STANPA
Luigi – Gigio – Zanon
E V E T O Y - H E N E T I I V E N E T I
UNA STIRPE – UN POPOLO – UNA NAZIONE
UNA CIVILTA’
I VENETI PRIMI
Le fonti scritte sugli antichi Veneti sono molte e ben note, distribuite in un ampio arco di secoli e riferibili ai più famosi scrittori Greci e Latini: da Omero a Virgilio, a Tito Livio, Plinio il Vecchio, etc.
I Veneti erano originari del medio oriente: di una regione posta vicino al Mar Nero.
Omero li chiamò "Evetoy" e così i tutti Greci, i Latini li dissero "Heneti" ben sapendo, come ci tiene a precisare Plinio (N.H. 37, 43) che questo termine era la traduzione di quello Greco.
Il significato Greco della parola EVETOY è: degni di lode, o lodevoli.
Gli scrittori Greci e Latini che ci hanno lasciato notizie sull'origine dei Veneti ne affermano all'unisuono la provenienza dall'Asia minore, precisamente dalla Paflagonia, situata sulle sponde meridionali del Mar Nero avente per capitale Heracleia e confinante con la Bitinia a ovest, con il Ponto ad est e con la Galazia a sud.
Bagnata a ponente dal fiume Partenio dalle rive fiorite: il suolo era ubertosissimo, ed ebbero singolar fama le sue razze di cavalli.
Non si asserisce per essi, come per gli Etruschi, una antichissima origine in loco.
In Omero, la fonte più sicura cui le altre vanno rapportate, la menzione del paese dei Veneti, che coincide con la Paflagonia, è collegata al topos dei famosi cavalli.
Questo topos viene poi celebrato da Alcmane, ricorre in Euripide, in Ecateo da Leto e riferito da Strabone, in numerosi scolasti, in Esichio, mentre non è ripreso dai Romani.
Ai due motivi - Paflagonia = cavallo Veneto - va unito quello di Antenore; esclusivo, invece quello delle fonti di età Romana (Strabone, Livio, Virgilio, ecc.).
Ci viene in sostanza raccontato che dal paese dei Veneti muovono i Paflagoni, guidati dal loro duce Pilemene e sono presenti a Troia fra gli alleati dei Troiani nella grande impresa (ILIADE. B., 851-855-2).
["Pilemene cuore di Eroe conduceva i Paflagoni/di tra gli Eneti, dond'è la stirpe della mule selvagge,/quelli che avevano Cìtoro e stavano intorno a Sèsamo,/e intorno al fiume Partenio abitavano nobili case,/ e Cromma, Egialo e l'eccelsa Eritini"]
Nel paese dei Veneti, precisa a questo proposito Omero, è "la razza delle indomite
mule" e Alcmane canterà in un suo patèrnio: "Non vedi? E' il cavallino Veneto" e vi farà eco anche Euripide.
Ma sentiamo Livio che comincia le sue storie proprio con il ricordo delle vicende che riguardano la terra Veneta. Pilemene è morto a Troia e i Veneti, già espulsi dalla Paflagonia (per cui non sono più detti Paflagoni, ma Veneti), privi di una patria e di una guida - rege anisso - si rivolgono ad Antenore. Questi assume il comando e, superate varie vicende, giunge con loro "intimum maris Adratici sinum" (Hist. I, 1) tra il XIII ed il XII sec. A C. Riteniamo sia così poeticamente individuata l'insenatura di quell'unico grande golfo che da Venezia a Trieste apre la terra verso il suo mare.
Ma la regione viene ulteriormente precisata. E' sempre Livio a riferire che "Euganisque, quit inter mara alpesqua incolebant, pulsis Enetos Troianosque eas tenuisse terras".(Historiae, l.I,cap.1-3) [Anzitutto concordemente si tramanda che dopo la presa di Troia i Greci infierirono contro tutti gli altri Troiani, e nei riguardi di due soli, Enea e Antenore, si astennero dal trattamento di guerra, sia per antichi legami di ospitalità, e sia perché erano stati fautori della pace e della restituzione di Elena. Dopo varie vicende, poi, insieme con un gruppo di Eneti i quali, cacciati in seguito a una rivoluzione dalla Paflagonia, e perduto re Pilemene, cercavano una sede e un capo, Antenore pervenne nella parte più interna dell'Adriatico, e cacciati gli Euganei, che abitavano tra il mare e le Alpi, gli Eneti e i Troiani occuparono quelle terre. Il luogo in cui presero piede fu chiamato Troia, ed è rimasto il nome di Troiano a quel distretto. L'intera gente prese il nome di Veneti.]
I Veneti si insediano dunque al posto degli Euganei nella pianura. Gli Euganei erano una popolazione dell'Italia preistorica, di incerta origine e stirpe, stanziata originariamente nel territorio posto tra le Alpi orientali, l'Adriatico ed il Po,: Eridano, con centro nella zona di Verona. Nell'VIII sec. a.C., sotto la pressione dei Veneti, si ritirarono dunque verso la Rezia (i CAMUNI) e lungo le rive del lago di Garda: nel II sec. a.C. furono sottomessi dai Romani: ottennero il diritto di cittadinanza e si fusero con i popoli circonvicini.)
E' un nuovo popolo: "gens universa Veneti appellati", Livio ripete, rifacendosi probabilmente agli "Antenoridi" di Sofocle (come riferisce Strabone: XIII, 1, 53 C 608), una delle tante leggende fiorite intorno alla figura di Antenore, che qui appare ancora, come in Omero, un saggio consigliere dei Troiani.
Sostanzialmente concorde, se pure in un contesto ancora più leggendario, ci appare il racconto dell'arrivo dei Veneti nei versi di Virgilio quando Venere si rivolge a Giove e, gemendo per l'affannoso navigare del figlio Enea, vi contrappone la felice sorte di Antenore che, riuscito a penetrare nell'insenatura dell'Adriatico, "Illyricos sinus", vi fondò Padova, e ora vi gode in pace il suo regno: Hica tamen urbem Patavisdesque locavit / Teucrorum et genti nomen dedit armaque fixit / Troia, nunc placida compostus pace quiescit. (Aen. I, 247)
In racconti del genere ha avuto certamente il suo peso il desiderio di magnificare l'origine dei luoghi, riferendola ad antichi e noti eroi. Stupisce che proprio Livio non attribuisca ad Antenore la fondazione di Padova, cui egli doveva essere fortemente interessato. Ma è stato supposto, a ragione, che l'abbia taciuta per non oscurare la gloria di Roma (sorta ben cinque secoli dopo la fondazione di Padova).
Conviene qui ricordare Catone. Strenuo difensore dell'Italicità egli ci ha tramandato la sua opinione sull'origine dei Veneti. Asserisce infatti Plinio "Venetos troiana stirpe auctor est Cato". Catone li pone nella pianura, mentre situa gli Euganei sulle montagne e precisamente sul versante Alpino rivolto all'Italia: verso deinde in Italiam pectore Alpium Euganeae gentes.
Si può, pertanto, dedurre con evidenza che, secondo gli antichi scrittori, i Veneti erano un popolo venuto dalle regioni orientali (a detta di Arriano sarebbero stati sospinti fuori dalle loro sedi originarie addirittura dagli Assiri); nel nuovo insediamento della Venezia trovarono un popolo preesistente ricordato col nome di Euganei, lo vinsero e lo sospinsero verso il nord sulle propaggini delle Alpi.
