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i documenti de Raixe Venete BREVE STORIA DELL'AUTONOMISMO VENETO [DALLE ORIGINI AL 2000]
stanpa adeso STANPA

BREVE STORIA DELL’AUTONOMISMO VENETO

Approfondimento Nel maggio del 2009 il sig. F.Calzavara - un socio fondatore della Liga Veneta - ha inviato alla nostra Redazione una serie di note in merito a quanto scritto di seguito dal sig. E.Toffano. Abbiamo ritenuto utile pubblicare UNA SECONDA VERSIONE DELLA "BREVE STORIA DELL’AUTONOMISMO VENETO" riportando le note di Calzavara, al fine di chiarire e spiegare ulteriormente questo capitolo di politica veneta - ormai diventata "storia" - lasciando poi al lettore le proprie analisi e conclusioni. Per leggerlo clicca qui.
La Redazione di Raixe Venete


di Ezio Toffano

Premessa

Questo testo non vuole essere un trattato di storia dei movimenti autonomistici veneti, lasciamo ai professionisti tale compito.

A noi preme di descrivere sommariamente il percorso compiuto dai movimenti autonomistici veneti dagli albori, sul finire degli anni "70, fino ad oggi per analizzare gli errori commessi e comprendere i motivi degli scarsi risultati ottenuti, affinché siano di insegnamento a chi oggi intende impegnarsi in politica seriamente e proficuamente.

Di certo il merito più grande che si può ascrivere alla Liga Veneta prima, alla Lega Nord successivamente ed in particolare ai Serenissimi, che dettero l’assalto al campanile nella notte dell’8 maggio 1997, è l’aver risvegliato in noi, come in molti Veneti, l’oramai sopito senso di appartenenza alla grande Patria Veneta, dal Trento all’Istria. Contestualmente l’aver demistificato e sconfessato quella terrificante e mostruosa operazione di colonizzazione culturale ed etnica attuata dall’Italia negli ultimi 120 anni.

Ci auguriamo che questo risultato non venga disperso nell’oblio ma venga messo a frutto da una nuova forza politica seria, organizzata ed agguerrita, coagulatrice di tutte le diverse forze autonomiste e indipendentiste venete.



Le origini dell’autonomismo in Veneto

È indubbio che le moderne rivendicazioni autonomiste siano cominciate con la costituzione della Regione del Veneto. Tuttavia è errato supporre che dalla caduta della Serenissima (1797), o dalla importante benché per certi versi contraddittoria esperienza repubblicana di Daniele Manin (1848-49), nella Venezia Euganea il ricordo di numerosi secoli di autogoverno fosse nel frattempo andato perduto. Basterebbe rileggere gli atti del Parlamento italiano per averne una conferma.

Ma i contingenti problemi di sopravvivenza, che causarono esodi di proporzioni bibliche soprattutto verso il nuovo continente, nonché l'iniziale veto all'impegno dei cattolici in politica, contribuirono ad impedire la nascita di una coscienza popolare autenticamente autonomista.

Ciò nonostante, alcuni episodi meritano di essere ricordati, a cominciare dall'esperienza dell'avvocato on. Italico Corradino Cappellotto. Democratico cristiano, ex murriano, dirigente sindacalista cattolico di sinistra fin dall'anteguerra, parlamentare uscente del Partito Popolare, alle elezioni politiche generali del 15 maggio 1921 presentò a Venezia e Treviso una lista autonoma, denominata nientemeno che "Leone di San Marco"! Non riuscì a farsi rieleggere, ma il suo movimento ottenne un sorprendente 6,1% in provincia di Treviso, raggiungendo punte del 20% in quelle realtà rurali che, sessant'anni dopo, contribuirono in maniera determinante a decretare il successo della Liga Veneta. La lista di Cappellotto non si ripresentò nel 1924: le cause andrebbero analizzate, ma in primo luogo va evidenziato come, per i meccanismi della legge elettorale maggioritaria, fosse vitale evitare la frammentazione. La vittoria del Blocco Nazionale Fascista, grazie alla legge Acerbo limitò tutte le libertà politiche ed associative, impedendo quindi anche la maturazione delle idee portate avanti dall'avv. Cappellotto, sicuramente lontane mille miglia dai miti della romanità imposti durante il ventennio.

Crollato il regime, le forze antifasciste, che comunque ricorsero al linguaggio patriottico formatosi nel ricordo della guerra precedente, non brillarono per lungimiranza: certo l'Italia era da ricostruire, ma sul mito dell'indivisibilità e dell'unità ad ogni costo l'intransigenza restava massima. Chissà se durante la resistenza vi furono istanze federaliste, e quali dimensioni ebbero nel Veneto. Certo è che nella primavera del 1945 venne stampato un volantino dall'associazione "San Marco per forza", nel quale si sostenevano posizioni ispirate ai princìpi del federalismo.

I costituenti, nonostante l'insensibilità alle tematiche federaliste, inserirono nell'ordinamento statuale il decentramento amministrativo, con una serie apparentemente consistente di deleghe per l'ente regionale. La mancata applicazione degli artt.114 e seguenti della Costituzione fu alla base delle prime istanze autonomistiche della seconda metà del secolo. Ma quel Movimento Autonomo Regionalista Veneto sorto agli inizi degli anni sessanta al fine di perorarne la causa, all'epoca delle prime elezioni regionali del 1970 già si dissolse.



Dal prelighismo culturale alle prime elezioni europee a suffragio diretto

Il 22 maggio 1971 il parlamento romano approvò lo Statuto della Regione Veneto: dopo 122 anni venne concessa una parvenza di sovranità a questo popolo, nel frattempo sottoposto ad una pesante diaspora e diviso tra due stati, per di più appartenenti a blocchi economico-politici contrapposti. Cavour, Farini e Minghetti, estensori nel lontano 1861 di una proposta di legge per "l'autonomia amministrativa con qualche facoltà legislativa delle singole regioni", avrebbero espresso una moderata soddisfazione, se non fossero morti da circa un secolo, e se la sottrazione di comuni e provincie alla tutela prefettizia da loro raccomandata non fosse mai stata accolta.

L'art. 2 della legge 340/71 riconosce, testualmente, il diritto all'"autogoverno del popolo veneto". Tra gli statuti di tutte le regioni, comprese quelle a statuto speciale, il concetto di "popolo" è ripreso unicamente nel Veneto: lungimiranza degli amministratori locali eletti nel 1970, o supponenza del legislatore romano, per il quale il termine "popolo", indicante una collettività etnicamente omogenea, è inteso nell'accezione più spregiativa di "sudditi identificati nella classe sociale meno privilegiata" ? Forse un po' l'uno e un po' l'altro: fatto sta che il popolo veneto è da allora riconosciuto per legge dallo stato italiano.

Purtroppo, fin dagli esordi il Consiglio regionale frustrò le aspettative, dimostrandosi essere quello che non ci si augurava: un parlamento in miniatura, che riproduceva tutti i difetti di quello romano, gestito da partiti che applicavano esclusivamente i disegni politici decisi nell'Urbe.

In questo contesto deludente fiorirono alcune associazioni culturali, che si distinsero per le loro provocatorie attività. Tra esse, va menzionata in primis la Società Filologica Veneta, micro associazione veneziana dalla chiara impronta di sinistra fondata da Maurizio Calligaro e Rosaria Stellin, alla quale aderì un giovane che al congresso radicale regionale del 1977 stava distribuendo volantini con fare quasi profetico. Si trattava di un veneziano con precedenti esperienze politiche variegate e multiformi: Franco Rocchetta..

Un gruppo di aderenti alla S.F.V. uscì dall'ombra il 4 febbraio 1978, con un articolo sul "Corriere della Sera", commentando il testo del volantino diffuso nelle settimane precedenti in tutto il Veneto. "La difesa di una lingua locale, in questo caso quella veneta", vi si poteva leggere, "non è soltanto un'operazione culturale, ma una vera e propria operazione politica". Il volantino in oggetto, firmato "genitori ed insegnanti di lingua e cultura veneta", indicava come recapito il Gruppo Archeologico del Montello, capitanato da Tarcisio Zanchetta di Treviso. Iniziò così un dibattito, ripreso da molti organi d'informazione, in particolare emittenti radiofoniche locali, sull'opportunità di introdurre l'insegnamento del veneto nelle scuole.

Nella primavera del 1978 cominciarono a circolare anche i primi volantini in lingua, in verità redatti in un veneto alquanto arcaico, ed i primi autoadesivi con il motto "Mi a so veneto. E ti?".

Il 18 giugno 1978, in concomitanza con le manifestazioni per il quinto secolo dalla nascita del Giorgione, la Società Filologica Veneta organizzò una manifestazione nel duomo di Castelfranco (TV), città natale del grande pittore, con la deposizione di una bandiera marciana sull'altar maggiore e la lettura di una poesia in veneto.

Nel novembre 1978, presso l'Istituto Linguistico "Bertrand Russell" di Padova, i fratelli Michel e Albert Gardin (quest'ultimo fu uno dei primi obiettori di coscienza al servizio militare, cosa che gli costò il carcere) istituirono il primo corso di lingua e cultura veneta. Intervennero, tra gli altri, Chiara Zambon, Otello Seno e Franco Rocchetta, aderenti alla Società Filologica Veneta o all'Associazione Archeologica Altinum, presieduta dall'ingegnere mestrino Francesco Pescarollo. Il corso terminò sei mesi dopo; le posizioni estremiste di alcuni partecipanti provocarono l'allontanamento di un gruppo di insegnanti e la dissociazione della Società Filologica Veneta da ogni ulteriore impegno e attività. In ogni caso, l'esperienza maturò nei corsisti la consapevolezza che formulare nuove proposte politiche per il Veneto era indifferibile.

Nel 1979 Franco Rocchetta, le cui lettere ai quotidiani venivano di tanto in tanto pubblicate, tentò di organizzare autonomamente a Venezia e Campodarsego (PD) lezioni di lingua e storia veneta, senza alcun esito.

Dal 23 al 25 marzo, su invito dell'Union Valdôtaine, Michel Gardin, Lucia Contato, Rosaria Stellin e Rocchetta parteciparono al congresso di Saint Vincent. In quell'occasione il movimento autonomista valdostano propose l'apertura delle proprie liste ai rappresentanti dei raggruppamenti etnici ed autonomisti di tutta Italia, in vista delle prime consultazione europee a suffragio universale diretto. La proposta si concretizzò nella candidatura dell'insegnante padovano Achille Tramarin, laureato con una tesi sulla lingua rumena, ed una campagna elettorale limitata all'affissione di alcuni manifesti scritti a mano.

Gli oltre 8000 voti raccolti dalla lista nel Veneto posero le basi per un interessante e coinvolgente ragionamento politico.



Nasce la Liga Veneta e il leone alato irrompe in parlamento

Nell'autunno del 1979, si tennero numerose riunioni del gruppo coinvolto nell'esperienza elettorale europea, a S. Giustina in Colle (PD), Vicenza, Valdagno (VI) e Padova, con l'intento di discutere simbolo e statuto della "Lega Veneta" (desunto da quelli dell'Union Valdôtaine e del Partito Radicale). Sporadicamente, continuarono ad essere affissi manifesti scritti a mano.

