavano il problema, fino al punto di approvare le opinioni del Semenza, che geologo non era. Ma un altro particolare va considerato per capire la superficialità nella redazione del progetto: le indagini geologiche rappresentarono solo una piccola percentuale del budget previsto, con un importo fortemente inferiore alla media normale richiesta. In questo particolare dunque, oggettivamente può essere ravvisata una sottovalutazione, o per meglio dire una "incoscienza", dell'importanza del problema geologico. Quando, iniziati i lavori, sorsero i primi problemi tecnici, dipendenti quasi unicamente dalla caratteristica della roccia trovata, si cercò di porre riparo a questa lacuna, ma malgrado le successive indagini geologiche, più approfondite e serie, rivelassero la vera natura del terreno e conseguentemente verità preoccupanti, ormai era già tardi per tornare indietro. In quest'ultimo lasso di tempo la SADE si impegnò ad intensificare gli studi necessari per i quali, oltre al prof. Dal Piaz, vennero consultati anche il prof. Caloi ed il geologo austriaco, esperto in geomeccanica, Leopold Muller, che alla fine stenderà più di una relazione e si farà aiutare anche da altri due geologi, certamente di non grossa esperienza, ma sicuramente diligenti nell'esecuzione del loro lavoro: il dott. Franco Giudici ed il figlio del progettista della diga, Edoardo Semenza, che giunsero ad interessanti risultati. La prima richiesta di invaso avvenne nell'ottobre del 1959: la SADE inoltrò al Servizio dighe domanda di autorizzazione per un primo invaso sperimentale fino a quota 600 e non aspettò la risposta: l'invaso iniziò il 2 febbraio 1960; solo 7 giorni dopo arrivò il permesso scritto delle autorità competenti che, riconosciuto il parere favorevole della Commissione di Collaudo, autorizzò il riempimento fino a quota 595. Nel frattempo venne installata, presso i comandi centralizzati della diga, una sofisticata stazione sismica. Nel maggio di quell'anno ci fu la successiva richiesta di elevare l'invaso fino a quota 660. Ma nella domanda non veniva fatta affiorare l'ipotesi di un eventuale crollo della sponda sinistra. Fu proprio durante questa fase che, il 4 novembre, si staccò una frana di circa 700 mila metri cubi che fortunatamente non fece danno alcuno e comparve sulla montagna la famosa "M" indice del preannunciato distacco della ben più grande massa franosa. A seguito di un'ispezione della Commissione di Collaudo, avvenuta alla fine di novembre, si constatò come in virtù di un possibile movimento franoso successivo, il bacino potesse essere diviso in due, creando quindi delle difficoltà per lo smaltimento delle piene. Si riteneva comunque che per il livello raggiunto, di 650 metri, non sussistessero particolari problemi da indurre a pericoli immediati, anche perché i movimenti superficiali del fianco sinistro della valle si stavano attenuandosi come rilevato dagli spostamenti più limitati che avevano subito i capisaldi. Il resoconto della Commissione era abbastanza ottimistico, ma non così le preoccupazioni dell'ing. Carlo Semenza, che in una lettera all'ing. Ferniani di Bologna riconobbe che: "..........dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani" e intravede un possibile pericolo per l'abitato di Erto, situato solo 50 metri più in alto rispetto al livello di massimo invaso. I dubbi assalirono il progettista al punto da fargli formulare una domanda: "Cosa succederà con il nuovo invaso?". La riunione dei tecnici SADE, avvenuta nel mese di novembre, decise per lo svaso, in quanto si riconobbe il comportamento anelastico della roccia che, invece di respingere, "beveva" come una spugna l'acqua del bacino. L'ing. C. Semenza, preoccupato dagli eventi succedutesi dopo la frana del novembre 1960, ordinò uno studio che portasse alla determinazione degli effetti della frana sul circondario. Si trattava di riprodurre in scala adeguatamente ridotta le valli del Vajont e del Piave per un tratto interessato di diversi chilometri. Il modello poteva quindi essere di dimensione enormi (lungo fino a quaranta metri) e non facilmente riproducibile senza sollevare interessamento dell'opinione pubblica. Il tutto doveva quindi essere fatto con il massimo riserbo nei riguardi delle fonti di informazione per evitare strumentalizzazioni tecniche o politiche di quanto si andava sperimentando. Il compito venne affidato all'Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell'Università di Padova. I proff. Ghetti e Marzolo, docenti universitari, sotto