Se Livio pone gli Euganei nella pianura e Catone sul pendio alpino, le indicazioni non vanno comunque ritenute contrastanti, ma solo riferite a tempi diversi, la prima al momento dell'arrivo dei Veneti, la seconda alla situazione che Catone potè constatare all'epoca sua.
Va qui ricordato che ai Veneti è stato associato anche Diomede (oltre che ai Dauni), poichè avrebbe addirittura fondato una grande città veneta, Adria e non solo Spina (Pl. N.H. III, 120). A lui, eroe fondatore divinizzato, "i Veneti offrivano i bianchi cavalli alle foci del Timavo" (Strab. V, 1,9 C 215). E Diomede, eroe Italico divinizzato, era di provenienza orientale - Veneta.
Sappiamo che nei secoli di passaggio fra il II e il I millennio a. C., caduta la potenza marittima Micenea nel Mediterraneo,si cominciano ad individuare i primi nuclei Etnici che configureranno la protostoria d'Italia. Si tratta circa dell'epoca in cui gli antichi scrittori indicano la venuta nel Veneto degli Eneti Paflagonici poco dopo la guerra di Troia, cioè tra il XIII e il XII sec. a.C., periodo di grandi migrazioni. (Omero, ed altri classici ancora, continueranno a citare gli HEVETOI nei loro "NESTOY"; ( dei ritorni o rientri) vedi l'ODISSEA, o, più tardi da Virgilio l'ENEIDE.) Queste fonti, inoltre, affermano che le vie di arrivo dall'Asia minore all'Adriatico sono una marittima ed una terrestre e che parte di quelli arrivati via terra attraverso l'Illiria, continuarono il loro cammino a nord della catena delle Alpi e, attraverso la Svizzera (non dimentichiamo che il lago di Costanza era chiamato, un tempo, lacus Venetus) e la Gallia, si attestarono nella penisola della Bretagna, sulle sponde dell'oceano Atlantico dalle foci della Loira a quelle della Senna, con centro Darioritum (oggi Vannes nel dipartimento del Morbihan, in Bretagna): Tutto ciò è anche attestato da Cesare nel suo "de bello Gallico" e, inoltre, la radice stessa del nome che , a detta di molti altri, deriverebbe dall'indoeruropeo Wenèt "conquistatori".
Un'autorevole fonte(la Fogolari) aggiunge chei popoli attestati nella nostra regione vi giunsero alla fine del secondo millennio, provenienti attraverso i Balcani ed i corsi dei fiumi Danubio - Sava - Drava (è la stessa degli Istri, che, secondo Giustino, scrittore Romano del II sec. D. C., vennero dalla Colchide inseguendo gli Argonauti), portando con sé la cultura del ferro, allora sconosciuto. La regione da loro occupata comprende di massima il Veneto attuale, estendendosi anche lungo le vallate del Brenta e del Piave, e arriva ai corsi del Livenza e del Tagliamento, indicanti nel III sec. A. C. il confine con le popolazioni celtiche dei Carni.
(I Paleoveneti furono sempre amici dei Romani, che aiutarono contro i Galli, ostacolandone a nord la ritirata. Roma pertanto si insedierà pacificamente nella regione). Altre meno attendibili fonti li fanno essere addirittura discendenti dei mitici abitatori dell'Atlandide che, a loro dire, si sarebbe trovata nel mare Egeo. Questo dato lo cito unicamente per dovere di cronaca e con il beneficio del dubbio.
I discendenti di quelle migrazioni ancor oggi vi stanziano in una florida colonia e la loro cultura si differenzia non poco da quella dei popoli circonvicini, mantenendo le antiche tradizioni rimaste.
Di quelli giunti via mare non è accertato con esattezza il sito di destinazione finale. Sappiamo però, come riferisce Livio, (X, 2,4) che si trattava di "importuosa Italica litora" a causa dei forti venti di scirocco e di bora, pertanto se ne deduce che potrebbero essere sbarcati nei pressi di Adria e Spina. Per terra è incerto se giunsero attraverso il valico del Brennero o di Tarvisio, pur se è più probabile quest'ultimo. Vi è da proporre anche un'altra fonte da cui attingere sull'origine dei Veneti, ma sempre con il beneficio del dubbio. Narra, infatti, lo storico romano Ammiano Marcellino, il quale a sua volta si ispira a Timagene, che si doveva distinguere fra i Celti quelli continentali e quelli venuti dal mare. Secondo lui, anche se si trattava di un'unica ondata migratoria proveniente dall'est andavano distinti. Cesare stesso, inoltre, ripropone la stessa distinzione (chiamando "Veneti" i Celti del mare), che non è solo etnografica, ma soprattutto culturale e sociale.
I Veneti occuparono le coste dell'Armorica, dell'Adriatico (da cui l'attuale popolo che porta ancor oggi il nome), spingendosi in Francia e stabilendosi quindi nel Gelles nord-occidentale (dove fonderanno la città di Venedotia) e in Irlanda. La tradizione li descrive come guerrieri intrepidi e minacciosi, incuranti della paura e della stanchezza, ferventi credenti in divinità oscure e terribili. Secondo Marcellino avrebbero impunemente affrontato più volte l'Atlantico, spingendosi fin oltre le più lontane terre conosciute, fin nella leggendaria "Ultima Thule" descritta da Pizia il Greco.
Il termine "Veneti" deriva dalla radice celtica vindo, presente in numerose denominazioni di luoghi e paesi e che sta per "bianco" o , alternativamente, per "razza scelta". Curiosamente secondo gli storici dell'antichità - che in questo mostrano una sorprendente concordanza - i Veneti sarebbero gli ultimi superstiti di Atlantide. Non a caso - dice Ammiano Marcellino - adorano Poseidone e i Dioscuri.
Secondo Diodoro Siculo il culto stesso dei Dioscuri è stato introdotto in Europa dai "Veneti di Atlantide". I Dioscuri rappresentavano, tra l'altro, i numi tutelari dei marinai e venivano invocati frequentemente negli scongiuri di rito che venivano compiuti prima di affrontare il mare aperto; di tali usanze fanno fede i testi di Strabone, di Diodoro Siculo e dello stesso Aristotele che ricordano, anche loro, come tale culto sia precipuo dei Veneti.
Non è da meravigliarsi se taluni antichi storici associano i Veneti agli antichi abitanti della mitica "Atlantide", come già accennato poc'anzi. Lo stesso Platone, uno dei fondatori del pensiero razionale occidentale vissuto nel VI sec. a.C., narra di aver sentito da un vecchio sacerdote egizio dell'esistenza di Atlantide, e ce tramanda un'ampia descrizione. Vi è, però una "anomalia": lui la pone dopo le "Colonne d'Ercole. Ma recenti ricerche fatte da oceanografi non ne trovano alcuna traccia.
Invece ben tre eminenti studiosi Inglesi ci dimostrano come essa poteva essere posta a sud della penisola Arabica ed a est del corno d'Africa e di fronte all'India. Questi studiosi, il prof. Walter Emery, sir. Ernest Alfred Wallis Budge e il prof. Graham Hancok, sono giunti a questa conclusione dopo aver decrittato non solo Platone, ma anche diversi papiri egizi e consultato innumerevoli fonti nei loro vari pellegrinaggi in Egitto, Sudan, Etiopia, ecc. Essi sostengono che diversi antichi Atlantini, prima dello sprofondamento nel mare della loro isola, si salvarono parte riversandosi in Egitto - e questo potrebbe giustificare il ritrovamento delle enormi navi scoperte di fronte alla piramide di Cheope - e parte nella Mesopotamia, e quindi spostandosi più a nord, fino al mar Nero, quindi fondando la Paflagonia, portando con loro tutto lo scibile che la loro avanzatissima civiltà era in possesso e quindi insegnandolo ai cosidetti "indigeni" (vedi: architettura, matematica, astronomia, fisica, ecc.ecc.).