Il 7 dicembre, mentre cominciarono ad apparire sui cavalcavia le prime scritte "Veneto libero" e "il Veneto ai Veneti", venne rilasciata a "Il Resto del Carlino" un'intervista sulla Lega, movimento politico "per battere il nuovo colonialismo italiano" di cui veniva annunciata la prossima costituzione. Contemporaneamente, videro la luce i primi manifesti a stampa.

Il 9 dicembre a Recoaro Terme (VI) si tenne la prima riunione pubblica della "Liga Veneta", denominata "congresso". Assente Franco Rocchetta, tra il centinaio di partecipanti molti espressero vivacemente uno sfegatato antimeridionalismo. In quell'occasione, venne presa la decisione di costituire legalmente il movimento.

Il 16 gennaio 1980, nello studio del notaio padovano Giovanni Battista Todeschini, venne ufficialmente fondata la Liga Veneta. Soci fondatori furono: Michel Gardin di S.Giustina in Colle (PD), Luigi Ghizzo di Farra di Soligo (TV), Bruno da Pian di Venezia, Patrizio Caloi di Erbè (VR), Paolo Bergami di Padova, Giuseppe Faggion di Quinto (VI), Marilena Marin di Conegliano (TV), Agostino Alba di Vicenza, Giannico Faggion di Quinto (VI), Rino Basaldella di Venezia, Valerio Costenaro di Marostica (VI), Luigi Fabris di Conegliano (TV), Guido Marson di Gorgo al Monticano (TV) e Achille Tramarin di Padova. La versione finale dello statuto venne materialmente stesa da Tramarin, mentre Gardin ne disegnò il simbolo. Franco Rocchetta preferì non essere della partita: "ero io il padre della Liga, non volevo mischiarmi abbassandomi al livello degli altri", disse con supponenza in seguito, affermando di aver parlato per la prima volta di Liga a Danzica nell'agosto del 1968! In realtà, pare che non potesse firmare l'atto costitutivo in quanto incompatibile con gli incarichi in essere con la Società Filologica Veneta.

Il 27 gennaio, in ogni caso, la prima riunione dei soci fondatori della Liga Veneta, oltre a distribuire le cariche sociali, provvide a cooptare alcuni aderenti, tra cui lo stesso Rocchetta; non passarono neanche due mesi che il futuro sottosegretario agli esteri smentì la sua appartenenza alla L.V., dando inizio a quella personalissima interpretazione dell'attivismo politico che lo accompagnò fino a tutti gli anni novanta.

Nel contempo, cominciò il secondo ciclo di lezioni di lingua veneta presso l'Istituto Russell di Padova (con risultati modesti, se paragonati a quello dell'anno precedente), e l'Università di Padova istituì ufficialmente un corso di Dialettologia Veneta.

L'iniziativa fu presa dal prof. Manlio Cortelazzo, dell'Istituto di Glottologia e Fonetica, che inviò un proprio assistente al secondo incontro pubblico della Liga Veneta, tenutosi a Feltre il 9 marzo 1980. Tuttavia, il docente universitario rifiutò ogni coinvolgimento nelle vicende del movimento venetista.

Il 1980, però, fu anche anno di elezioni amministrative. La macchina della L.V. difettava di sufficiente organizzazione, e la raccolta di firme necessaria per la presentazione alle consultazioni regionali ottenne esito positivo solamente a Padova e Vicenza. L'8 giugno la Liga raccolse circa 12000 voti, poco più dello 0,5%, ma a Valdagno (VI) riuscì ad eleggere il suo primo consigliere comunale: l'architetto Claudio Pizzati. Venne espulso poco dopo, dando avvio a quella tradizione di epurazioni religiosamente applicata da tutti i soggetti autonomisti nati negli anni ottanta. Se ne andò in fretta anche un socio fondatore: Valerio Costenaro, per dare vita al movimento culturale "Dexmisio", uno dei cui pochi gesti degni di nota in quindici anni fu l'esposizione di uno striscione inneggiante alla libertà del popolo veneto, in occasione della visita del Papa a Vicenza nel 1991.

Passate le elezioni, per quasi tre anni la Liga Veneta tornò nell'oblio, se si eccettuano alcuni sporadici interventi sui giornali (Rocchetta suoleva firmarsi con pseudonimi, quali Nico Orso, Piero da Ruos e Dhoane Nogara). Continuarono con regolarità, invece, i corsi di dialettologia veneta del prof. Cortelazzo, che contribuirono a dare un valido supporto al dibattito in atto nella L.V., ma furono anche l'occasione per meglio definire la personalità di Franco Rocchetta: al quarto corso pretese di spacciare per neologismi veneti strani termini da lui inventati quali "xbregacaigo" (fendinebbia), "s-ciantixadori" (lampeggiatori), "furbiviri" (tergicristallo), ed il mitico "tiravoxe" (microfono) ripresi senza pudore alcuni anni dopo dal giornale della Liga. Ovviamente, il prof. Cortelazzo da quel momento evitò di intrattenere rapporti con Rocchetta.

L'attività della Liga Veneta riprese con vigore in concomitanza con le elezioni politiche del 1983. Da poco avevano cominciato ad apparire sui cavalcavia le scritte "Roma ladrona" e "Forza Etna", la cui paternità venne frettolosamente attribuita allo sciovinismo lighista, allo scopo di deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle tematiche autonomiste e federaliste. Un lampante esempio di questa controinformazione di regime fu l'attribuzione di significati razzisti allo slogan "Fora i mafhioxi dal Veneto", teso a denunciare l'abbietta pratica del soggiorno obbligato.

La tentata demonizzazione della Liga Veneta, in realtà, si rivelò un boomerang. Vennero raccolte senza patemi le firme necessarie per presentare le liste del Senato in tutto il Veneto, mentre per la Camera dei deputati il "Leone" giocò anche fuori casa (in quanto la circoscrizione di Belluno all'epoca comprendeva Pordenone e Udine) e con una campagna elettorale costata in tutto circa otto milioni, senza accesso alle reti televisive e radiofoniche nazionali, la L.V. ottenne un inaspettato successo.

I 125.347 voti per la Camera (4,3% dei consensi veneti) consentirono al Segretario Achille Tramarin di occupare uno scranno a Montecitorio nella nona legislatura, mentre il commerciante solighese Graziano Girardi, in forza dei 91.122 voti conquistati al Senato, venne catapultato dai banconi nei mercati paesani a Palazzo Madama.

Nella fascia pedemontana non furono pochi i Comuni nei quali la Liga Veneta divenne improvvisamente seconda forza politica, pur con candidati sconosciuti, alle spalle di quella Democrazia Cristiana dalla quale attinse gran parte dei consensi; in diversi centri industriali-artigianali di medie dimensioni si collocò al terzo-quarto posto. Nelle medesime consultazioni del 26-27 giugno 1983, la "Lista per Trieste" candidò a Varese Umberto Bossi, il quale ottenne 157 preferenze.

Tutta la stampa italiana si occupò del successo ottenuto dalla Liga Veneta, interpretandolo sbrigativamente come un segno di intolleranza, sottocultura e provincialismo, strumentalizzato da uno pseudo-movimento politico. Analizzarono gli eventi anche l'agenzia di stampa sovietica Tass e Radio Mosca, curiosamente allineate al parlamentare neofascista Olindo Del Donno nell'accusare la L.V. delle più terribili nefandezze.

Pochi furono i commentatori illuminati che intravidero l'embrione di un radicale cambiamento nella società veneta, che con la L.V. poté finalmente trovare una valvola di sfogo. Tra questi Goffredo Parise, che reputò il risultato elettorale un fenomeno istintivo di autodifesa politica e territoriale, e l'allora direttore de "Il Gazzettino" Gustavo Selva, secondo il quale la Liga aveva il torto di dare voce sbagliata a problemi giusti.

L'euforia per la vittoria, tuttavia, nascondeva impreparazione politica, carenze organizzative e pericolosi personalismi; il patrimonio della Liga Veneta, in termini di consenso, soldi (il finanziamento pubblico divenne una realtà), presenza istituzionale (un simbolo disponibile per le successive consultazioni) era un capitale che andava regolamentato con circospezione e per tempo.



Baruffe chiozzotte: come dilapidare un patrimonio politico-culturale

Una settimana dopo le elezioni, domenica 1° luglio, la Liga Veneta al gran completo si ritrovò a festeggiare la vittoria in una pizzeria di Castelfranco (TV). Erano ovviamente presenti i due parlamentari: il deputato Achille Tramarin, la cui elezione fu il coronamento di un'attività culturale-politica lunga oltre un lustro, ed il senatore Graziano Girardi, avvicinatosi alla L.V. pochi giorni prima della presentazione delle liste, e candidato nel collegio uninominale della pedemontana trevigiana per carenza di attivisti disponibili. Si aggirava con fare inquieto anche Franco Rocchetta: nella circoscrizione Venezia-Treviso aveva conseguito il maggior numero di preferenze, e con una percentuale nel voto di lista superiore rispetto al raggruppamento del Veneto occidentale, dove però era scattato il quorum per effetto del più alto numero complessivo di voti. Nel bel mezzo della serata, sputò addosso a Tramarin il rancore covato per una settimana: "La Liga è mia, è una creatura mia, a Roma go da andarghe mi", intimandogli di dimettersi subito, anche perché la carica di Segretario era incompatibile con l'ufficio di deputato. Questa, almeno, è la ricostruzione dei fatti che fornisce G.A.Stella in "Dio Po". La risposta non è riproducibile in questo contesto, ma si può immaginare. Va ricordato che Rocchetta non era neppure il primo dei non eletti: se pure Tramarin avesse ceduto alla sua richiesta, doveva far fuori anche Ettore Beggiato.

Il deputato convocò affrettatamente un congresso per il 9 ottobre all'Hotel "Plaza" di Padova, facendosi riconfermare segretario e modificando le incompatibilità statutarie. La risposta dell'altra fazione non si fece attendere: il 12 novembre venne convocato il primo congresso straordinario della Liga Veneta, seguito da un consesso ordinario il 27 novembre, entrambi nel Salone dei Trecento a Treviso. Supportato dai suoi simpatizzanti, Rocchetta decretò l'espulsione del deputato (nel frattempo resosi disponibile alle dimissioni, purché, per motivi di serietà, non immediate) e degli altri lighisti di non provata fiducia, fece eleggere Marilena Marin segretaria, e decise di ricorrere in pretura per ottenere la potestà sulla Liga Veneta.

La successiva vertenza giudiziaria, con pronunciamenti della magistratura favorevoli ora all'uno, ora all'altro schieramento, si protrasse per anni, decretando alfine che un raggruppamento politico può concorrere democraticamente alla vita del paese, senza per questo essere organizzato in modo democratico al suo interno (sic!); sul piano formale, forse, Rocchetta aveva anche la legge dalla sua parte.

