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i documenti de Raixe Venete Governo e Autogoverno - riflessioni
stanpa adeso STANPA

La nostra tesi ad captandum è la stessa

«il governo, anche nel suo stato migliore, non è che un male necessario; nel suo stato peggiore, un male intollerabile»… «una forma resa necessaria dall'incapacità di governare il mondo da parte della virtù morale»… «il disegno e fine del governo»… «la libertà e la sicurezza».
Da “Common Sense” di Thomas Paine

Nell'opinione di Paine, come nella nostra, il codice del governo dovrebbe essere quello del leggendario re Pausole, che non prescriveva che due leggi ai suoi sudditi: la prima, Non fare del male a nessuno, e la seconda, Poi fa come ti pare; e che l'intero compito del governo dovrebbe essere quello puramente negativo di badare che questo codice venga rispettato.

«per assicurare questi diritti vengono istituiti governi tra gli uomini»; e ancora, il giudizio di Thomas Paine sull'origine del governo è che esso «deriva i suoi giusti poteri dal consenso dei governati».

  • Tale tipo di governo. tuttavia, ancorché documentato dalla Dichiarazione d’indipendenza USA, è così profondamente diverso dal tipo che ha sempre prevalso nella storia, ed ancora prevale nel mondo al momento, che, per amor di chiarezza, due tipi dovranno essere distinti nel nome, così come lo sono in natura.

  • Essi sono tanto diversi nella teoria che trarre una distinzione netta tra loro è ora il compito più importante che la civiltà deve alla propria sicurezza.

  • Per cui non è assolutamente un procedimento arbitrario o accademico dare all'uno il nome di Governo, e chiamare il secondo semplicemente Stato.


  • L’inequivocabile testimonianza della storia

    ha mostrato che lo Stato ha sempre avuto origine nella conquista e nella confisca. Nessuno Stato primitivo noto alla storia ha avuto origine in alcun altro modo. D'altra parte è stato provato oltre ogni dubbio che nessuno Stato primitivo può avere avuto una qualsiasi altra origine. Per di più la sola caratteristica invariabile dello Stato è lo sfruttamento economico di una classe da parte di un'altra. In questo senso, ogni Stato noto alla storia è uno Stato di classe. Oppenheimer definisce lo Stato, riguardo alla sua origine, come una istituzione: «imposta ad un gruppo sconfitto da parte di un gruppo conquistatore, con il solo fine di sistematizzare il dominio sui conquistati da parte dei conquistatori, e salvaguardarsi contro l'insurrezione dall'interno e contro l'attacco dall'esterno. Il dominio non aveva alcun altro fine ultimo diverso dallo sfruttamento economico del gruppo conquistato da parte del gruppo vittorioso».

    Ora, se applichiamo le formule di Paine o le formule della Dichiarazione d’indipendenza USA,

  • è assai chiaro che gli Indiani nord americani avevano un Governo, ma non uno Stato.

  • La loro organizzazione politica, semplice com'era, rispondeva al suo fine. Il loro ordinamento era sufficiente per assicurare la libertà e la sicurezza all'individuo e per occuparsi di quelle violazioni che si potevano incontrare in quella società: frode, furto, aggressione, adulterio, omicidio. Lo stesso è chiaramente vero dei vari popoli citati da altri autori: Parkman, Schoolcraft e Spencer. Di sicuro, se il linguaggio della Dichiarazione significa qualcosa, tutti questi popoli avevano un governo; e tutti quelli che ne hanno parlato ci trasmettono l'idea di un governo adeguato alle proprie finalità.


  • Dovunque lo sfruttamento economico sia stato per qualsivoglia ragione impraticabile o non proficuo, lo Stato non è mai venuto alla luce; il Governo è esistito, ma mai lo Stato.

    Le tribù americane di cacciatori, per esempio, la cui organizzazione stupiva tanto i nostri osservatori, non hanno mai formato uno Stato perché non esiste un modo per rendere il cacciatore economicamente dipendente e farlo cacciare per un altro.

    La conquista e la confisca erano senza dubbio praticabili, ma non se ne sarebbe potuto ricavare alcun guadagno economico, perché la confisca avrebbe dato agli aggressori ben poco di più di quello che già possedevano; il massimo che ne sarebbe potuto risultare sarebbe stato l'appagamento del desiderio di lotta. Per ragioni simili i contadini primitivi non hanno mai formato uno Stato.