Dopo quanto fin quì detto, vi è da evidenziare quanto successivamente appreso da ulteriori ed approfonditi studi. Sappiamo, come ci informa Pausania, che Polignoto, a Delfi, nella "Lesche degli Cnidi" dipinge in una distruzione di Troia, una scena di Ilupèrsid, ove compare la casa di Antenore con una pelle di leopardo appesa davanti all'ingresso. E' questo un segno convenuto dagli Achei perché la sua casa non venga distrutta. Sempre Pausania narra che Sofloche ci racconta lo stesso episodio, aggiungendo il motivo della migrazione di Antenore in territorio Veneto. Egli sa che il nostro eroe è accompagnato dai figli e (ciò che più conta) dagli Heneti della Paflagonia, già alleati dei TROIANI.
Ciò è confermato anche da Strabone, come già accennato. La memoria di Antenore, quindi, è ampiamente connessa all'area Veneta, dove è testimoniato anche il culto dell'eroe: in particolare alla foce del Timavo, a Padova e nei colli Euganei. La tradizione celebra Antenore come fondatore di Padova, e chiama il fiume Timavo come fiume "Antenoreus" o "Phyrgius", cioè Troiano.
Abbiamo così rese diverse testimonianze della venuta degli Heneti, e del loro insediamento nell'attuale Veneto, da Troia: oltre che con il culto di Diomede e con quello di Antenore. Dalla lettura dei nòstoi: cioè dei travagliati ritorni o delle sofferenti navigazioni dei re Achei, o dei sopravvissuti eroi Troiani desiderosi di trasmigrare in nuove sedi, abbiamo quindi appreso che tutta la nostra testimonianza si ricollega alla saga Omerica.
Continuando a leggere l'Eneide, si apprende che i Romani, discendenti di Enea, vendicano la distruzione di Troia asservendo le città dei re achei, così i Patavini – discendenti di Antenore – lavano nel sangue l'antica offesa sconfiggendo il principe spartano Cleonimo già prima di essere romanizzati. Il primo episodio è narrato da Virgilio nell'Eneide [1,283-285], nel contesto proemiale della celebrazione dei destini di Roma. Il secondo episodio è narrato da Tito Livio [10, 2] nel suo più celebre excursus di storia patria, interessato a celebrare le vittoria riportata dai Patavini nel 302 a.C., nelle acque del Medoaco ( o Brenta), sul principe spartano Cleonimo, spintosi avventurosamente in alto Adriatico e approdato in territorio Veneto: Circumvectus inde brundisii promontorium medioque sinum Hadriatico ventis latus, cum laeva importuosa Italiae litora, dextra Illyrii Liburnique ed Histri, gentes ferae et magna ex parte latrociniis maritimis infames, terrerent, penitus ad litora Venetorum pervent. (doppiato il promontorio di Brindisi, portato dal vento al largo del mare Adriatico, paventando a sinistra le coste impetuose dell'Italia, e a destra le popolazioni degli Illiri, dei Liburni e degli Istri, selvagge e quasi tutte famose per brigantaggio marittimo, si spinse fino alle spiagge dei Veneti).
Livio [10, 2, 14] poi ci informa che, essendosi dato il principe spartano all'incendio, e alla razzia di uomini ed animali, i Patavini gli si opposero in armi, infliggendogli tale sconfitta da indurlo a ritornarsene precipitosamente in patria: Cleonymus vix quinta parte navium incolumi, nulla regioni mari Hadriatici prospere adita, discessist. Rostra navium spoliaque Laconum in aede Iunonis veteri fixa, multi supersunt qui viderunt Patavii. (Salvata appena la quinta parte delle navi Cleonimo se ne partì senza avere potuto riportare il benchè minimo successo in alcuna regione del mare Adriatico. A Padova sono ancora in vita molti che videro appesi nel tempio vecchio di Giunone i rostri delle navi e le spoglie tolte agli Spartani.
Ciò è confermato anche da Tacito [ann. 16, 21, 1], e ciò comporta una relazione definitiva nella leggenda di Antenore, che, da ora in poi associa per sempre Roma e Padova nella comune gemellanza di sangue Troiano.
Di particolare rilievo, ai fini del nostro discorso, è, ovviamente, il ritrovamento delle ambra di Frattesina di provenienza baltica. Il ritrovamento conferma in pieno la tradizione leggendaria di un antichissimo mercato presso il delta padano. Tradizione particolarmente cara ai ai poeti antichi, che presso il delta padano hanno ubicato le misteriose isole Elettridi (isole dell'èlektron, cioè "isole dell'ambra"); o ambientando la tragedia di Fetonte, con conseguente metamorfosi delle sorelle Eliadi ( o: Erinni)in pioppi che eternamente trasudano lacrime d'ambra.
(Secondo una tradizione assai antica, Fetonte fuggì sul carro del sole di Zeus, fu colpito da un fulmine e precipitato nell'Eridano. L'Eridano è il Po. Comunque questa tradizione è già molto nota anche ad Eschilo [fr. 104 M.]. Le Elettridi, o Erinni, sono le mitiche sorelle di Fetonte che piangono la sua morte con lacrime d'ambra, e trasformate nelle isole della foce del Po. Li presso, leggiamo nel "De mirabilibus ausultationibus", vi è un lago che che ha dell'acqua calda: da esso spira un odore greve e dannoso e nessun animale beve la sua acqua, nessun uccello lo sorvola; il lago ha un perimetro di duecento stadi e una larghezza di dieci stadi).
In seguito, (VIII sec. a C.) ai Veneti si aggiunsero popoli Celtici, i Carni, e ben presto si integrarono fra di loro, costituendo nuovi insediamenti nell'attuale Friuli e in tutta la pianura Padana orientale.
Il territorio Euganeo-Veneto, comunque, era già abitato fin dalla preistoria. I moltissimi ritrovamenti e gli innumerevoli reperti lo dimostrano e lo confermano: l'ultimo dei quali, in ordine cronologico, quello dell'uomo del Similaum risalente a circa seimila anni fa. Resti di utensili, armi ed ossa lavorate di Ursus spelaeus (caverna di Pocala, presso Aurisina, Trieste) risalgono all'ultima avanzata dei ghiacciai alpini nel periodo Würmiano. I cacciatori d'orsi avevano una modesta industria litica inquadrabile nel ciclo della scheggia levigata (Mousteriano alpino). Oltre a rari resti neolitici, più frequenti si presentano quelli di età neoneolitica con molte sedi di civiltà troglodita (abitazione in caverne, agricoltura, pesca).
In seguito troviamo resti di civiltà "protovillanoviana" nei pressi di Franzine (VR), importanti necropoli "protovenete" in Alpago, Cavarzano, Pozzale, Lozzo, (BL) a Montebelluna e Biordo d'Asolo(TV), ad Altino e S. Vito al Tagliamento (VE), in tutti i colli Euganei e Berici, e sulle sponde del Garda. Innumerevoli sono gli abitati protoveneti in tutto il Veneto e il Fiuli.
Nelle Lagune di Venezia vengono rinvenuti resti e piroghe intere scavate in tronchi d'albero. Si sa per certo che gli antichi Veneti commerciavano con i Miceni e gli Achei, e che i loro traffici erano imperniati sulla lavorazione dell'Ambra, proveniente dal Baltico, e dei metalli. Essi erano famosissimi per l'allevamento dei cavalli. Erano dèditi all'agricoltura ed alla pastorizia.