Graziano Girardi nell'autunno 1983 se la cavò: per sua fortuna Rocchetta all'epoca della presentazione delle liste non era ancora quarantenne, e pertanto non aveva potuto essere candidato al Senato. La resa dei conti per il parlamentare arrivò quando venne erogato il finanziamento pubblico ai partiti che per effetto della causa pendente manco la magistratura seppe a chi assegnare.

Come prevedibile, la spaccatura del movimento, e la messa a nudo dei limiti del personale politico che ne incarnava le due anime, ingenerò una profonda delusione in quelli che appoggiavano disinteressatamente le proposte politiche della Liga Veneta, minando in modo quasi irreversibile le potenzialità dell'ideale autonomista veneto.

Gli eccessi della divisione apparirono in tutta la loro perniciosità in occasione delle elezioni europee del 1984. L'on. Achille Tramarin era pronto per depositare il simbolo al Ministero degli Interni, così come Franco Rocchetta. Quest'ultimo vinse la partita, ma non per effetto di una sentenza della magistratura: nel bel mezzo della notte il deputato venne aggredito e posto fuori combattimento davanti ai cancelli del Viminale dai fedelissimi di Rocchetta (tra cui Umberto Bossi). Pur riconoscendogli l'attenuante della buona fede, ancora oggi non si capisce come mai, in una situazione così delicata, l'on. Tramarin non avesse chiesto una particolare tutela da parte delle forze dell'ordine, o quantomeno di alcune guardie giurate.

Alle elezioni del 17 giugno la Liga Veneta di Rocchetta si presentò in tutte e cinque le circoscrizioni, forte dell'accordo siglato con Lega Autonomista Lombarda, Movimento d'Arnassita Piemonteisa, Partito Federalista Europeo e Partito Popolare Trentino Tirolese, ottenendo complessivamente 160.955 voti. Rocchetta mancò la conquista dell'agognato scranno a Strasburgo, essenzialmente a causa della forte flessione patita nel Veneto (circa 20000 voti in meno).

La speranza di avere un rappresentante al parlamento europeo, per gli osservatori più accorti, era già caduta nelle elezioni amministrative di medio termine, allorquando la Liga Veneta riuscì a presentarsi solo in un ristretto numero di comuni, senza oltretutto esprimere alcun consigliere. Questo fu un chiaro messaggio di debolezza: nel momento in cui la consultazione da politica scendeva al livello amministrativo, per vincere e rappresentare compiutamente le istanze dei cittadini era necessario essere radicati nel territorio. Evidentemente, ad un anno di distanza dalla vittoria che aveva portato il Leone di San Marco nel parlamento romano, poco o nulla venne fatto in questo senso, impegnati come si era in baruffe chioggiotte di bassa lega.

C'era un anno di tempo per preparare il terreno alle amministrative del 1985, e capendo che non si poteva continuare soltanto a lanciare strali sui traditori, un minimo di struttura la Liga Veneta di Rocchetta cominciò a crearla. Il destino dell'altra fazione era invece segnato: impegnato a Roma, ed esautorato del simbolo anche da una ordinanza provvisoria della magistratura, nonché scarsamente carismatico, Achille Tramarin non si risollevò più.

Alle elezioni regionali del 12-13 maggio 1985 la Liga Veneta conquistò il 3,7%, molto meno delle politiche del 1983, meno anche delle europee del 1984, ma ottenne comunque due rappresentanti nel parlamento regionale: Ettore Beggiato e, finalmente, Franco Rocchetta. Tramarin riuscì a raccogliere le firme per presentare una lista antagonista che non ebbe alcun eletto, la Serenissima Union Veneta, solamente nel collegio provinciale di Padova: qui, le percentuali ottenute dai due schieramenti quasi si equivalsero.

Nei comuni e nelle provincie la Liga Veneta, titolare del simbolo e quindi esentata dal raccogliere firme, mieté poco rispetto alle aspettative: 7 consiglieri provinciali ed una quarantina di consiglieri comunali, tra cui Rocchetta a Venezia. Lo scarsa penetrazione nel territorio portò a stravaganze quali un trevigiano nel consiglio provinciale di Belluno (Franco Licini, dodici anni dopo coinvolto nella vicenda dei "serenissimi"), ed un bellunese nel consiglio provinciale di Treviso (Fabio Calzavara, attuale parlamentare della Lega Nord), nonché consiglieri comunali non residenti laddove si ritrovarono ad amministrare. Il tutto suonava decisamente stonato, per un movimento che predicava di "tornare padroni in casa propria".

Sulla base dell'accordo siglato l'anno prima, che prevedeva anche un prestito di alcune decine di milioni, Lega Lombarda e Movimento d'Arnassita Piemonteisa poterono fare la prima comparsa con il proprio simbolo, senza ottenere tuttavia risultati apprezzabili. Il patto stipulato con l'Alleanza Italiana Pensionati comportò, invece, l'elezione sotto le ali del leone marciano di un consigliere regionale nel Lazio: il settantenne Giulio Cesare Graziani di Affile, storica roccaforte del Movimento Sociale Italiano. Alla Liga tale bizzarra convenzione fruttò un bel po' di soldi sotto forma di rimborso elettorale.

Nonostante l'assenza di una scuola quadri, e l'approccio approssimativo alle elezioni, l'impegno di una frazione abbastanza consistente degli amministratori fece sì che l'esperienza negli enti locali non si rivelasse ovunque quel gioco al massacro che alcune cassandre profetizzarono.

L'esigenza di una struttura organizzata, necessaria a far presa sui cittadini e per avviare le nuove leve all'attività politica autonomista, cominciò a farsi sentire. Ma Rocchetta non volle saperne di creare un organismo snello, democratico e non verticistico. Il capogruppo regionale insistette nel mantenere in vigore l'art.26 dello statuto, che recitava "Fino al completamento dell'organizzazione della Liga Veneta, questa è retta con pieni poteri, nei limiti dello spirito e delle finalità del presente Statuto, dai soci fondatori". Il senso di questo articolo, peraltro transitorio, venne completamente stravolto da Rocchetta, il quale cooptò di quando in quando qualche fedelissimo, al fine di mantenere il potere assoluto sul movimento.

Apertura di sezioni, organizzazione in proprio di incontri pubblici o convegni, stampa di volantini o pubblicazioni, ridistribuzione in periferia di parte delle risorse disponibili grazie al finanziamento pubblico, superamento del sistema di tesseramento a più livelli, democratizzazione del movimento: furono tutte richieste che provocarono l'ostracismo del leader maximo, il quale, temendo di perdere il controllo della Liga Veneta, preferì farla languire nell'inedia: in fin dei conti, col sistema elettorale in vigore bastava mantenere l'1,2-1,3% per confermare un posto da consigliere regionale (sic!).

Le uniche attività che videro la luce nei due anni successivi furono la pubblicazione di "Mondo Veneto", organo ufficiale della Liga Veneta (sul quale trovò spazio, oltre ai ridicoli neologismi di Rocchetta già citati, anche un surreale elogio della pizza veneta), la distribuzione al pubblico di piante autoctone nel corso di fiere et similia, l'invio gratuito della copia di una stampa seicentesca del "Dominio Veneto nell'Italia", la piantumazione dell'"albero dell'amicizia armeno-veneta" nell'isola di San Lazzaro e poco altro.

Non tutti gli aderenti alla Liga Veneta erano disposti a veder deperire in questo modo il partito. Per iniziativa del consigliere provinciale vicentino Luigino Chemello (attualmente riconfermato in tale ruolo per conto del Movimento del Nord-Est), che interpretò il pensiero di un consistente numero di affiliati, tutti gli iscritti al movimento vennero pubblicamente convocati per un congresso, con all'ordine del giorno le modifiche statutarie necessarie a conferire democraticità ed incisività all'azione politica del movimento, che non poteva continuare ad essere gestito dai pochi soci fondatori rimasti.

La reazione di Rocchetta non si fece attendere: espulsione immediata di Chemello e di quanti, dirigenti ed attivisti, ebbero il torto di non uniformarsi costantemente alla linea del Presidente. l 1° marzo 1987 venne imbastito anche un processo-farsa al consigliere regionale Ettore Beggiato, reo di aver partecipato il all'assemblea autoconvocata, ed aver dimostrato qualche simpatia per il gruppo di Chemello: com'era immaginabile, venne espulso.

Grazie a queste lungimiranti decisioni, la Liga Veneta si presentò all'appuntamento con le elezioni politiche del 1987 decimata, ed impropriamente alleata con il gruppo "Pensionati Uniti" dell'ex-parlamentare missino Stefano Menicacci (che qualche anno dopo si ritrovò coinvolto suo malgrado nelle vicende relative al sequestro dell'arzignanese Carlo Celadon). Nelle tre circoscrizioni del Veneto venne imposta quale capolista Marilena Marin, moglie di Rocchetta dall'anno precedente. Nel resto d'Italia ebbe mano libera Menicacci, e la presentazione delle liste in Lombardia provocò la collera di Umberto Bossi, che evidentemente riteneva la L.V. un alleato affidabile.

La lista ottenne 298.000 voti alla Camera, e 297.000 al Senato, ed ancora alla sera del 15 giugno 1987 la Doxa attribuì 6 o 7 deputati al raggruppamento. Forse pochi ricorderanno questa previsione, inficiata dalla poco accurata scelta del campione rispetto al quale attribuire il pronostico.

Nella circoscrizione del Veneto occidentale, infatti, si presentò il Movimento Veneto Regione Autonoma, capitanato dai fratelli Geppino e Umberto Vecchiato di Borgoricco (PD), nato da una delle tante defezioni lighiste. Con il supporto di molti tra coloro che erano stati allontanati dalla Liga Veneta, l'M.V.R.A. (che scomparve dalla scena fino alle elezioni successive) ottenne circa 19000 voti, alcuni dei quali oggettivamente per effetto della confusione che il simbolo ingenerò. Pochi per sperare in un seggio parlamentare, sufficienti per far mancare di sole 1.500 unità il quorum alla L.V.: niente quorum, niente ripartizione nel seggio unico nazionale. Risultato: pur con quasi 300.000 voti, la Liga Veneta perse la sua rappresentanza parlamentare.



L'agonia dell'autonomismo veneto

All'indomani delle elezioni politiche del 14-15 giugno 1987 un Rocchetta furioso denunciò brogli elettorali: "nella circoscrizione Vicenza-Verona-Padova-Rovigo il numero di schede nulle è doppio rispetto alla media nazionale". Chiese di ripetere lo scrutinio, ma non se ne fece nulla.

Buon per lui che la Lega Lombarda riuscì, pur con il disturbo della Liga Veneta-Pensionati Uniti, ad eleggere il deputato Giuseppe Leoni ed il senatore Umberto Bossi: almeno gli alleati lombardi acquisirono la titolarità di un simbolo, indispensabile ad evitare di raccogliere firme per partecipare alle successive consultazioni. Ma i rapporti di forza cambiarono, in favore del Senatùr, il quale rimase comunque fedele alla Liga Veneta: riconoscenza per il prestito di una cinquantina di milioni ottenuto alcuni anni prima, o consapevolezza di aver messo Rocchetta in ginocchio?