il finanziamento e il controllo dell'ufficio studi della società SADE, operarono al Centro Modelli Idraulici (C.I.M.) di Nove di Vittorio Veneto, considerato luogo ideale per il fatto di essere un po' fuori dalle grandi arterie di comunicazione. In una prima riunione si decise di approfondire i seguenti effetti: 1) Azioni dinamiche sulla diga. 2) Effetti d'onda nel serbatoio ed eventuali pericoli per le località vicine, con particolare attenzione al paese di Erto. 3) Ipotesi di una parziale rottura della diga e conseguente esame dell'onda di rotta e della sua propagazione lungo l'ultimo tratto del Vajont e lungo il Piave, fino a Soverzene ed oltre. Lo studio del punto 1 venne comunque eseguito in un laboratorio di Bergamo, mentre per gli altri fu costruito un modello in scala 1:200. Tale modello però si presentò alquanto approssimativo nelle sue fattezze. Non comparivano né i paesi rivieraschi del comune di Erto e Casso; addirittura la montagna di destra venne ricostruita fino a quota 750 m., appena una trentina di metri al di sopra del livello di massimo invaso, avvalorando di fatto l'ipotesi che l'onda non potesse interessare quote superiori. Per il materiale usato, dopo un primo fallimentare uso della sabbia che si impastava facilmente arrestandosi durante lo scorrimento a valle, si scelse la ghiaia, ingabbiata in reti di canapa mosse da un trattore. Il volume riprodotto in scala risultò essere relativo a circa 40 milioni di metri cubi reali (circa 1/6 della frana effettiva), ma non tutta la massa venne fatta cadere: né alla presenza del presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, in visita al laboratorio, né durante le prove successive, basate sempre su empiriche considerazioni di ordine teorico. La relazione che accompagnò gli esperimenti non venne mai inoltrata alla Commissione di Collaudo e agli organi di controllo. L'unico risultato prodotto fu di rassicurare la SADE sulla possibilità che l'invaso, alla quota di 700 m., non aveva nulla da temere dalla previsione più catastrofica. Effettuato lo svaso venne creato un by-pass, una galleria di sorpasso scavata sul fondo della valle che assicurava il collegamento tra le punte estreme del lago, anche nel caso di una frana, consentendone l'esercizio. Una volta ultimata la galleria si propose di elevare l'invaso fino a quota 660, abbastanza speditamente per il primo tratto (70 centimetri al giorno da quota 635 a quota 650), più lentamente in seguito (circa 30 centimetri al giorno). A seguito di questa richiesta la Commissione di Collaudo effettuò un sopralluogo nell'ottobre del 1961 dando parere positivo. L'invaso, come al solito, era già iniziato da qualche giorno e, secondo il parere del Presidente della IV Sezione del Consiglio superiore, doveva fermarsi a quota 640. Alcune prescrizioni prevedevano l'invio di una documentazione quindicinale relativa al comportamento statico della diga, delle misure dei capisaldi di controllo, della stabilità delle sponde e delle quote dei livelli delle acque sotterranee rilevate dai piezometri installati. Questi dati vennero inviati regolarmente agli organi di competenza fintanto che il livello non raggiunse quota 640. Partì allora una successiva richiesta di portare il livello del serbatoio a quota 680, con un riempimento giornaliero pari a 30 centimetri al giorno, da effettuarsi nell'arco di quattro mesi (dicembre 1961 - aprile 1962). Nel frattempo, il 31 ottobre 1961, muore l'ing. Carlo Semenza e viene sostituito da Alberico Biadene. Il 23 dicembre il Servizio dighe acconsentì per un invaso fino a quota 655, che venne raggiunta il successivo 28 gennaio. Tre giorni dopo venne inoltrata un'altra richiesta per elevare l'invaso a quota 680 e quindi a quota 700. La richiesta era motivata dal fatto che: ".......per quanto riguarda il movimento franoso in zona Toc resta confermato, come dimostrano i diagrammi inviati negli ultimi quattro mesi, che il movimento stesso è sempre in fase di arresto e che la situazione è del tutto tranquillizzante, essendosi riscontrati soltanto degli spostamenti assolutamente irrilevanti". L'acqua dunque ricominciò a salire e fino a 690 metri non ci furono sostanziali accelerazioni del corpo franoso. Nell'ottobre del 1962, le accelerazioni ripresero con vigore, anche se erano al di sotto delle medie riscontrate nel novembre del 1960. L'effetto fu quello di riportare l'invaso a quote più basse, fin tanto che i movimenti si fossero arrestati. A quota 650 i movimenti si erano quasi annullati, ma restavano