Le notizie che abbiamo sulla loro religione provengono da alcune fonti classiche, da iscrizioni Venetiche, dal materiale archeologico raccolto nelle stipi votive.
Non dovettero esistere templi - questi sorsero solo in epoca romana - ma santuari in struttura lignea sparsi nelle radure fra gli alberi, spesso accanto a fiumi, a laghetti e a sorgenti. Altri sorsero, invece, su alture e furono comunque "luci", centri di culto all'aperto. Sembra che ciascun santuario abbia avuto la sua forma tipica connessa con riti particolari e con la divinità venerata nei suoi molteplici aspetti. Molte di queste divinità non risultano chiaramente determinate. Essi onoravano l'eroe Diomede e gli offrivano un cavallo bianco.
Altri due distinti santuari (luci) erano dedicati uno a Era Argiva, l'altro a Artemide Etolica: Dee protettrici delle fiere, della caccia e della vegetazione. La Dea principale, per non dire l'unica, il cui nome ricorre sovente nelle tavolette alfabetiche della stipe di Baratella, (IX-VIII sec. a.C.) è Reitia. L'etimologìa del nome è stata collegata con rekt, dritto, la Dea "raddrizzatrice" (dei neonati), parallela alla Spartana Orthia. Altre Dee erano Sainati, dea della salute; Vebele, dea tessitrice e guerriera; Pora, dea della fertilità.
Ad un'altra divinità non ben definita offrivano, nei periodi delle semine, ai corvi delle focacce per propiziarsi un buon raccolto. Ed inoltre adoravano diversi altri Dei (del mare, dei confini, dei monti, dei fiumi, ecc.ecc.) ma le notizie in nostro possesso sono scarse.
Dalle Stipi di Baratella, iscrizioni votive su tavolette d'oro, di bronzo e di argilla rinvenute nei scavi effettuati nei pressi di Este, apprendiamo non solo i nomi di talune divinità ma anche la lingua e l'alfabeto dei Veneti. L'alfabeto è abbastanza simile a quello Etrusco, e la lingua è stata sufficentemente interpretata: al punto che essa viene letta quasi correntemente dai Linguisti.
Si ha notizia di un'iscrizione Venetica proveniente dall'Italia centrale (area del lago Fucino), ritrovata alcuni anni fa. Si tratta di un documento eccezionale, sia sotto l'aspetto linguistico che per la testimonianza storica riferendo di Veneti partecipanti alle guerre sociali. La lingua dei Veneti, successivamente, divenne il latino – nelle iscrizioni – e si crede che quella in uso nel popolo sia stata quasi simile al “padano” antico e non molto dissimile da quella parlata fino alla metà dell'‘800.
A PROPOSITO DI “LINGUA”. Per chi asserisce che il “Veneto” non è una lingua, voglio far notare che il primo documento in assoluto in lingua “volgare” è scritto in un misto di Veneto e Latino-medioevale. Infatti il più antico documento della cosidetta lingua italiana è Veneto: è un'indovinello scritto negli ultimi anni del VII° secolo, ed è stato rinvenuto nel 1924 da Luigi Schiapparelli. Si tratta di un'indovinello. Esso si trova nel codice LXXXIX della Biblioteca Capitolare di Verona, sulla faccia recta del foglio 3. Eccolo: Se pareba boves Alba pratalia araba Albo versorio teneba Negro semen seminaba.
Giovanni Battista Pighi così lo ha tradotto (tenendo conto che ancor oggi l'aratro in alcune zone del Veneto si chiama ancora “versor”): “I se preparava (gli scrivani)il bò (le pergamene) bianche pradarie i arava (co la pena) e bianco versòr (la penna d'oca)i tegneva e negro come seme (l'inchiostro) i semenava"
Bisogna tener conto che solo nel 842 gli Imperatori Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico imponevano ai loro amanuensi di stilare i documenti sia in Latino che nella lingua del luogo ove gli editti o le leggi venivano emanate. E’ di un'Anonimo Veneto, che lo scrisse fra il 1152 e il 1160, il più antico testo misogino in volgare cosidetto italiano, esso è il “Proverbia quae dicintur super natura feminarum”. Trascrivo solo una strofa del poema, chiedendo scusa alle donne, ma significando che tali versi non sono miei, ma che solo voglio evidenziare la nostra “Lingua”. La femena l’è contraria d'ogno castigamento, pessima e orgogiosa e de forte talento (ostinazione): anci poris-tu volecere rea ploca o forte vento ke femena tracèsi de lo plaquimento. (anzi potresti tu far cessare la pioggia o vento prima che si tragga dal suo capriccio)
(Rimando i Lettori a leggere il libro di Francesco Semi, dove potranno trovare cento testi storici sulla Lingua Veneta.)
Un'altra delle prime iscrizioni cosiddette “volgare” – o veneta – si trova nel cartiglio posto fra due angioletti nel sedile marmoreo posto vicino ai “Tetrachi” all'angolo fra la chiesa di S. Marco ed il palazzo Ducale. In esso vi è scritto: “L'om po far e die in pensar e vega quelo che gli po inchontrar" (traducendo in chiave moderna, significa che l'uomo può fare ciò che pensa, perciò sa a quello che va incontro) Il fatto è che il poeta Pontico Vitruvio così definisce la lingua Veneta “Pulcherrimus et doctissimus omnium sermo, - in quo tota redolet linguae Grecae majestas”. (Il più bello e il più dotto fra tutti gli idiomi, nel quale respira tutta la maestà della lingua Greca). [alla … salute di chi sostiene che il Veneto non è una lingua…!!!]
Il Veneto primitivo, a detta di Strabone e Vitruvio, “era d'ordinario di statura alta e robusta e ben proporzionata, pervenivano ad età molto avanzata, che bei vecchi tra loro vedeansi, mercè il clima salubre e l'aere confacente, biondi i capelli, ma presto canuti e radi, le donne a pinguedine inclinate..” Il primo linguaggio dei Veneti doveva derivare dalla Siria e dalla Paflagonia, delle quali province molte voci e desinenze passarono anche alla Grecia. Quindi sentono il Greco anche molte antiche denominazioni di luoghi nel Veneto ed anche parecchie parole poi sempre conservate nel dialetto. Il carattere particolare del quale è la dolcezza ( a differenza di altri dialetti Italici), come altresì l'abbondanza dei dittonghi finali a modo Jonico, con una sorta di cantilena e allungamento delle vocali finali rimasta ancora tra gli abitanti di Burano e Chioggia (ad es.: questo epitaffio del XII sec., ma sempre attuale, “Qua giazze Agostin de cà Donao, uso a pescar cape da deo, visse sempre col cul bagnao, ora pro eo”, oppure l'altra “Che me mario se n'an dao, Ch’el me cuor cum lù l'ha portao, et eo cum ti, me deo confortae, ecc.”). I loro abiti erano di foggia sobria e comoda. Usavano dei calzari di cuoio legati al polpaccio, delle brache larghe e delle tuniche corte legate ai fianchi con una cintola, una sopravveste larga ed un ampio mantello, il cappello era a tesa larga. Per ripararsi dal maltempo, durante i viaggi usavano una specie di mantello di canne palustri legate e che li ricoprivano dalla testa ai piedi. Le donne usavano delle vesti di regola color turchino legate ai fianchi ed un ampio mantello.