L'atteggiamento di Rocchetta e della moglie (sempre più la Liga Veneta stava diventando proprietà privata dei due coniugi) verso la base, nonostante la pesante sconfitta che avrebbe dovuto consigliare loro le dimissioni da presidente e segretario, non mutò: le richieste di cambiamento di rotta vennero evase con la defenestrazione dei proponenti (così fu per alcuni membri del "senado").

Si faceva strada, ormai, l'idea di costituire un nuovo gruppo autonomista, ed il 23 novembre 1987 venne fondata l'Union del Popolo Veneto, con coordinatore il consigliere regionale Ettore Beggiato. Diversi ex-attivisti della Liga Veneta vi aderirono, in particolare dalla provincia di Vicenza. Il primo congresso dell'U.P.V. si tenne a Ponte San Nicolò (PD) nel febbraio 1988, con l'approvazione di uno statuto ampiamente democratico e l'elezione degli organi dirigenti. Segretario venne eletto il consigliere provinciale veronese Gianni Butturini, presidente lo stesso Beggiato. Aderirono all'U.P.V. anche Achille Tramarin, che ne divenne pure consigliere federale, Graziano Girardi, il cui sostegno si limitò al pagamento della tessera, e alcuni tra i fondatori del M.V.R.A..

Una delle prime decisioni assunte dal Consiglio Federale dell'U.P.V. fu quella di dare alle stampe l'organo ufficiale del movimento "Veneto Novo", giornale di livello decisamente superiore al "Mondo Veneto" lighista.

Il primo appuntamento elettorale del 1988 venne con le elezioni comunali di Belluno. L'Union del Popolo Veneto si impose, per motivi di visibilità, di partecipare alla consultazione, pur non avendo alcun aderente in città. Com'era facile prevedere, l'affrettata mossa si tradusse in un fiasco: mentre la Liga Veneta elesse Doriano Cadorin, l'U.P.V. non andò oltre lo 0,6 %. Negli stessi giorni (29- 30 maggio 1988) la Lega Lombarda conseguì l'elezione di 2 consiglieri provinciali a Pavia e 44 consiglieri comunali.

Ciò nonostante, la Liga Veneta si ridusse a poche decine di iscritti (come riportato nel bilancio redatto dal tesoriere Carletto Baccioli, estensore di una relazione che distribuì generosamente epiteti quali "traditore", "giuda iscariota", "gaglioffo", "ignavo" e così via), e praticamente scomparve dalle cronache e dalle piazze, con l'eccezione di Treviso. Qui, l'attivissimo futuro deputato Mauro Michielon entrò, primo assessore comunale autonomista della Liga, in una giunta multicolore appoggiata esternamente anche dall'Union del Popolo Veneto. Franco Rocchetta cercò di non essere da meno, ma le febbrili trattative tese ad assicurargli l'assessorato alla storia e cultura veneta in quel di Venezia alla fine fallirono.

Inesorabile continuò il travaso di attivisti ed amministratori verso l'U.P.V., che con impegno e dedizione cercò di mantenere accesa la fiaccola dell'autonomismo mediante volantinaggi, organizzazione di incontri pubblici, affissione di manifesti, diffusione del vessillo marciano. Ne è una dimostrazione il fatto che Ettore Beggiato riuscì a far approvare dal Consiglio regionale una mozione sull'esposizione della bandiera veneta, senza ottenere sostegno da parte del consigliere lighista Rocchetta.

Tra gli atti parlamentari regionali depositati dall'U.P.V, va segnalata la proposta di modifica dell'art. 117 della Costituzione, nonché il progetto per l'istituzione del Senato delle Regioni. Il 20 luglio 1988 Ettore Beggiato presentò il disegno di legge per la costituzione della Regione Veneto a Statuto Speciale. Oggi la proposta verrebbe giudicata anacronistica, ma all'epoca fu il primo progetto mai elaborato in direzione della sovranità veneta. L'attività qualificante dell'U.P.V. divenne quella di battere costantemente le piazze del Veneto onde raccogliere adesioni al progetto di legge per lo Statuto Speciale, anticipando di quasi un decennio l'esperienza dei gazebo leghisti. Nel giro di un paio d'anni, circa 50000 cittadini veneti la sottoscrissero.

Nel 1989 due furono gli appuntamenti elettorali. Alle elezioni comunali di medio termine del 28 maggio 1989 Liga Veneta ed Union del Popolo Veneto si scontrarono a Feltre (BL); entrambe presentarono candidati locali, ma nessuno dei due schieramenti entrò in municipio: la L.V. si assestò sul 2,9%, l'U.P.V. raggiunse il 2,4%.

La settimana successiva fu la volta delle elezioni europee. La Liga Veneta confluì nell'Alleanza Nord, nata a Bergamo poco prima, mentre l'Union del Popolo Veneto aderì al cartello "Federalismo" assieme a Union Valdôtaine, Partito Sardo d'Azione, Slovenska Skupnost, Union Für Süd-Tirol, Union Furlane, Movimento Autonomista Occitano e Movimento Meridionale. L'impossibilità di raccogliere le 35.000 firme indispensabili per chi non sia rappresentato in parlamento provocò la scomparsa del leone marciano dalle schede elettorali.

Il 18 giugno 1989 l'autonomismo veneto raggiunse il più basso livello di consensi. Alleanza Nord, nella cui lista figuravano ai primi tre posti Franco Rocchetta, la moglie Marilena Marin ed il suo parente Rodolfo Herbst, non andò oltre l'1,7% nel Veneto, mentre "Federalismo" agguantò un misero 0,3%, più o meno quanto l'Union Valdôtaine dieci anni prima, benché fossero stati candidati quattro veneti: Ettore Beggiato, Furio Gallina, Gianni Butturini e Giancarlo Dal Prà.

La campagna elettorale, condotta con impegno dagli attivisti dell'U.P.V., che nei mesi precedenti avevano fatto confluire in Veneto l'on. Luciano Caveri dell'Union Valdôtaine e l'ex presidente della Provincia autonoma di Bolzano Alfons Benedikter dell'Union Für Süd-Tirol, non venne ripagata in maniera adeguata. Ciò nonostante, senza i circa 8.500 voti conquistati nel Veneto, il sardista Mario Melis non avrebbe conquistato il seggio a Strasburgo.

Dal canto suo, Alleanza Nord ottenne a livello nazionale l'1,7% e due eurodeputati, con un consistente successo in Lombardia e Piemonte. Raggiunto il minimo storico, l'autonomismo veneto venne dato frettolosamente per spacciato dalla maggior parte degli osservatori politici. In realtà, tali previsioni furono poco oculate: l'effetto "traino" che la Lega Lombarda di Umberto Bossi avrebbe prodotto negli anni successivi in Veneto si sarebbe andato a saldare con la stagione di Tangentopoli, producendo consensi notevoli ed inaspettati.



Scende in campo Bossi: è la svolta

Le elezioni europee del 1989 segnarono il punto di svolta nell’autonomismo veneto. Al minimo storico raggiunto in Regione fece da contraltare l’imperiosa irruzione della Lega Lombarda, che provvide presto a modificare l’essenza delle proprie rivendicazioni. L’anima etnico-culturale venne sopraffatta, ed il partito di Bossi tentò di assumersi la rappresentanza del mondo produttivo, in particolare dei piccoli e medi imprenditori, ignobilmente vessati da un’amministrazione statale viscosa e parassitaria.

Le parole d’ordine del senatùr trovarono terreno fertile in Veneto, laddove una Liga Veneta morente, un Movimento Veneto Regione Autonoma inesistente ed un’Union del Popolo Veneto ancora scarsamente incisiva non riuscivano a catalizzare consensi elettorali.

Il 4 novembre 1989, dall’alto della propria posizione di forza, la Lega Lombarda impose un patto "in ginocchio" alla Liga Veneta, con la costituzione ufficiale della Lega Nord. Confluirono nel nuovo partito anche Piemont Autonomista, Union Ligure, Alleanza Toscana e Lega Emiliano-Romagnola. Dieci i soci fondatori: Umberto Bossi, Francesco Speroni, Gipo Farassino, Franco Rocchetta, Franco Castellazzi, Marilena Marin, Bruno Ravera, Carla Uccelli, Riccardo Fragassi e Giorgio Conca. Entro pochi anni gli ultimi sette risultarono nell’elenco degli epurati.

L’U.P.V. continuò invece ad intrattenere stretti rapporti con l’Union Valdôtaine. Tra l’altro, il raggiungimento del quorum con la lista Federalismo consentì, grazie alla ripartizione del rimborso elettorale, un minimo di disponibilità di bilancio per le attività del movimento, che cominciò gradualmente a farsi conoscere nella Regione.



Il 6-7 maggio 1990 ebbero luogo le elezioni amministrative.

La Liga Veneta, per l’ultima volta col simbolo del leone marciano, presentò ovunque capolista per le regionali Franco Rocchetta o la moglie, tranne che nel difficile collegio rodigino, in quanto la legge ammetteva un massimo di tre candidature. L’effetto trainante della Lega Lombarda la portò al 5,8%, con la conseguente elezione di tre consiglieri regionali (ovviamente, i due "divini" coniugi ed il fedelissimo Giampaolo Gobbo, attuale segretario della Liga Veneta in luogo di Comencini ed europarlamentare). L’Union del Popolo Veneto, con 58.000 voti e l’1,9% dei consensi, riuscì a confermare Ettore Beggiato in Regione.

In Lombardia, la Lega sfiorò il 20%. "La decomposizione civile del paese", come osservò nei giorni successivi Giorgio Bocca, "è stata la vera campagna della Lega Lombarda". Ed è vero: come giustificare altrimenti i 170.000 voti raccolti nel Veneto da un partitello a conduzione familiare, ridotto ad una trentina di adepti, ormai scomparso dalle cronache? Un fattore in più, nel Veneto, spiega quanto avvenne nelle cabine elettorali: il profondo sgomento suscitato dalle immagini del vicentino Carlo Celadon, ridotto ad una larva umana e rilasciato dai suoi aguzzini, dopo un sequestro durato ben più di un anno, proprio il giorno prima delle elezioni.

L.V. ed U.P.V., grazie alle alleanze già sperimentate alle europee, evitarono la pesante raccolta di firme che la nuova legge elettorale, approvata poco prima della consultazione, impose nel tentativo di limitare la proliferazione di liste autonome. Tale norma, in particolare, danneggiò le numerose liste civiche apartitiche che nel Veneto avevano sempre avuto un certo seguito nelle elezioni per i comuni; esse, a programmi predisposti, si trovarono tra capo e collo la necessità di triplicare le già tante sottoscrizioni indispensabili a presentarsi.