presenti gravi dissesti visibili ad occhio nudo. Il 6 dicembre nasce l'ENEL, al quale viene trasferita la Sade con il Decreto del Presidente della Repubblica del 14 marzo 1963. Di fatto l'ENEL prende in consegna l'impianto del Vajont il 27 luglio successivo, poco più di 2 mesi prima del disastro, ma non ha saldato ancora per intero il costo finanziario dell'operazione, che prevedeva la sua rateizzazione in quote dilazionate nel tempo. Il 20 marzo 1963 venne fatta richiesta di un successivo invaso, dando per assodato che l'acqua partisse da quota 700, e che avrebbe dovuto portare il livello del bacino a quota 715, pochi metri sotto la sua capacità massima. L'11 aprile 1963 Alberico Biadene, mantenuto dall'Enel-Sade alla guida del bacino idrogeologico, fa iniziare il terzo e ultimo invaso. Il livello di 710 metri, dieci oltre il limite di sicurezza, fu raggiunto il 4 settembre e si sarebbe dovuto mantenere per tutto il mese. In questa occasione ripresero i movimenti della massa franosa e la falda freatica riprese a risalire, benché questo fosse attribuito alle precipitazioni meteorologiche e che comunque: "..........i movimenti rilevati nella zona del Toc non destano per il momento preoccupazione, pur mostrando che il fenomeno d'assestamento della sponda sinistra è sempre in atto e si acutizza quando si sottopongono ad invaso nuove zone di sponda." Nella riunione tecnica tenutasi il 18 di settembre, l'ing. Biadene, subentrato allo scomparso Semenza, fece presente che se i movimenti non si fossero arrestati prima della fine del mese, avrebbe proceduto ad uno svuotamento parziale del bacino fino a quota 695, ritenuta da tutti come quota di sicurezza per eventuali imprevisti. Nell'ultimo mese precedente la tragedia i cittadini della valle del Vajont erano certamente impressionati da quanto succedeva: i boati che scuotevano continuamente il terreno non inducevano di certo all'ottimismo. In un'ultima lettera accorata, indirizzata all'ENEL-SADE, al Genio Civile, alla Prefettura di Udine, al Ministero dei Lavori Pubblici, l'assessore Martinelli, a nome del Sindaco di Erto, riassume le angosce sue e dei propri concittadini: "......le popolazioni di Erto e Casso stanno vivendo in continua apprensione e in continuo allarme; considerato anche il fatto che altri queste cose minimizzano, ma che anche per la gente di Erto comportano la sicurezza della vita e degli averi, questa amministrazione fa nuovamente presente le proprie preoccupazioni per la sicurezza della popolazione e del paese ................... pertanto esige da codesto Spett. Ente la sicurezza, la certezza che il paese non vivrà nell'incubo del pericolo prossimo o remoto, non subirà danni né nelle persone, né nelle cose.......... E pertanto se tale sicurezza codesto Ente per ora non può dare, con atto formale si avverte codesto Ente di provvedere a togliere dal Comune di Erto e Casso lo stato di pericolo pubblico, prima che succedano, come in altri comuni, danni riparabili o non riparabili; quindi mettere la popolazione di Erto in stato di tranquillità e sicurezza, solo dopo rimettere in attività il bacino del lago di Erto". Il 27 settembre iniziò l'ultimo svaso, dapprima lento, quindi sempre più veloce. Purtroppo questo ultimo estremo intervento non riuscì ad evitare il peggio. La corsa alla realizzazione pratica di un sicuro guadagno aveva fatto dimenticare, ai tecnici della SADE e allo stessa Commissione di Collaudo, le precauzioni necessarie. Limitare di qualche metro la capacità del bacino voleva dire ammortizzare in un tempo più lungo il costo del lavoro svolto, che per giunta era anche lievitato dalle varianti in corso d'opera necessarie per il rinforzo delle spalle della diga e soprattutto della galleria di sorpasso, scavata su roccia compatta: tutte opere non preventivate e con alti costi sostenuti. L'orgoglio di poter vantare la più alta diga del mondo, realizzata da specializzati tecnici italiani, unito ad una malaugurata corsa al profitto, offuscò le menti al punto da essere considerato più importante della vita di duemila persone. 9 Ottobre 1963
La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.
La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.
Allo sbocco della valle l'onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall'onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l'onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.
Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d'acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.