I Veneti resistettero alle successive invasioni di Etruschi, Galli o Celti, che non riuscirono a soverchiare la loro tradizioni nazionali. Con i Galli o Celti-Boi, in seguito, strinsero amicizia ed alleanza; furono in rapporti sempre amichevoli con Roma, aiutandola contro i Galli di Brenno, che invasero l'Italia e saccheggiarono Roma (390 a.C.), e contro Annibale. Al riguardo delle battaglie contro Annibale, vale la pena di ricordare un fatto che portò a rinsaldare ancora di più l'alleanza e l'amicizia con i Romani. A dire dello storico e romanziere Silio Italico nella battaglia di Nola si distinse particolarmente un giovane eroe Patavino di nome Pediano. Qui egli, indomito guerriero, sottrae addirittura ai nemici le armi del console Lucio Emilio Paolo, cadute in loro mani l'anno innanzi, sul campo maledetto di Canne. (I Celti Cisalpini ed i Celti Boi, alleati di Annibale che li aveva posti a combattere nudi – secondo la loro usanza - in prima linea, massacrarono i Romani guidati dal console Paolo, usarono il suo cranio come coppa e le sue armi furono poste fuori della tenda di Asdrubale come trofeo. Riferisce Tito Livio: “ Gli tolsero le insegne, gli tagliarono la testa e questi trofei furono portati in trionfo dai Boi nel lor tempio più sacro; il cranio, ripulito e ornato d’oro, secondo il lor uso, divenne vaso sacro utilizzato per le libagioni solenni come coppa del sacerdote e dei preposti del tempio. [Livio, XXIII, 24].). Il giovane Patavino, a dire di Silo Italico, per l'eroica impresa compiuta, è salutato dal comandante romano, il console Marco Claudio Marcello, come “discendente di Antenore”, come “erede del valore degli avi”. La nobilitante proclamazione corona il lungo luogo poetico, mentre Pediano fa ritorno fra le fila dei suoi agitando l'elmo dello sfortunato Paolo, che è ora trofeo sottratto al nemico. Tum, galeam magno socium reportans, immitem quaetibat equum, spumantia saevo frena cruentatem morsu. Cui turbidus armis obvia Marcellus rapido tulit ora tumulto agnoscemque decus: “macte o virtutis avitae, macte Antenoride! Nunc”, inquit, “rapta petamus, quod superest, Libyci ductoris tegmina” […]. (allora, riportando l'elmo fra il grande clamore degli alleati, spronava l'ardente destriero, che le briglie schiumanti insanguinava col morso crudele. Fiero in armi Marcello fra il travolgente tumulto gli venne incontro, ed esclamò, riconoscendo il trofeo: “O erede del valore degli avi, o discendente di Antenore, evviva! Ora cerchiamo di strappare l'elmo di Annibale: è quanto rimane da fare” […]. Il tardo discendente di Antenore, il giovane Pediano, è così circonfuso di di aureola Troiana, essendo paragonato a un dio o un eroe autoctono, ma al contempo è l'espressione dell'Eridano-Po (qui personalizzato), delle genti del Veneto e del popolo che venera Aponus, il dio di Abano. Ma anche nelle guerre Puniche è testimoniata la partecipazione ed alleanza dei Veneti con Roma: ed il solito Silio Italico [8, 602-604], fra gli altri popoli alleati di Roma cita espressamente che in prima fila vi sono i Patavini: “Tum Triana Manus, tellure antiquitus orti – Euganea profugique sacris Anteniris oris. Nector cum Venetis Aquileia superfluitt armis” (Poi una schiera Troiana, da tempo antico originaria – della terra Euganea, profuga dai sacri lidi di Antenore. E ancora, con i Veneti, Aquileia fu prodiga di armati). Inoltre apprendiamo ancora da Polibio (egli è esplicito nella sua storia: [2, 23, 2]) che nel 225 a.C., al tempo dell'ultima incursione dei Galli in Italia e della loro definitiva sconfitta di Talamone, i Veneti sono gli unici alleati dei Romani.
I Veneti erano altamente civilizzati, ma avevano tuttavia scarse tradizioni militari, seppure grandi ed ottimi combattenti. Nel II° sec. a.C. venne fondata Aquileia che divenne una delle città più ricche e floride dell'Italia. Nel 56 a C. i Veneti delle contrade dell'Adige strinsero una certa alleanza con i Galli opponendosi tenacemente a Cesare, ma furono sconfitti ed inglobati nelle provincia della Gallia Transalpina. I Veneti ottennero la cittadinanza Romana nel 49 a.C., ma mantennero intatta la loro autonomia. Tutto il Veneto fino alle Alpi, il Friuli (Forum Julii), l'Istria e parte della Lombardia, costituirono la Decima Regio – Venetiae et Istriae - , dell'ordinamento amministrativo Augusteo. Con l'avvento del Cristianesimo, anche i popoli Veneti abbracciarono la religione di Cristo. Fiorente di ricche città (Treviso, Concordia, Padova, Verona, Belluno, Oderzo, Vicenza, Rovigo, ecc.), il territorio soffrì moltissimo delle invasioni Barbariche: molte delle sue popolazioni si trasferirono lungo la zona della fascia costiera, dove, unitamente agli abitanti che già stanziavano nelle Lagune, fecero sorgere la attuale Venezia.
E qui ha fine la ricerca dei VENETI PRIMI, ed inizia quella dei VENETI SECONDI.
CONCLUSIONE:
Dopo quanto qui posto in evidenza, il ricercatore vuole fare alcune domande a tutte le persone - dal colto all'inclito - su quale sia il Popolo e la Nazione che abbia più diritto di essere tale se non il Popolo e la Nazione del Veneto e dei Veneti. Gli HENETI giungono in Italia a cavallo del XIII-XII sec. a. C., quando nella penisola stanziavano delle tribù allo stato primordiale, incolte ed incivili che non conoscevano nè la tessitura, nè l'agricoltura, nè l'arte della costruzione, né la lavorazione dei metalli. L'unico barlume di civiltà è quello delle tribù etrusche. Solo verso l'VIII sec. calano dal passo del S. Bernardo (o: Mons Phoenius) nella penisola le tribù Celtiche le quali sospingono gli Etruschi verso il Lazio, dove alcune tribù di pastori, i Romani, si stanno organizzando in un nuovo e primordiale sistema di vita. I Celti vengono immediatamente emarginati e respinti dalle popolazioni Veneto-Euganee; fra le due etnie viene posto in essere un certo sistema di reciproca tolleranza... Successivamente ( sec. III-II a. C.) i Celti (o Galli), vista l'espansione della nuova Etruria-Roma, cercano di distruggerla. Essi la pongono a ferro e fuoco (390 a.C.), ma essa risorge soprattutto grazie all'alleanza che Roma stringe con i Veneti e con gli Euganei: vedi la celebre battaglia di Talamone (225 a.C.), le guerre Puniche e quelle contro Annibale, dopo la quale i Galli, sconfitti, si sottomisero definitivamente a Roma riducendosi nell'attuale Lombardia e Piemonte. Dopo le successive guerre i Romani riconoscono l'indipendenza e la collaborazione della nazione dei Veneti con l'Impero. (49 a. C.) Ora si chiede : quale altro Popolo o quale altra Regione può vantare il diritto di essere "UNA NAZIONE, UN POPOLO, UNA STIRPE" se non i Veneti?