E qui si insinuò la bella figura dell’ex sindaco di Venezia ed ex eurodeputato Mario Rigo. Sfruttando l’amicizia con l’onorevole Columbu del Partito Sardo d’Azione, riuscì a farsi dare la delega da parte del segretario dei sardisti a firmare liste anche nel Veneto. Rigo si inventò, pertanto, Iniziativa Civica, proponendosi presso le varie liste e listerelle del Veneto al fine di risolvere il problema delle raccolte delle firme; in cambio chiese che nei Comuni venisse utilizzato lo stesso simbolo che campeggiava per Provincie e Regione. A poco valsero le proteste dell’U.P.V. presso i sardisti, tese a ricordare come appena l’anno prima fosse stato sottoscritto un accordo elettorale, grazie al quale l’isolano Mario Melis era potuto entrare a Strasburgo. I responsabili del P.S.d’Az. risposero che potevano fare quel che volevano, anche se gli intenti di Mario Rigo andavano a detrimento di un alleato leale. L’affidabilità degli autonomisti sardi venne completamente annichilita quando, due anni dopo, Mario Melis si rifiutò di applicare l’alternanza, concordata nel 1989, e rimettere a Luciano Caveri dell’Union Valdôtaine il mandato da eurodeputato.

Iniziativa Civica, grazie a questo trucchetto, ottenne lo 0,9% in Regione, spedendo a Palazzo Ferro-Fini Silvano Ceccarelli. Questi, rispettando la tradizione, litigò abbastanza presto con Mario Rigo, dando vita al movimento Veneto Nostro, di cui non si sentì mai parlare. Chi invece improvvisamente si risvegliò dal letargo in cui sprofondava tra un’elezione e l’altra fu il Movimento Veneto Regione Autonoma: Umberto Vecchiato, primo e quasi unico esponente del M.V.R.A. a ricoprire una carica istituzionale, piombò sotto l’egida di Iniziativa Civica nel consiglio comunale di Borgoricco (paese a nord di Padova che salì agli onori della cronaca sette anni dopo, in quanto residenza di Giuseppe Segato, l’ambasciatore che i Serenissimi aspettarono inutilmente la mattina dell’assalto al campanile).

U.P.V. e L.V. entrarono in maniera incisiva nei consigli comunali (rispettivamente 26 e 41 amministratori) e provinciali (2 e 12), con una differenza sostanziale: la distribuzione a macchia di leopardo dei voti dell’Union del Popolo Veneto, cosa che denotava un maggiore collegamento con l’elettorato rispetto alla Liga Veneta. Furono molti i comuni dove l’U.P.V. raggiunse il 10%, ed il miglior risultato lo ottenne a Piovene Rocchette (VI) con il 17%. La L.V., come cinque anni prima, distribuì amministratori con criteri poco coerenti con il motto "padroni a casa nostra".

Misurata la consistenza dell’U.P.V., Umberto Bossi ordinò ai coniugi Rocchetta di ricomporre il fronte veneto dell’autonomismo. Ne conseguì che Marilena Marin propose ufficialmente alla controparte di confluire nella Liga Veneta, e quindi nella Lega Nord. La condizione fu che nella composizione degli organi dirigenti venisse applicata la proporzione 3:1 tra Liga e Union, come scaturito dalle urne. In un congresso all’uopo convocato, i delegati dell’U.P.V. ribadirono come fosse irrinunciabile una strutturazione democratica del movimento; Rocchetta e Bossi non ne vollero sapere.

L’8 febbraio 1991 si tenne il primo congresso della Lega Nord. A Milano, forte di un telegramma d’invito del responsabile organizzativo Alessandro Patelli (successivamente inquisito per i 200 milioni ricevuti dalla Montedison), si presentò anche Ettore Beggiato. Appena lo vide, il Presidente Franco Rocchetta fece il diavolo a quattro, fino ad ottenere il beneplacito di Bossi all’allontanamento dell’odiato avversario. Dal congresso di Pieve Emanuele uscì la proposta della divisione in tre repubbliche dell’Italia. La Liga Veneta, oltre ad abdicare a simbolo ed autonomia organizzativa, si trovò a sposare fini decisamente diversi da quelli costitutivi.

Nel cercare una maggiore coesione del fronte autonomista veneto, ora anche rispetto alle tesi nordiste, l’Union del Popolo Veneto si impegnò nei mesi successivi a ricercare una fusione con il Movimento Veneto Regione Autonoma che pure rappresentava una mina vagante. Dopo molti incontri e discussioni, il congresso dell’U.P.V. deliberò di accettare una fusione alle seguenti condizioni: organi dirigenti divisi pariteticamente tra U.P.V. e M.V.R.A., simbolo ereditato dall’M.V.R.A., ma mantenimento della denominazione più conosciuta Union del Popolo Veneto. L’intransigenza del gruppo di Borgoricco, poi divenuto membro dell’Alleanza Alpina assieme all’Union Piemonteisa di Roberto Gremmo e all’Alleanza Lombarda di Pierluigi Brivio, fece fallire l’accordo. L’arroccamento sul nome apparve in tutta la sua strumentalità quando, l’anno successivo, il M.V.R.A. cambiò repentinamente denominazione in Veneto Autonomo. In realtà furono personalismi covati per anni, rancori mai sopiti, manie di protagonismo e scarsa lungimiranza politica ad impedire la creazione di un fronte autonomista veneto unitario, da contrapporre alle tesi sempre più estremiste della Lega Nord.

Paradossalmente, la totale assenza di attività politica, fatta salva la pubblicazione di alcune copie di Messaggero Veneto, non evitò al movimento di Umberto Vecchiato, Flaminio De Poli e Gina Zanon una micro-divisione: Umberto Fochesato se ne andò dal M.V.R.A. per fondare Democrazia Autonoma Veneta, morta in pochi mesi lasciando ai posteri solamente alcuni autoadesivi appiccicati ai cartelli stradali. L’U.P.V. andò avanti per la propria strada, ed alle elezioni amministrative di medio termine della primavera 1991, ottenne un promettente risultato: il primo consigliere comunale autonomista in provincia di Rovigo, con quasi il 7% dei consensi a Villadose; l’U.P.V. riuscì laddove neppure la Liga Veneta aveva mai ottenuto risultati. In tutto il Veneto, per la prima volta (e fu anche l’ultima), il computo complessivo dei voti ottenuti vide la Liga Veneta – Lega Nord dietro l’Union del Popolo Veneto.

Questo risultato portò alcuni aderenti all’U.P.V. a considerare maturi i tempi per formulare tesi indipendentiste. Nel congresso tenutosi in autunno, una mozione che intendeva dare una connotazione apertamente secessionista al movimento, venne bocciata con pochi voti di scarto.


Tutte le attenzioni da quel momento vennero rivolte alle elezioni politiche del 1992.

L’U.P.V., come ovvio, intendeva parteciparvi, e riuscì senza soverchie difficoltà a raccogliere le 3.500 firme necessarie per le candidature a Montecitorio, sia per la circoscrizione Venezia-Treviso che a Verona-Vicenza-Padova-Rovigo. Belluno, che ancora per qualche anno rimase aggregata a Pordenone e Udine, restò scoperta. Capilista, rispettivamente, l’avv. Andrea Arman (difensore dei Serenissimi alcuni anni dopo) e Piergiuliano Beltrame. Al Senato, tutte le provincie venete vennero coperte; candidato di punta era il prof. Luigino Chemello.

Per la Lega Nord, Franco Rocchetta si assicurò il posto da capolista nelle due circoscrizioni venete della Camera dei deputati, nonché alcuni collegi sicuri del Senato.

Il M.V.R.A. cambiò nome in Veneto Autonomo, e la susseguente modifica del simbolo lo ancora più confondibile con quello dell’Union del Popolo Veneto. La conclusione anticipata, anche se solo di poche settimane, della decima legislatura, comportò l’automatica riduzione del 50% nel numero di firme necessarie a presentare le liste, facilitando la partecipazione del gruppo di Vecchiato.

Ma il colpo decisivo alle velleità dei venetisti lo sferrò Mario Rigo. Come un cuneo, l’ex sindaco di Venezia si insinuò nel rissoso pollaio dell’autonomismo, approfittando della cancellazione del simbolo della Liga Veneta dalle schede. Egli cambiò spudoratamente la denominazione di Iniziativa Civica prima in Lega delle Liste Civiche per l’Autonomia del Veneto, ed infine in Lega Autonomia Veneta. Sfruttando la scarsa propensione della magistratura a perseguire chiunque portasse via voti a Bossi, inserì nel simbolo, un leone di San Marco, la parola "autonomia" convenientemente rimpicciolita, in modo che nei pochi centimetri quadrati di spazio occupati sulla scheda elettorale si leggesse, essenzialmente, la scritta "Lega Veneta". Come immaginabile, i più che legittimi ricorsi della Lega Nord rimasero lettera morta. In questo scenario, dove la confusione regnava sovrana, la campagna elettorale degli autonomisti non poté che essere avvelenata.

Tutte le previsioni assegnavano, nel nord d’Italia, un enorme consenso per Bossi, tanto che per la prima volta dal dopoguerra la Democrazia Cristiana evitò di candidare nei collegi iper-sicuri del Veneto esponenti forestieri, dovendoli riservare a quei notabili locali che non potevano mancare l’elezione (come nel caso dell’ex presidente della Regione Carlo Bernini). E tali pronostici vennero puntualmente rispettati.

Il 5 aprile 1992 la Lega Nord irruppe furiosamente in parlamento, conquistando cinquantacinque deputati e venticinque senatori. Con quasi il 20% il consenso ottenuto nel Veneto cominciò a riallinearsi alle percentuali lombarde. Franco Rocchetta venne investito da oltre 113.000 preferenze personali, e molti elettori scrissero sulla scheda il nome del senatùr, benché non candidato nel Veneto.

Umberto Bossi raccolse preferenze anche per conto della Lega Autonomia Veneta, la quale, giocando sulla scopiazzatura di nomi e simboli, arraffò due posti in parlamento: Francesco Ronzani al Senato e, ovviamente, Mario Rigo alla Camera. Il giochetto attuato dell’ex sindaco di Venezia venne imitato nella confinante Lombardia: la Lega Alpina Lumbarda (con il termine "Alpina" rigorosamente in piccolo) riuscì ad esprimere un senatore nel collegio di Clusone.

Veneto Autonomo e Union del Popolo Veneto, quasi appaiati attorno all’1,5% dei voti, rimasero entrambi al palo.

Stritolato da questa confusione di sigle, tradito da personalismi esasperati, soffocato dall’imperante ideologia nordista, l’autonomismo veneto accusò il colpo, venendo ridotto ad un ruolo da comprimario per oltre un lustro.



Adeguamento alla linea "padana" - esce di scena il "Lion"

Se da un lato le elezioni politiche del 1992 consacrarono la Lega Nord, dall’altro, pur con mille contraddizioni, una quota notevole di elettori comunque espresse un sentimento venetista al di fuori della compagine di Bossi: L.A.V., V.A. e U.P.V., complessivamente, raggranellarono quasi il 9% dei consensi in terra veneta.

La rappresentanza parlamentare era però limitata a Rigo e Ronzani, che non lasciarono agli atti della undicesima legislatura alcuna proposta concreta in senso autonomista o federalista, dimostrando come la Lega Autonomia Veneta non avesse nulla da spartire con gli ideali e la tradizione dell’autonomismo veneto.