Alle prime luci dell'alba l'incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l'imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.
i giorni della vigilia
Le problematiche relative allo scivolamento di un corpo franoso sul bacino della diga erano note da tempo, ma presero consistenza nei primi mesi del 1960. I controlli rivelarono la presenza di profonde fessure che si accentuarono con il tempo. Inizialmente si pensava che settori di frana potessero precipitare nel bacino senza provocare grosse conseguenze ambientali; anzi, a parte un parziale riempimento del lago stesso, il restante corpo franoso si sarebbe consolidato definitivamente. In realtà i diversi collaudi, che consistevano in continui svasi e invasi, furono tra le principali cause del peggioramento della situazione. A ciò va aggiunto le precaria costituzione geologica e morfologica del versante nord del monte Toc, soggetto a frana, e le precipitazioni piovose che si erano abbattute, in modo piuttosto intenso, proprio nei due mesi precedenti il disastro. Le conseguenze di questi fenomeni comportarono uno scivolamento costante del corpo franoso, con cedimenti sempre più evidenti. Negli ultimi giorni la situazione si fece drammatica: questi furono gli ultimi resoconti delle ore precedenti la tragedia.
Domenica 6 ottobre L'ing. Beghelli, funzionario del Genio Civile di Belluno, tra i primi a svolgere l'incarico di Assistente governativo al cantiere della diga, passando per la strada che portava in località Pineda, riporta un resoconto preciso di quanto stava accadendo. La sede stradale era completamente sconvolta, fessurata in più punti, talvolta traslata rispetto alla sua sede originale, con avvallamenti tali da compromettere il transito, al punto che "........sembrava di andare su di un campo".
Lunedì 7 ottobre Le proteste del Comune di Erto raggiungono il Genio Civile di Udine, ma l'ingegnere capo, in una risposta alla Prefettura, sulla base di una relazione geologica del 1937 del Prof. Dal Piaz, dichiara che la conca rocciosa sulla quale sorge Erto è sicuramente solida e che "..........quanto sopra (........) è sufficiente per togliere alla popolazione di Erto ogni preoccupazione". Corona Pietro Matteo su incarico del maestro Martinelli, risalì il M. Toc, notando notevoli cedimenti nel piano in località Pausa e lungo la strada. Visivamente si notavano, in corrispondenza della vecchia frana, dei sassi che rotolavano nel lago, per effetto del movimento sottostante descritto come "..........boati con conseguenti tremolii (.......) colpi sordi molto profondi come di qualcosa che crepasse e contemporaneamente il terreno scosso in senso verticale". Il sorvegliante della frana, Filippin Felice, lo stesso giorno notò, in una zona boscosa a ridosso del bacino, l'apparire di diverse fessure nel terreno che correvano parallele alla sponda del lago, lunghe una decina di metri e larghe un metro. Qualche ora più tardi, in compagnia dell'assistente De Prà, su incarico del geom. Rossi, fu perlustrata tutta la zona della frana, dalla quale numerose fenditure, di varia dimensione, si riproducevano di ora in ora. Fu a seguito di questo controllo che si decise lo sgombero del Toc, e la sera stessa iniziò il piano di evacuazione delle casere stagionali, su ordine dell'assistente Corona Marco, ordine limitato alla zona del Toc, ad esclusione delle frazioni di Pineda, Prada e Liron. La motivazione data era: "..........per precauzione...........". Dal paese di Casso, intanto, si potevano osservare a vista d'occhio i mutamenti della frana, che interessava sia la strada sia i prati sovrastanti il piano stradale. Fenditure e spaccature non si contavano più.
Martedì 8 ottobre L'ing. Caruso parla a Violin, Capo del Genio Civile, dicendogli che l'accellerarsi degli spostamenti della frana non sono eccessivamente preoccupanti: un esperimento ha dimostrato che una eventuale onda potrebbe essere contenuta all'interno della diga ed uno svaso della diga comprometterebbe la stabilità della frana ma però........... "Non c'è niente di allarmante (......) la pregherei di non spargere voci allarmistiche perché per quello che c'è di pericoloso abbiamo già provveduto", intendendo per questo lo sfollamento delle casere relative al M. Toc. Durante una rilevazione compiuta con i geometri in località Pineda, Corona Felice, notò che la frana si muoveva a vista d'occhio e che la preoccupazione toccava anche i tecnici addetti alla misurazione. Il terreno ormai continuava ad abbassarsi.