Ma qui è doveroso fare un'altra precisazione: come nell'impero Romano la capitale era l'URBE (Roma), nella repubblica di Venezia la capitale era la Civitas o corpus Rivolati, sinonimo di Civitas o corpus Venecianum, RIALTO. Pertanto è inconfutabile che per Popolo Veneto si debba intendere TUTTO il Popolo dei Veneti: primi e secondi.
Quale conferma di quanto sopra, da un'anonimo testo del XVI sec., trovato in una vecchia libreria, trascrivo la presente testimonianza:
ORIGINE E PRINCIPIO DELLA CITTA’ DI VENEZIA VERO E REALE
Regnando Arcadio, et Honorio Imperatori avendo già diviso l'Imperio di Theodosio suo Padre, il che fù l'anno di N.S. 406. Stilicone vandalo già lasciato Capitanio, e Governator del Occidente da Theodosio Imperatore vinto da cupidigia di regnare fu cagione che Radagasso Re de Goti entrassero con gli Ipogotti in Italia (quali erano Goti vagabondi) e con Gopidi, con esercito tale, che trà vandali et Unni erano al numero di duecentomila: e dunque passavano, il tutto a ferro e fuoco mettevano. Entrati dunque nelle contrade di VENEZIA, vicino Padova, et misero gli habitatori in spavento: si che alle lagune del Mare Adriatico se ne fuggirono, senza fermarvi habitationi, fintanto che la furia di quei Barbari cessaro, sperando poi tosto di rimpatriare. Morto Radagasso da Stilicone, li nuovi habitatori di Padova ristorarono al meglio che potè le rovine loro. Succedendo poi Alarico Re de Visigoti per causa Stilicone, (che l'Imperio voleva usurparsi) di nuovo per le straggi grandi, che fu fatto a’ Barbari occasione per rovinare le mure di Padova ancora fresche, et insieme gran parte de l'Italia. Nel anno 413, all'hora concorrendo i popoli Heneti alle lagune, che fù la seconda volta a Riva alta se ne andarono (luogo così chiamato per essere più eminente) nelle lagune dove ritrovando una casa, già da Antinopo navacellaio fabricà di muro dopo l'essere fuggito dalla furia di Radagasso insieme cò molti altri: ma quegli altri nò volendo quivi far dimora partissi. Hora dico i popoli Heneti appresso questa casa fabbricarono di legname e di canne 24 casucce, non essendo d'animo fi fermarvisi. Indi appicatosi il fuoco in casa di Antinopo, arsero quelle 24 casette, e questo fu nel 418, l'anno terzo della fabricatione loro. Antinopo per questo incendio votossi che estinguendosi il fuoco volea fabricar una Chiesa subito. (O’ cosa miracolosa) venne dal Cielo un pioggia si grande che la fiamma amorzò. Poi l'anno 421. fu dal sopradetto Antinopo nel principio di Marzo fabbricata la Chiesa di S. Giacomo di Rialto, con l'aiuto d'Heneti, la quale fu la prima Chiesa che in Venetia fosse edificata. L'anno 421. Li Heneti (morto Alarico e ridottosi insieme, doppo l'essersi abbruciato le loro 24 casette) udendo i nuovi tumulti, che succedevano per l'Italia di Ataulfo Re de Visigoti il quale successe doppo Alarico, et similmente nella Francia, Spagna e Lamagna, quelli di altri barbari, senza aspettare l'ultima rovina de l'Italia, che poi seguì l'anno 453. da Attila, doppo la distruzione d'Aquileia si risolsero di fabricare nelle lagune Adriatiche verso la foce del fiume Brenta, un luogo fermo, e sicuro che era in Riva alta. Dove fatto, insieme un supremo Consiglio, determinarono una elettione de primi, tra loro, i quali havessero carico di edificare una Città di Porto, la quale servisse per refugio delle genti sparse per l'isole vicine, et in luogo di molte et deboli terre una Città sicura, e sola tenesse, nella quale per guardia del predetto Porto (in occasione di guerra) dovesse un'armata tenere. L'anno 421, il giorno 16 di Marzo, furono da i Consoli sopra ciò creati, fatto questo editto: Si quis navalis faber, si quis nauticae reis paritus eo habitaturus se contulerit is immunis esto et c. Alberto Faletro Tomaso Candiano, o Zeno Daulo, furono quelli sopredetta opera eletti, i quali insieme contri principali gentiluomeni, andati a Riva alta, l'anno sopradetto 421 il giorno 25 del mese di Marzo nel mezzo giorno del Lunedì Santo, a questa Illustrissima et Eccelsa Città Christiana, e maravigliosa fù dato principio ritrovandosi all'hora il Cielo (come più volte si è calcolato dalli Astronomi) in singolare dispositione. E ciò successero l'anno della creation del mondo 5601 dalla venuta di Christo, 421. dalla editificazione di Aquileia, e Padova, 1583. e finalmente dalla venuta dè Heneti alla laguna la prima volta anni 13. Ovvero 14. Già essendo la prima Chiesa fondata, e la religione che la Città, e la Signoria tengono. Dio per assicurare l'Italia la quale minacciava rovina, e per la partita di Costantino, rimanendo in preda de Barbari, il già distrutto Imperio, Sua Divina Maestà volle che una Città Cattolica, e libera sorgesse di nuovo, rappresentando col corpo suo, tutta quella Provincia, dalla quale essa fu partorita. Mostrando ella con argomenti chiari, inditii aperti, e segni manifesti la bella, e riuscibile maniera, nella nascita sua. Il tempo, la stagione, il mese, settimana, giorno, et hora, insieme con molt'altre circostantie, furono presaghi delle grandesse sue, alla quale con larga mano dovea il Sommo Fattore concedergli. Adunque l'anno 421. Hebbe principio nel qual tempo gl'huomeni (come a’ secoli de santi Padri, più vicini nella ragione, erano inferverati Nella stagion Primavera, per dimostrare da essere Floridissima in tutte le attione sue. Nel mese di Marzo, il quale da li Egitjj e da latyre nationi più eccelenti anticamente era venerato, e tenuto da Romani (si come hora da Veneti) capo dell'anno; e nel quale si tiene che questa mondial macchina dal grande Iddio fusse fabbricata, e nel Istesso punto che il Verbo Divino (per noi miseri peccatori prese carne humana e finalmente nel quale si fa comemorattion di tal misterio Giorno che alla Beata Vergine fu annunciata l'incarnazione del Verbo dall'Angelo Gabriello). Lunedì che nel maggior colmo della pienezza sua si ritrovava la Luna. Hora che il sole mostrava la sua più intensa calidità, e chiarezza, segni evidenti che questa Eccelsa Città doveva essere Vergine Christiana e della Croce divota, e della Passione di Christo, e parimenti libera, florida, chiara: e piena assicurarsi dall'eternità sua la Giustizia e il fondamento. Nell'Equinotio, all'hora erano i giorni. Nella Sede di San Pietro Pontefice Massimo, all'hora havea la residenza sua Papa Celestino Secondo. Nell'’Imperio si ritrovavano Teodosio il Giovine, et Valentino, dinotando la detta Città essere Celeste, e Valenti, gli habitatori di lei, e parimenti di humiltà, di ricchezze, e di prudenza dotati, tal che sicurissimamente si può dire ciò che nell'Ecclesiastico si trova scritto, al capitolo 25: Tres species odivit anima mea; aggravador valde animae illorum; Pauperem superbum et divitem mendacem et senem fatuum et insensatum, poi chè questi sono da lei molto lontani.