Esso, confuso e frastornato dal confronto elettorale del 5 aprile, tentò qualche estremo colpo di reni, almeno fino all’esiziale riforma maggioritaria. Va così interpretato il sofferto tentativo, da parte dell’Union del Popolo Veneto, di ricostruire un fronte venetista unitario; le distanze ideologiche con il gruppo di Rigo non portarono però ai risultati sperati.

L’attività dell’U.P.V., nei due anni successivi, scemò fino quasi ad annullarsi; vanno segnalate le attività di informazione circa il ritorno di fiamma dell’istituto del soggiorno obbligato, l’organizzazione di una petizione indirizzata al presidente della repubblica, le relazioni con la Dieta Democratica Istriana, partito autonomista plurietnico che nella vicina regione croata superava il 60% dei consensi. In un clima di questo genere, il travaso di attivisti e simpatizzanti verso la corazzata bossiana (o verso il disimpegno più assoluto) divenne purtroppo inevitabile. Lo stesso Ettore Beggiato, nominato assessore ai diritti civili e all’emigrazione (primo, e finora unico, autonomista in senso stretto a partecipare ad una giunta regionale a statuto ordinario), con Franco Rocchetta impegnato a Montecitorio, poté riprendere un minimo di confronto con il gruppo regionale della Lega Nord.

Veneto Autonomo, dal canto suo, venne colpito dalla consueta letargia inter-elettorale.

In questo intervallo di tempo più che di storia dell’autonomismo veneto si dovrebbe descrivere come, all’interno della Lega Nord, i temi autonomistici siano stati prima accantonati e poi misconosciuti. Vanno fatte salve alcune lodevoli ma ininfluenti eccezioni, ad esempio la civile protesta dell’on. Fabio Padovan per l’ennesimo caso di invio al domicilio coatto di poco graditi ospiti, legati alla malavita organizzata meridionale. Ma tutto questo è fin troppo noto. Il resto è cronaca.

Il 13 dicembre 1992 si tennero le ultime elezioni comunali senza elezione diretta del sindaco e premio di maggioranza; ad una consistente presenza leghista fece da contraltare la totale assenza dei venetisti.

Un segno della forza che la Lega Nord stava conquistando fu l’elezione del primo sindaco leghista del Veneto: a capo dell’amministrazione comunale di Soave, cittadina di circa 6.000 abitanti in provincia di Verona, venne nominato il senatore Achille Ottaviani.

Alle elezioni amministrative del 7 dicembre 1993, illusa dal successo di Marco Formentini a Milano sei mesi prima, la Lega Nord mancò la conquista di Venezia. Il filosofo Massimo Cacciari superò largamente il leghista Aldo Mariconda nella corsa a sindaco della capitale veneta. Nell’entroterra, tuttavia, diverse amministrazioni passarono a guida leghista.

Alle elezioni politiche del 27 marzo 1994, grazie all’accordo con Forza Italia ed al maggioritario, la Lega Nord diminuì i consensi ma raddoppiò i parlamentari. Nel Veneto risultati "bulgari": solamente il collegio uninominale di Marghera venne acciuffato dalla coalizione di sinistra. Non si ricandidò Fabio Padovan: espulso dalla Lega Nord perché contrario al patto con Berlusconi, il 4 maggio fondò l’associazione Liberi Imprenditori Federalisti Europei, sodalizio in cui attualmente egli assume posizioni dichiaratamente indipendentiste.

L’U.P.V., rimasta alla finestra alle elezioni politiche, fornì un limitato apporto alle successive consultazioni europee, nelle quali venne riproposto il cartello di cinque anni prima. Unica variazione: al posto del Partito Sardo d’Azione, che non aveva rispettato i patti del 1989, partecipò con un ruolo di rilievo la Lega Autonomia Veneta. Risultato: il 12 giugno 1994 né sardisti né valdostani né venetisti accedettero a Strasburgo. Chi entrò nell’europarlamento fu, invece, Marilena Marin, eletta nella circoscrizione nord-orientale assieme ad Umberto Bossi (tanto per cambiare, "padroni a casa nostra"). Per la Lega Nord non fu certo un successo: a livello "nazionale" scese infatti al 6,6%.

In autunno l’U.P.V. tenne l’ultimo suo congresso, ma il mancato raggiungimento del numero legale inficiò qualunque decisione, fosse essa lo stesso scioglimento. Il consigliere comunale vicentino Enzo Trentin ne raccolse i resti, organizzando due effimere apparizioni alle successive elezioni amministrative nel capoluogo berico. Dopo l’espulsione di Rocchetta e Marin (nel frattempo separatisi) dalla compagine bossiana, Ettore Beggiato confluì nel gruppo consiliare regionale Lega Nord-Liga Veneta, al quale già avevano aderito l’ex rautiano Fabrizio Comencini e l’ex democristiano Delfino Buson.

Gli ex coniugi, allontanati dalla Lega Nord per le posizioni assunte in seguito al "ribaltone" contro il governo Berlusconi, tentarono l’organizzazione di un nuovo movimento autonomista, la Liga Nathion Veneta. Tale sodalizio si presentò in occasione delle successive consultazioni amministrative comunali a Treviso. Le elezioni nel capoluogo della marca si rivelarono un vero disastro, basti pensare all’unica preferenza personale conseguita dall’eurodeputata Marilena Marin!

Il fallimento spinse Rocchetta a cercare l’approdo verso gli antichi amori, ma neppure in Alleanza Nazionale la sua presenza venne digerita. Al suo posto, quale presidente della Lega Nord, il congresso del 10 febbraio 1995 insediò un altro veneto: il vicentino Stefano Stefani, noto per avere un contenzioso col fisco da quasi due miliardi.

Alle elezioni regionali del 23 aprile la Lega Nord ottenne il 17,4% nel Veneto. Vennero eletti Giampaolo Gobbo, Mariangelo Foggiato, Fabrizio Comencini, Alberto Poirè, Ettore Beggiato, Michele Munaretto, Franco Roccon, Alessio Morosini e Adriano Bertaso. Quest’ultimo venne presto espulso dalla Lega, e fondò l’Unione Nord Est.

La Lega Autonomia Veneta aveva proposto l’imprenditore Giorgio Panto a presidente della Regione. Nonostante la notevole profusione di mezzi finanziari, non venne eletto neppure semplice consigliere. Panto, noto al grande pubblico soprattutto per aver sponsorizzato la trasmissione televisiva Colpo grosso, si era avvicinato alla L.I.F.E., fondò Progetto Azzurro, diede vita a Nuova Italia, e tuttora non pare abbia trovato collocazione stabile.

La Regione venne governata dal Polo delle Libertà, ed il presidente Giancarlo Galan tuttora continua a distinguersi per prese di posizione fortemente anticentraliste, incurante dei richiami provenienti dall’Urbe.

Poco dopo, il 28 maggio 1995, Umberto Bossi annunciò la nascita del Parlamento del Nord insediatosi a Mantova la settimana successiva. L’escalation secessionista toccò l’apice dopo le elezioni politiche del 21 aprile 1996.

In tale occasione, contro ogni previsione, la Lega Nord risorse. Conquistò un’ottantina di parlamentari, insufficienti tuttavia ad essere determinanti per le scelte di governo. In Veneto, il partito di Bossi conseguì un insperato successo, con percentuali di consenso superiori alle altre regioni settentrionali.

La Lega Autonomia Veneta, finalmente, tolse la maschera, apparentandosi con l’Ulivo: evidentemente il centro-sinistra non disdegnava i voti dei nordisti che confondevano i simboli presenti sulla scheda. La catartica alleanza fruttò alla L.A.V. la conquista di un seggio, appannaggio di Mario Rigo: c’erano dubbi sul fatto che andasse in parlamento qualcun altro?

L’Unione Nord Est, assolutamente assente dal territorio, se si eccettua la stampa di Tempo Veneto, tentò senza esito la scalata elettorale.

Il periodo post-elettorale vide un crescendo di iniziative padaniste, dall’insediamento del Comitato di Liberazione il 12 maggio al giuramento in quel di Pontida del 2 giugno, dalla tre giorni indipendentista del 13-15 settembre al plebiscitario referendum per la secessione del nord il 25 maggio 1997.

Esito di codesta progressiva e martellante intensificazione ideologica fu l’allontanamento dalla Lega Nord, spontaneo o meno, di quanti consideravano il padanismo non solo ridicolo, ma dannoso e, nella necessità di spostare sempre più in là l’obbiettivo, utile esclusivamente a Roma.



Il risveglio del leone assopito

In stato comatoso, l’autonomismo veneto riuscì a produrre solamente alcune proposte di legge regionale tese a ricordare in maniera opportuna la caduta della Repubblica Serenissima, avvenuta il 12 maggio 1797. Ma l’avvicinarsi del bicentenario dal "fatal giorno" portò con sé alcuni singolari avvenimenti.

All’inizio del 1996, giunse alle forze dell’ordine una lettera firmata da un sedicente "Veneto Serenissimo Governo", con la quale si annunciava l’inizio di trasmissioni radiofoniche "per l’indipendenza del popolo Veneto". Nonostante monitoraggi assidui sull’annunciata onda media di 1475 kHz, tali programmi non vennero segnalati neppure dai radioamatori.

Qualche tempo dopo, tra lo stupore generale, il cosiddetto Veneto Serenissimo Governo prese di mira la televisione di stato: il 17 marzo 1997 una voce si inserì sulla portante audio del TG1 delle 20, diffondendo un quarto d’ora di proclami indipendentisti in lingua veneta. Tutti gli organi di informazione dedicarono le prime pagine a questo avvenimento, censurando rigorosamente il testo del messaggio letto dall’esponente del V.S.G., captato peraltro chiaramente in tutto il centro storico di Venezia. Nelle settimane successive la RAI subì nuove "sovrapposizioni", sempre in località diverse: risultava evidente come i disturbatori utilizzassero apparati portatili o pilotabili a distanza. Del caso, competenza della Polizia Postale, furono investite anche le altre forze dell’ordine ed i servizi di sicurezza; venne addirittura messo a disposizione per le indagini, 24 ore al giorno, un elicottero. Cominciarono a circolare anche le prime indiscrezioni sul testo dei messaggi diffusi via etere: per il 12 maggio 1997 veniva annunciata una manifestazione dimostrativa in Piazza San Marco, che richiedeva la massima partecipazione da parte del popolo veneto.

In realtà, l’unico raduno previsto per l’occasione era quello organizzato dalla Lega Nord, che domenica 11 maggio voleva degnamente ricordare il bicentenario dalla caduta della Serenissima; ma non era a questo che i messaggi televisivi si riferivano.