Mercoledì 9 ottobre L'ing. Biadene scrisse una lettera all'ing. Pancini nella quale si descrivevano, in modo sommario ma preoccupante, gli eventi degli ultimi giorni e si consigliava un rientro anticipato a Venezia, dalla vacanza a New York, per prendere decisioni importanti con il Presidente e il Direttore Generale. La lettera si concludeva con un fatidico "Che Iddio ce la mandi buona". Poco dopo l'ing. Biadene parlò telefonicamente con il geologo dello Stato, Penta, che messo al corrente di quanto stava accadendo raccomandò la calma e di "........non medicarci la testa prima di essersela rotta". Alle 17.00 ai Carabinieri fu ordinato di interdire il traffico per la diga. Nel frattempo altre testimonianze si aggiungevano alle precedenti. Filippin Felice, ricorda di aver visto alberi che si inclinavano e che cadevano, sollevando zolle di terreno e radici, mentre De Marta Giuseppe notò che una crepa, intravista tre ore e mezza prima, si era mossa di quasi mezzo metro. La sera del 9 ottobre l'autista che fece l'ultimo carico di legname dalla zona sgomberata confessò a Martinelli che non credeva di ".......farcela a tornare a Casso, dato lo stato della strada di sinistra". Savi Antonio, anch'esso autista, lavorò fino alle 21.00, quando per le ormai impossibili condizioni stradali, decise di smettere. Chi rimase al suo posto di lavoro fu la centralinista della Telve Maria Capraro. Smise come al solito il suo turno serale alle ore 22, quindi abbassò la saracinesca dell'ufficio che si trovava duecento metri sotto il municipio. Tornò a casa, in via Roma 44, poco distante da esso giusto in tempo per salvarsi. Alle 22.30 alcuni tecnici ed operai erano ancoraimpegnati in servizio straordinario ad ispezionare la frana con i riflettori................ furono gliultimi bagliori di una notte cupa, di un disastro annunciato che si manifestò in tutte le sue drammaticheconseguenze.
le ore tragiche (testimonianze)
Questi sono i resoconti più toccanti raccolti nei giorni seguenti la tragedia.
Una madre: "Avevo spento da poco la luce quando avvertii la terra tremare; mi portai dietro le imposte e sentii un forte vento e vidi le luci e le strade emanare un intenso bagliore e poi spegnersi. Mi precipitai verso il letto e afferrai i due bambini che dormivano, (.......) li avvinsi a me. Sentii l'acqua irrompere, sballottarmi e mi trovai sola al campo sportivo su un pino ove l'acqua mi aveva scagliato. Il piccolo è stato ritrovato nei pressi della Rossa di Belluno, mentre la bambina nei pressi di casa mia. I miei genitori abitavano con me e sono stati trovati: mia madre al campo sportivo e mio padre a Trichiana".
Un ragazzo: "Il primo fenomeno che si verificò la notte del disastro fù l'improvvisa interruzione della illuminazione (........) il boato che sentii era il fragore dell'acqua che irrompeva sotto la mia casa. Contemporaneamente una violenta corrente d'aria ruppe i vetri e le finestre, spazzando via tutti gli oggetti anche pesanti che si trovavano nella casa (..........) mi rifugiai con mia madre in una cameretta dove rimasi finché la casa fu travolta e sbriciolata dalle acque. Non ricordo come mi separai da mia madre (........) fui colpito dalle macerie che cadevano, svenni e mi ripresi mentre le acque mi trascinavano in un forte gorgo"
Un uomo "........ero giunto al bivio all'inizio di Erto (........) quando improvvisamente sentii la macchina traballare e mi accorsi che stavo volando verso l'alto. Mi ritrovai sulla circonvallazione, dopo un volo di 80, 100 metri"
Un dottore: "Era cessato il vento e persistevano violenti scuotimenti della terra, un rumore indefinibile molto forte, come di un tuono estivo, moltiplicato per cento (.....) non appena si è verificato il colpo di vento ho sentito venire dal paese un urlo prolungato di più voci......."
Un prete: ".......io quella sera, verso le 10 e mezza, sento questo rumore di frana, apro la finestra e questo rumore aumentava in modo straordinario, contemporaneamente a questo bagliore che credevo fosse il riflettore, invece poi ho saputo, era il corto circuito dei trasformatori che ha illuminato quasi a giorno la valle. C'era poi una colonna d'acqua molto alta, che ha poi distrutto molte case, e il terremoto, con un boato tremendo, spaventoso, e poi tutto il resto. L'onda, più o meno, arrivava alla sommità del mio campanile. Dunque se Casso, nel punto più alto , è 250 metri dalla diga, senza esagerazione (l'onda) è stata verso i 300 metri"
Un professore: "Siamo arrivati a Longarone........che soltanto da un'ora il Toc era calato nel lago al di la della diga..........Poca la gente e gli automezzi..........Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l'identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l'amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell'agente ad offrirci l'intuizione della tragedia.......... Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese (........) ci accodammo a due della stradale.......... Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci........... Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d'acqua e fango nero....... Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d'essere aiutati........ Oltrepassato l'immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese.........."
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