SITO DELLA CITTA’ DI VENETIA E SUE QUALITA’
Voglio Hora ampiamente trattare delle Qualità, e del sito maraviglioso et inespugnabile di questa inclita Città, tutte grandezze sue. Dico adunque che VENETIA SE NE STà NEL Più SECRETO SENO DEL MAR Adriatico nel cuor della bella Italia stuata, la quale meritamente è Porto di Mare admantata, quivi nelle acque salse giacendo, da ogni parte, e cinque miglia discosta dalla Terra ferma, è dal Mare altrettanto, dove per il furor dell'acque, che (da venti gonfiate) li potesse apportare danno. Vi sono contraposto il Lito, che gli fanno insieme con l'arena sicurissima trincera, e riparo. Appresso la Chiesa di S. Nicolò alle bocche del Porto, anticamente vi dei Castelli, peri quali à nostri giorni per determination del Senato, si è fatti un superbo et inespugnabile forte, sopra del quale scuopronsi d'ogni torno il mare. Poi, è cinta et attorniata dall'acque, di maniera tale, che i Canali scorrendo per lei si (come per il corpo humano le vene) si formano un grandissimo numero di Isolette, sopra le quali si veggono edifici belli, fabriche grandi, palazzi superbi, machine illustrissime, e teatri veramente reali, e col mezzo di ponti di pietra, ascendenti al numero di 402 si ricongiungono insieme le predette Isolette. Si chè per tutta la Città, agevolmente si pono andare, tanto per acqua, quanto per terra, essendo le strade, e piazza di buoni, e spessi matoni, e nelle fondamente per comodità di andare in barca sono state fatte le rive a scaglioni di pietra viva, che con incomparabil comodità, si vanno per acqua entro piccole barche, meglio di qual si voglia lettica. Queste si chiamano gondole e sono di forma leggiadra e bella d'ornamento, e voghe, quali tra quelle di nobili Cittadini e mercenarie, son il numero di dieci milla: le mercenarie, e al servigio di tutti si di giorno, come di notte, e stanno alli traghetti, di qua, e di là dal Canal Grando, et anco per i detti canali della Città, per maggior comodità. La lunghezza di questo Canal Grando è lungo millecinquecento passa, il quale comincia da punta della Doana da Mar, e finisce alla punta di S. Chiara. La Città è da questo in due parte divisa, a guisa di uno S. la qual, non si può ricongiunger se non con il maraviglioso Ponte di Rialto, con archietetura celeberima, e spesa inestimabile, fabricato con 24 botteghe sopra, e chi à veduto il principio delle sue fondamenta può dire un à veduto portar monte sopra monte, si come favoleggiano, i Poeti dè fieri Giganti per salire al cielo. No vi sono porte a questa Città, che la chiude nella quale, può entrare, et uscire, à suo bene placito ogn'uno la notte, come al giorno, ma non di meno, è tanto sicura, che non si può temere ne in Terra, mè in Mare, l'insidie nemiche. Mi da à credere che questa Città fosse profetata dal profeta Ezechiele non capitolo 38 dove dice Ascendam ad terram absque muro veniam ad quiescentes habitantesque secure hic onmes habitant sine muro vectes et portae non sunt eis. Questa Città è comoda per il suo sito, non solo in Italia, ma a tutto il mondo, da ogni parte concorendovi gran quantità, di negotianti per i trafichi grandi, che in lei si fanno, e per la moltitudine dell'arti, che ivi si trovano, per l'inumerabile quantità di nobili, eccelenti, et virtuosi, che regnano in lei, e finalmente per l'abbondanza di tutte quelle cose apparenti all'ornato della vita virtuosa e civile fiorendo in lei, le lettere, l'armi, et ogn'altro essercitio nobile, e quello della la musica sopra tutti gli altri, à il suo seggio, la onde si può dire col Profeta: Repleta est et glorificata nimis in corde maris. Questa Città, è abondante in tutte le cose, è ricca sopra d'ogni altra cosa, per i traffici del mare. Alludendo Nahum Profeta nel Cap.3 dice Cuius divitiae mare et acquae muri eius. L'aria, è temperata, è buona, si per il flusso et riflusso dell'acque, che sei hore crescendo, et sei hore calando, conducono via tutte le immonditie, come per le fornaci, che si fanno i bicchieri, e caraffe in Murano, le quali risolvono i vapori maligni, e li discacciano et anco perché la acque salse, che sono più tosto calde, che umide, cagionano temperie, et i venti, che scopertamente soffiano, più salutifera, e più chiara la rende. Di che ne fanno indubitata fede, il vedervi quantità de rubicondi vecchi, e tanta diversità di nationi, di lingue e d'habiti differenti, a quali conferiscono senza nocumento alcuno, dove in magnificarla, elodarla sono tutti concordi. Circonda questa Città, otto miglia, ma lasciando fuori la Zuecca, sono sette, alla quale senza barca, non si può andare, per essere dal Canal grando separata. Tutte le Jsole che intorno a lei si trovano anticamente ci conmerarono per sue contrade, benchè fossero sessanta miglia discoste, come da Capo d'Argere sino a Grado. Il suo nome, fu Riva alta, da quel luogo ove fu cominciata, così chiamato, il quale poi corrompendosi fu chiamato Rialto poi di gente accresciuta, furono dal principato e dal Senato, di fabriche adornata. Indi divenendo Città ampia, et honorata, non solo ascose in se, sola la nobiltade, le ricchezze, e dell'antica Provincia ogni splendore, ma anco il nome non più Riva alta, o Rivo alto, ne meno Heneti, ma mutando la H. in V. chiamaronsi Veneti i popoli, e la Città VENETIAE, nome con giudicio postogli. E’ convenevolmente posta nell'ombelico del Dogato, quella che come Donna, è Signora, l una e l'altra parte regge, e governa, essendo molti scrittori, questa Città adimandata per le qualità sue, di lei singolare, s'interpreta il nome suo VENETIA quasi adunque voglia dire VENI ETIAM, cioè vieni ancora, et ogni qualvolta che tu vorrai, sempre vedrai cose nuove, e però dirotti VENI ETIAM. Delle quali cose che in essa si ritrovano, di essere degnamente ammirate, potranno i curiosi lettori, a beneplacito suo, vedere ne i primi dieci libri, dell'Historia del sign. Francesco Sansovino ne i quali haverà ragguaglio particolarmente di ciò, et intenderà il tutto minutissimamente, di quanto l'habbiamo qui ragionato, sopra questa Illustrissima, Eccelsa, e non mai, à pieno lodata Città di VENETIA.
Varrà la pena di ricordare, come già accennato, che moltissime località della laguna Veneta hanno tutt'ora i nomi antichi Romani. Valgano per tutte i nomi delle quattro porte della Città di Aquileia chiudevano che il “cardine” ed il “decumano”: “Boreana” – Burano, “Turricellum” – Torcello, “Muriana” – Murano, “Majurbium” – Mazzorbo, e le scomparse “Castrasia”, “Ammiana”, “Ammianella”, Costanziaca, ecc. ecc.
Riporto, ora, testualmente la lettera di Cassiodoro che, nel VI secolo ed esattamente nel 537 chiedeva ai Tribuni delle isole Rialtine di trasportare delle derrate alimentari dall'Istria alla capitale Ravenna per conto di Vitige re dei Goti allora dominatori d'Italia, quale dimostrazione che la comunità Veneta già era viva e prosperosa (per brevità, tralascio in parte l'originale in latino):
(“Tribunis marittimorum Senator praefectas Praetorio”
Data pridem jussione, censuimus, ut Istria vini olei vel tritici species, quarum praesenti anno copia indulta perfruitur, ad Ravennam feliciter dirigeret mansionem. Sed vos, qui numerosa navigia in ejus confinio possidetis, pari devotionis gratia (ciò non significa sudditanza, bensì richiesta) providete, ut quod illa parata est tradere, vos studeatis sub celeritate portare. Similis erit quippe utrisque gratia perfectionis, quando unum ex his dissociatum impleri non permittit effectum. Estote ergo promptissimi ad vicina, qui saepe spatia transmittitis infinita. Etc. etc.)