Ripercorrere in questa sede quanto avvenuto il 9 maggio 1997 sarebbe inutile e ripetitivo, tante sono le pubblicazioni, i saggi e gli articoli di approfondimento giornalistico dati alle stampe dopo l’assalto al campanile da parte della Veneta Serenissima Armata. Va ricordato come Fausto Faccia, Antonio Barison, Christian Contin, Andrea Viviani, Moreno Menini, Luca Peroni, Flavio Contin e Gilberto Buson (fratello dell’ex consigliere regionale leghista Delfino), ormai individuati dalle forze dell’ordine e pertanto costretti ad anticipare di tre giorni la loro impresa, molestarono un nervo scoperto, ottenendo in un sol giorno più risultati che vent’anni di autonomismo veneto (del quale erano, tuttavia, figli).

La reazione del potere beffato ed inferocito fu scomposta. Esso blaterò di terrorismo, prospettando ergastoli ed altre punizioni spaventose, ripristinò immediatamente un decreto di epoca fascista (senza nessun pudore da parte del comunista ministro degli interni Napolitano) che proibiva l’esposizione della bandiera veneta, aizzò i suoi pennivendoli contro "questa congrega di ubriaconi fanatici degni rappresentanti degli egoismi degli italiani residenti nella regione veneta". Queste reazioni ottennero risultati opposti a quelli desiderati.

I sondaggi di opinione fin da subito attribuirono ai Serenissimi sentimenti di benevolenza, quando non di aperta condivisione, in gran parte del popolo veneto. Fiorirono le iniziative in loro favore, prima fra tutte quella della L.I.F.E., che promosse con notevole successo una raccolta di fondi per le esigenze delle famiglie dei patrioti, che, nonostante le richieste di parenti ed avvocati della difesa, vennero tenuti in carcere fuori dal Veneto.

Umberto Bossi, scavalcato sui temi dell’indipendentismo, farneticò di coinvolgimenti dei servizi segreti nell’assalto a Piazza San Marco, prendendo le distanze dall’avvenimento. La Lega Nord veneta sospese la manifestazione prevista per l’11 maggio e, per bocca del segretario Fabrizio Comencini, espresse dichiarazioni in linea con quelle del senatùr. Si dissociò subito dalla linea ufficiale Ettore Beggiato, posizione "pesante" se si pensa che egli era ed è il consigliere regionale insediato da maggior tempo a Palazzo Ferro-Fini. Nei giorni successivi, anche la Lega Nord cominciò a raccogliere fondi per le famiglie dei Serenissimi, ed il senatore Luciano Gasperini assunse la difesa di alcuni di loro. Alla prima seduta del processo per direttissima, nell’aula bunker di Mestre, ai molti, leghisti e non, presenti per testimoniare il proprio appoggio morale, fecero compagnia gli autonomi dei centri sociali, che a dispetto del "pacifismo", aggredirono brutalmente Fabio Padovan e Franco Rocchetta, provocando la carica della polizia.

Al termine del processo, "in nome del popolo italiano" i Serenissimi vennero condannati a pene variabili tra i 4 anni e 9 mesi ed i 6 anni. L’identificazione tra il popolo veneto, che aveva manifestato la propria simpatia per il gesto degli otto del campanile, e quel "popolo italiano" in nome del quale l’assalto a Piazza San Marco fu così duramente punito, non fu mai messa in discussione in maniera tanto divenne manifesta ed irreversibile come in occasione di quella sentenza.

L’eco dell’azione del 9 maggio risuonò anche nelle elezioni per il parlamento padano del 26 ottobre 1997. I leghisti veneti si impegnarono a fondo nella consultazione (forse più di tutti gli altri!) e dai gazebo della regione uscì a testa alta la lista dei Leoni Padani; un discreto numero di consensi li raccolse anche la lista Il Campanile, di San Marco naturalmente.

Il gruppo in Consiglio Regionale, che si andava sempre più sottraendo al controllo di Umberto Bossi, presentò diverse proposte di legge in senso venetista confidando, neppure tanto velatamente, nell’assenso del presidente della Regione, Giancarlo Galan, sempre più critico verso il potere centrale. Un esempio per tutti: in occasione dell’inaugurazione di Piazza Ferretto a Mestre l’esponente di Forza Italia invitò apertamente Scalfaro, presente per ribadire la presenza dello Stato e della sua unitarietà, in una discutibile coreografia di bambini delle elementari sventolanti bandierine tricolori, a starsene a casa propria.

Sempre più il Veneto, fucina di insofferenza al potere centrale, ribolliva: finte bombe con proclami irredentisti vennero depositati davanti gli ingressi delle caserme dei carabinieri in alcune località minori; i piccoli imprenditori della L.I.F.E. cominciarono a sfidare apertamente l’ossessiva invadenza della polizia fiscale; nel corso della protesta contro le quote-latte gli allevatori lordarono di liquami le forze dell’ordine, suscitando tra i veneti sentimenti opposti allo sgomento palesato dai politici romani. In un rigurgito di nazionalismo, il parlamento impose l’esposizione del tricolore; la risposta del Consiglio regionale non si fece attendere: il 10 aprile 1998 venne approvata la legge che disciplina l’esposizione della bandiera veneta, attribuendole pari dignità rispetto al vessillo statuale. Le intenzioni del legislatore italiano ottennero l’effetto opposto: tutti gli edifici ad uso pubblico, scuole comprese, dovevano da quel momento esibire il vessillo marciano ammainato nel 1797 dalle truppe napoleoniche!

Ma la bomba scoppiò neanche quindici giorni dopo, con l’approvazione della risoluzione n° 42. Il Consiglio Regionale, con richiami precisi e puntuali alla Costituzione repubblicana, all’atto di Helsinki, alla Dichiarazione di Algeri, invocò il diritto del popolo veneto a pronunciarsi, tramite referendum, sulla propria autodeterminazione. La risoluzione, approvata il 22 aprile 1998 con 29 voti a favore (tra cui quello del presidente Giancarlo Galan) e 24 contrari, provocò reazioni scomposte a Roma, in particolare a Montecitorio, dove la determinazione del parlamento veneto venne spacciata per demenza. Il filosofo sindaco di Venezia Massimo Cacciari, che da alcuni mesi ondeggiava tra l’Ulivo ed il Movimento del Nord Est da lui creato assieme all’industriale Mario Carraro, ne sminuì l’importanza. Ma da Mosca, dove si trovava per uno dei suoi incontri col leader reazionario Zirinovsky (sì, proprio quello che voleva annettersi nuovamente le Repubbliche Baltiche!), giungeva la sconfessione di Umberto Bossi: "referendum di piccolo cabotaggio, la Padania innanzi a tutto". Risposta che arrivava da lontano, anche nel tempo.

Le inevitabili dimissioni del Segretario Veneto Fabrizio Comencini, venivano prima congelate e poi respinte; la resa dei conti era solamente posticipata.



Settembre 1998 – La scissione

La resa dei conti nella Lega Nord era ormai indifferibile, ed il 22 settembre 1998, dopo il congelamento di tutti gli organi elettivi veneti del movimento, le contraddizioni tra la componente venetista e quella pan-padanista sfociarono nella rottura. Per tutta risposta, le date dei consessi vengono irrazionalmente invertite, prevedendo il congresso nazionale veneto solo dopo quello federale. Fabrizio Comencini viene esautorato ed il bossiano Stefano Stefani nominato a commissario della Lega nel Veneto: suo primo atto è il congelamento delle assemblee elettive del movimento.



Il 22 settembre il Consiglio Nazionale della Liga, riunitosi a Noale, delibera di "rivendicare la totale autonomia, nonché l’identità, la tradizione, la libertà e la sovranità" del movimento veneto. Premessa a questa dichiarazione è la constatazione che, a partire dal giugno 1998, Umberto Bossi ha "motu prorio" deliberato:


che l’indipendenza della Padania non è più raggiungibile a tempi brevi e con metodi democratici, fino a dichiarare "la Lega ha fallito";


per continuare la battaglia è necessario formare un insieme di partiti virtuali, detto "Blocco padano";


l’unità del Nord non è più un mezzo per arrivare alla autodeterminazione dei singoli popoli, ma diventa il fine del movimento.

Il parlamentino interno della Liga proclama inoltre di rimanere leale allo spirito del patto sottoscritto nel 1989 con le altre leghe del Nord, invitandole a ricontrattarlo con la garanzia dell’indipendenza per ogni Nazione.

Il documento di Noale non va letto unicamente in veste di doverosa, benché tardiva, presa di coscienza ed assunzione di responsabilità dei vertici della Liga Veneta. Da lungo tempo una parte consistente della base dimostrava la propria insofferenza verso Umberto Bossi, la scarsa autonomia concessa alla periferia del partito, l’insufficiente rispetto per l’identità veneta, immolata sull’altare padano.

Non solo. La tattica bossiana di spostare sempre più in là l’obbiettivo, prima il federalismo, poi la secessione, ora il blocco padano, non riuscendo mai a portare a casa nulla non è più applicabile al Veneto. Nella terra dove il movimento autonomista nacque alla fine degli anni settanta e già nel 1983 riuscì ad esprimere due parlamentari, dove opera la Life e le liste civiche indipendenti sono presenti in molte amministrazioni, dove un gruppo indipendentista riesce a strappare per alcune ore il cuore della capitale al controllo governativo suscitando sentimenti di benevolenza tra la gente, non è più possibile tirare la corda.

Già: i Serenissimi. Sarebbe ingenuo non riconoscere come la presa del campanile abbia dato il "la" a tutto ciò che è stato descritto finora, cosa peraltro evidenziata dall’antipatìa che Bossi non ha mai nascosto per l’azione del 9 maggio 1997. Fausto Faccia e compagni non sono stati certo domati: la concessione degli arresti domiciliari li ha spinti a girare mezzo Veneto per incontrare in riunioni semiclandestine schiere di militanti leghisti. Anziché starsene tranquilli a casa, come consigliato dai rispettivi avvocati, parte di loro ha costituito il movimento culturale "Veneto Serenissimo Governo", e lanciato il seguente appello a militanti e dirigenti della Lega: "Chiudete definitivamente con Bossi, ripudiate la fantomatica Padania, quella finta indipendenza che celebrate a Venezia. Diamo vita insieme al partito dei veneti". E il documento di Noale termina proprio con la convocazione del Congresso costituente della Liga Veneta.

La furiosa reazione di Bossi non si è certo fatta attendere: giungono le sospensioni per Comencini e Morosin (l’avvocato estensore della Risoluzione n° 42), alcuni segretari provinciali vengono esautorati e sono chiamati a raccolta parlamentari e sindaci veneti nel tentativo di spaccare il fronte dei dissidenti, gli insulti al segretario veneto fioccano copiosi e la macchina propagandistica lo prende pesantemente di mira. Un esempio per tutti: Radio Padania Libera si inventa la rubrica "Comencineide", in onda due ore al giorno.

Nonostante i suoi sforzi, il segretario della Lega Nord deve però incassare il colpo quando, il 4 ottobre, a San Martino di Lupari (PD) 600 soci militanti da almeno due anni firmano il documento di Noale: in un congresso aperto al pubblico, con la partecipazione globale di 1500 persone, viene sancita la nascita della Liga Veneta Repubblica. Fabrizio Comencini, com’era prevedibile, assume la carica di segretario; presidente è eletto il consigliere regionale Mariangelo Foggiato, noto in precedenza per la fedeltà ad Umberto Bossi.