    L'accumulazione economica dei loro vicini era troppo misera e troppo deperibile per essere interessante; e, specialmente con l'abbondanza di terre libere nel dintorni, l'asservimento dei propri vicini sarebbe stato impraticabile, non fosse altro che per i problemi di polizia connessi.

    Malgrado si affermi che la Repubblica italiana è uno Stato a democratico:

  • la Costituzione deliberata dall’Assemblea Costituente il 22 Dicembre 1947 non è mai stata votata dal popolo.

  • Gli Statuti delle Regioni realizzati nel 1971, non sono mai stati votati dal popolo.
    Quelli di Comuni e Province, previsti dalla Legge 142-1990, non sono mai stati votati dal popolo.
    I nuovi Statuti delle Regioni che dovranno essere elaborati entro il 2004, non si sa se saranno sottoposti all’approvazione dal popolo.

  • Innumerevoli sono i referendum voluti e votati dal popolo, ed aggirati dalla partitocrazia.

  • A fronte di queste constatazioni, appare difficile affermare che lo Stato italiano «deriva i suoi giusti poteri dal consenso dei governati».


  • Art. 1, comma 2 della Costituzione italiana: .«La sovranità appartiene al popolo…»

    Se per sovranità s’intende la facoltà di approvare o rifiutare le leggi, perché il Parlamento italiano ha disatteso l’esito d’innumerevoli referendum votati dal popolo?

    Perché in Parlamento giacciono inevase circa 600 proposte di legge d’inizativa popolare, tutte corredate di 50.000 firme di sottoscrizione?

    Sicuramente è perché i partiti politici italiani rappresentano una storia vecchia come il mondo: un gruppo di individui avidi di potere, convinti di sapere meglio degli elettori cosa va bene per loro.

    Nella Costituzione il termine partito è citato una sola volta in un solo articolo, il 49: neanche due righe su 1186, poco più dell’uno per mille di tutto il testo costituzionale (un po’ poco per dei partiti che pretendono di venire addirittura prima, di essere, in sintesi, più importanti della Costituzione). Insomma 20 striminzite parole e solo per dire, quasi di malavoglia, che i cittadini hanno il diritto (possono, ma non è obbligatorio e forse neanche opportuno) di organizzarsi in partito.

    Niente viene detto a proposito del ruolo, della missione, della opportunità, della indispensabilità dei partiti, che comunque sono chiamati a “concorrere” al Governo non a governare. Inutile cercare altrove nella Costituzione il benché minimo riferimento o traccia del o dei partiti.

    Ne consegue che: il sistema dei partiti, che ha invece impregnato di sé ogni piega della società civile e della vita dei singoli individui (chi riesce a sopravvivere senza dovere fare i conti quotidianamente con lo strapotere e l’onnipresenza del o dei partiti o dei loro capi piccoli o grandi che siano?), ha largamente sconfinato dai limiti posti dalla Costituzione.


    Non potendo agire su un Parlamento dominato dai partiti, i cittadini farebbero bene ad esercitarsi alla «Sovranità» o all’«Autogoverno», partendo dal proprio Comune, ed esercitando quegli “Istituti di partecipazione” che sono previsti dalla Carta europea delle autonomie locali, dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, denominata «Ordinamento delle autonomie locali», e dalla Legge 3 agosto 1999, n. 265, denominata «Più autonomia agli enti locali»

    Così facendo essi cominceranno ad esercitare quella “Sovranità” che hanno – per esempio - i cittadini svizzeri, o statunitensi, i quali utilizzano i referendum «d'iniziativa» e «di revisione» su materie nelle quali il Consiglio comunale ha competenza deliberativa e che riguardano gli interessi dell'intera comunità.
    Per «iniziativa», s'intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l'intera comunità. Per «revisione», s'intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme.
    Utilizzando inoltre le petizioni, le istanze, le proposte, il difensore civico e quant’altro, i cittadini sono in grado d’imporre la loro volontà ai pubblici amministratori.

    E-Mail ricevuta da E. Trentin
    27/08/2004

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