Ai Tribuni marittimi Il Senatore Prefetto del Pretorio “Con un comando, già dato, ordinammo che l'Istria mandasse felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di essa possedete numerosi navigli, provvedere con pari atto di devozione acciocchè quella è pronta a dare, voi vi studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il favore dell'adempimento. Mentre l'una cosa dall'altra dissociata, non piuù si avrebbe l'effetto. Voi, navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocchè, quando per l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffi, toccano terra con somme felicità e non sanno perire, esse che sì frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo avviene talora di credere che sieno tratte per praterie, e camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme alle gomene; cosicchè, mutata condizione, gli uomini ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza fatica, e in luogo delle vele, si servono del passo più sicuro dei nocchieri. Ci piace riferire come abbian vedute situate le vostre abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità del lido Ionio, dove l’alternante marea ora chiude, ora apre la faccia dei campi: ove pascean le greggi, ora il pesce pasce. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando mutato l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma fondate dall'industria degli uomini. Perciocchè la solidità della terra colà aggregata con vimini flessibili legati insieme, e voi non dubitate opporre sì fragile riparo alle onde del mare, quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque, non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli abitatori poi hanno abbondanza di pesci; poveri e ricchi convivono colà in eguaglianza. Un solo cibo li nutre tutti; simile abitazione tutti raccoglie: non sanno invidiare gli altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto il mondo. Ogni emulazione sta nel lavoro alle saline; invece di aratri e falci, voi fate girare cilindri, e da ciò nasce il vostro frutto; poiché per esse possedete ciò che voi non avete fatto. All'arte vostra è soggetta ogni produzione: poiché ben può l'oro essere meno ricercato da taluno, ma non v'ha alcuno che non desideri il sale, al quale devesi ogni cibo più grato. Laonde, restaurate le navi che tenete legate a modo di animali alla vostre pareti, affinchè quando Lorenzo, uomo espertissimo mandato a provvedere le derrate, siasi adoperato ad eccitarvi, voi presto accorriate (Ut, quum vos vir experientissimus Laurentius qui ad procurandas species directus est, commonere tentaverit, festinetis, excurrere. Lorenzo era il factotum di Vitige per l'approvigionamento della corte), voi presto accorriate. Non tardate adunque per niuna difficoltà le spese necessarie, potendo voi, secondo la qualità dell'aria, scegliere una via più breve”.
CO SAN MARCO ALSA LA COA, TUTE LE ALTRE BESTIE LE SBASSA LA SOA.
La seguente iscrizione, in marmo nero con lettere incise e dorate, era posta sopra gli “stalli” dei Magistrati alle Acque a Rialto, Magistratura istituita dalla Repubblica nel 1505. Ora si trova al Museo Correr.
VENETORUM URBS DIVINA DISPONENTE PROVIDENTIA IN AQUIS FUNDATA, AQUARUM AMBITU CIRCUMSEPTA, AQUIS PRO MURO MUNITUR: QUISQUIS IGITUR QUOQUOMODO DETRIMENTU PUBLICIS AQUIS INFERRE AUSUS FUERIT, ET HOSTIS PATRIAE IUDICETUR: NEC MINORE PAENA QUA QUI SANCTOS MUROS PATIAE VIOLASSET: HUIUS EDICTI IUS RATUM PERPETUUM ESTO Dettata dall'Umanista GIOVANBATTISTA CIPELLI Detto L' EGNAZIO (Venezia 1473-1553)
LA CITTA’ DEI VENETI PER VOLERE DELLA DIVINA PROVVIDENZA FONDATA SULLE ACQUE, E CIRCONDATA DALLE ACQUE E’ PROTETTA DA ACQUE IN LUOGO DI MURA: CHIUNQUE PERTANTO OSERA’ ARRECARE NOCUMENTO IN QUALSIASI MODO ALLE ACQUE PUBBLICHE SIA CONDANNATO COME NEMICO DELLA PATRIA E SIA PUNITO NON MENO GRAVEMENTE DI COLUI CHE ABBIA VIOLATO LE SANTE MURA DELLA PATRIA. IL DIRITTO DI QUESTO EDITTO SIA IMMUTABILE E PERPETUO.
Il Grande Francesco Petrarca, in una lettera inviata ad un suo amico di Bologna nell'agosto del 1321, così descriveva la Serenissima Repubblica di Venezia: ...quale Città unico albergo ai giorni nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita: Città ricca d'oro ma più di nominanza, potente di forze ma più di virtù, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile e, meglio che dal mare ond'è cinta, dalla prudente sapienza dè figli suoi munita e fatta sicura".
ECCO: QUESTO ERA IL VENETO!!
ABBIAMO TUTTI SOTTO GLI OCCHI COME E’ RIDOTTO ADESSO, DOPO LA SCIAGURATA E FORZATA ANNESSIONE VOLUTA DAI SAVOIA ED I LORO ACCOLITI, PRIMI E SECONDI.
Voglio, infine, ricordare la celeberrima “ORAZIONE DI PERASTO” che il Capo di quella Comunità declamò al popolo il 23 agosto del 1797, quando fu costretto a seppellire il Gonfalone di S. Marco sotto l'altare della chiesa affinchè non cadesse in mani indegne. “In sto amaro momento, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenissimo Dominio, el Gonfalon de la Serenissima Repubblica, ne sia de conforto, o cittadini, che la nostra condotta passada, che quella de sti ultimi tempi rende più zusto sto atto fatal, ma virtuoso, ma doveroso per nu. Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l'Europa, che Perasto ha degnamente sostenuto fino all'ultimo l'onor del Veneto Gonfalon, onorando co sto atto solenne, e deponendolo bagnà del nostro universal amarissimo pianto. Sfoghemose cittadini, sfoghemose pur, ma in sti nostri ultimi sentimenti, coi quali sigilemo la nostra gloriosa carriera corsa sotto al Veneto Serenissimo Governo, rivolgemose verso sta insegna che lo rappresenta, e su ela sfoghemo el nostro dolor. Par 377 anni la nostra fede, el nostro valor, l'ha sempre custodìa per terra e per mar, per tutto dove ne ha ciamà i so nemici, che xe stai queli de la Religion. Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite, le xe sempre sate par ti, o S. Marco; e felicissimi sempre se avemo reputà, ti co nu, nu co ti; e sempre co ti sul mar semo stai illustri e vittoriosi. Nissun co ti n'ha visto scampar, nissun co ti n'ha visto paurosi. Se i tempi presenti, infelicissimi per imprevidenza, per dissension, per arbitri illegali, per vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non avesse ti tolto dalla Italia, per ti in perpetuo sarave stae le nostre sostanze, el sangue, la vita nostra, e piutosto che vederte vinto e disonorà dai toi, el coraggio nostro, la nostra fede, se averave sepelìo soto de ti. Ma za che altro no ne resta da far per ti, el nostro cuor sia l'onoratissima to tomba, e el più duro e el più grando to elogio le nostre lagreme.”
Viva S. Marco, Patrono del Veneto (e nostra ultima speranza!!)
Gigio Zanon
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