Alla Lega Nord rimasero fedeli gran parte dei parlamentari mentre un solo consigliere regionale non aderì alla L.V.R. Anziché sui contenuti, Bossi preferì scontrarsi con il neonato gruppo venetista in tribunale, contestando nome e simbolo. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, allo scontro Rocchetta-Tramarin.

Nel fine settimana successivo ha luogo a Bassano del Grappa il raduno dei lealisti: poco più di 1300 delegati su 3200 aventi diritto. Solo 2 anni prima vi parteciparono oltre 4000 persone! Bossi ne approfitta per liquidare camicie verdi e "pasdaran", per annunciare una possibile assunzione di responsabilità in un governo neutrale (ipotesi poi caduta con l’incarico a D’Alema), nonché per scaricare quantità industriali di veleno sui "traditori". In pratica, anziché al rilancio della Lega Nord veneta, si è assistito ad un duro scontro tra falchi e colombe che ha visto parzialmente accolte, benché non riconosciute, le osservazioni critiche del gruppo di Comencini

Sul nodo delle alleanze, però, il segretario è stato irremovibile: soltanto Bossi ha il diritto, a Roma, di condurre trattative (magari con l’UDR, degnamente rappresentata nel Veneto dal mai dimenticato Carlo Bernini). In periferia, nelle Regioni, nelle Provincie e nei Comuni, mai. Poco importa, tanto per fare un esempio, che l’attuale presidente forzista della regione Veneto Giancarlo Galan sia noto al grande pubblico per aver fermamente invitato Scalfaro a "starsene a casa propria". Andare da soli per la propria strada può essere senza dubbio un indice positivo. Ma, come ha fatto notare Alberto Lembo, candidato sconfitto alla segreteria, la Lega Nord è in grado di esprimere i 35 consiglieri regionali ed i dieci assessori necessari nel caso la tanto sbandierata vittoria alle amministrative del 2000 dovesse effettivamente avverarsi ?

Primo impegno della neonata formazione politica, oltre a mettere in piedi un minimo di struttura organizzativa, è la scadenza elettorale amministrativa di novembre. A Vicenza, ad esempio, la Liga Veneta Repubblica candidò a Sindaco l’autonomista di vecchissima data Ettore Beggiato, già amministratore municipale del capoluogo berico nel 1985.

Pochi mesi prima della rottura in casa leghista, i Serenissimi ottennero la concessione degli arresti domiciliari. Alcuni di loro si avvicinarono alla Lega Nord e, poi, alla L.V.R. Altri, capitanati da Fausto Faccia e successivamente rimessi in carcere con una discutibilissima decisione della magistratura, diedero vita al movimento Veneto Serenissimo Governo. Il V.S.G fin da subito prese polemicamente le distanze dalla Liga Veneta Repubblica, invocando una supposta investitura morale a rappresentare il popolo veneto, sulla base dell’azione del 9 maggio 1997. A nulla valse la rottura del gruppo di Comencini con la Lega Nord, ed il fatto che il più lungo e caloroso applauso tributato dal congresso costituente di San Martino di Lupari fosse stato diretto proprio a loro. Il Veneto Serenissimo Governo, fermo sulla richiesta di ripetere il referendum del 1866 (senza però chiarire come arrivare a tale consultazione), non ha mai riconosciuto alcuna legittimazione alla Liga Veneta Repubblica, dissociandosi anche dal qualificato convegno internazionale del 5 febbraio 1999 "Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa" da essa organizzato.



Primavera 2000 elezioni regionali

In tale occasione, la L.V.R. espose il proprio circostanziato progetto per il recupero della sovranità veneta attraverso una precisa serie di atti normativi. Esso venne immediatamente proposto a tutte le forze politiche nonché al mondo produttivo, imprenditoriale, sindacale e a quello dell’associazionismo. Dalla lettura di tale atto di intenti, pare evidente che le elezioni regionali del 2000 saranno ad alto valore aggiunto. Sono infatti sempre più vasti gli strati della società veneta che ritengono impossibile modificare l’assetto statuale della repubblica italiana operando a Roma. Parallelamente cresce la consapevolezza che la spinta al cambiamento può venire solamente da quella che viene tuttora denominata sprezzantemente "periferia", e che il Veneto potrebbe essere il più probabile candidato a rivestire il ruolo di epicentro del sisma.

Lo stesso sindaco di Mogliano Veneto (TV), Diego Bottacin, storico ed ambientalista di sinistra, la scorsa primavera arrivò a dichiarare che "dall’area del paese dove la volontà federalista è più matura deve partire qualche strappo istituzionale, e la costituzione del Veneto autonomo è una base su cui andare a contrattare fortemente con lo stato". Il movimento di Cacciari e Rigo, cui Bottacin apparteneva, si divise sul nodo delle alleanze: per l’attuale sindaco di Venezia meglio le Cento Città di Prodi, mentre l’ex sindaco della capitale veneta, a parole, preferiva i lighisti. Gli autonomi dei centri sociali (servirebbe loro una lezione di semantica sul termine "autonomia"), accesi sostenitori del prosindaco di Mestre Gianfranco Bettin, minacciarono di lasciare Veneto Nord Est nel caso fosse prevalsa la seconda tesi. La ricerca di sinceri autonomisti in lacrime per questa "terribile" minaccia non ha ancora avuto esito…

Qualche risultato in più sembrava lo stesse ottenendo Fabio Padovan della L.I.F.E., attore della Marcia per la libertà, una camminata lungo le strade del Veneto nel corso della quale registrò la solidarietà di esponenti del clero, nonché l’adesione di alcuni sindaci alla sua proposta di destinare, con decisione unilaterale, una parte dell'IRPEF direttamente ai comuni. Nonostante le dichiarazioni di principio, tutto ciò è finora rimasto lettera morta.

Nella primavera del 1999 vi furono anche tre turni elettorali, che fornirono esiti contraddittori.

Alle elezioni suppletive per il Senato nel collegio Treviso-Castelfranco, resesi necessarie a causa della morte di Michele Amorena, la Lega Nord vinse superando il 30%, ed un buon risultato lo ottennero sia la Liga Veneta Repubblica sia Veneto Nord-Est (assieme, i tre gruppi che in qualche modo si rifanno a tesi anticentralistiche sfiorarono il 50% dei consensi).

Alle elezioni europee, invece, la Lega Nord subì un generalizzato e notevole calo di consensi, ottenendo un solo seggio a Strasburgo nel collegio nordorientale. Male anche la Liga Repubblica Veneta, alleata all’Union Für Südtirol ed altri movimenti autonomisti, che non superò il 3,5% su base regionale e mancò per poco più di 30.000 voti il quorum. Peggio ancora Veneto Nord-Est: per il movimento di Mario Rigo, orfano di Cacciari e degli autonomi dei centri sociali passati all’"asinello", solo un misero 0,2% nonostante l’originale alleanza con i consumatori ed i sardisti.

Alle consultazioni amministrative parziali, peraltro, non mancarono soddisfazioni: sia per la Lega Nord, che confermò diversi sindaci, sia per la L.V.R. che ne ottenne tre (Chiuppano, Fregona e Spresiano).

Nelle settimane successive il consigliere regionale Mariangelo Foggiato ed il senatore Antonio Serena lasciarono polemicamente la L.R.V., ufficialmente in quanto contrari a qualunque accordo con Forza Italia Veneto; in realtà lo stesso ex-presidente Foggiato aveva più volte dichiarato ai mass-media ed in occasioni pubbliche che chiunque avesse sottoscritto il "percorso per la libertà" sarebbe stato un alleato, pertanto i motivi reali andavano ricercati oltre.

Nel frattempo Mariangelo Foggiato fondò il movimento Liga dei Veneti, disposto ad appoggiare una candidatura alla presidenza della Giunta Regionale per il sindaco sceriffo di Treviso, Giancarlo Gentilini.

Ma cosa aveva di così scandaloso l’accordo che la Liga Repubblica Veneta, la quale con il congresso del 16-17 ottobre 1999 cambiò denominazione in Veneti d’Europa e registrò la confluenza di Veneto Autonomo, siglò con Forza Italia Veneto, rappresentata da Giancarlo Galan (presidente in carica della Regione e candidato ufficiale del polo alla rielezione) ? Nel documento per una convergenza di azione politica tra le due organizzazioni politiche, autonome e distinte, dopo una serie di premesse risultava univocamente individuato l’impegno a:


realizzare l’obiettivo di una consultazione referendaria che prevedesse diverse ipotesi di quesiti, compreso quello relativo alla sovranità dei veneti;


dare avvio ad una fase costituente veneta per la redazione della carta costituzionale del popolo veneto;


aprire e sostenere un tavolo di confronto istituzionale con lo stato italiano, per un patto federale o confederale.

Lo stesso congresso del 16-17 ottobre 1999 dette mandato ai dirigenti dei Veneti d’Europa di appoggiare la candidatura di Giancarlo Galan solamente se il programma elettorale avesse riportato i tre punti sopra citati. In tal senso dovevano essere improntati i rapporti con i movimenti collegati, nati dopo alcune defezioni importanti dalla Lega Nord (tra cui quelle dei parlamentari Vito Gnutti di Lombardia-Lombardia, Domenico Comino di Piemont e Giuseppe Ceccato di Veneto Futuro, ed inizialmente scettici verso l’accordo testé menzionato).

Bossi, grazie agli accordi segreti con Berlusconi del febbraio 2000 in cui si vocifera di un finanziamento di decine di miliardi - da parte di Berlusconi - per salvare dalla bancarotta il carrozzone della Lega Nord, con una pronta sterzata a destra degna di un provetto biscazziere, porta il suo movimento a ricollocarsi in grembo al polo togliendo l’ossigeno a tutti gli altri aspiranti già in odore di matrimonio: dall’APE di Ceccato-Comino-Gnutti ai Veneti d’Europa.

Per i Veneti d’Europa non restava che correre da soli rialzando la bandiera venetista. Purtroppo come ben sappiamo ancora una volta i personalismi, le divisione artificiose e le ambizioni personali hanno portato alla competizione tra due soggetti diversi: Fronte Marco Polo di Fabio Padoan ed il già menzionata Veneti d’Europa di Comencini, ma identici agli occhi della gente, che si chiedeva il perché di due gruppi che scarsamente si differenziavano tra di loro.

Ancora una volta le divisioni tra i veneti hanno causato la disfatta totale, centinaia di milioni dissipati in una campagna elettorale dai toni elevatissimi e con risorse enormi per un movimento autonomista. In ogni caso nulla a confronto di quanto poteva permettersi di sperperare il clan Belusconiano. Una campagna giocata sull’ambigua minaccia della vittoria dei rossi cattivi contro i polisti buoni in cui per i piccoli partiti autonomisti, schiacciati tra i due poli e con una campagna propagandistica scopiazzata dal polo ma con mezzi infinitamente inferiori, non c’era scampo.

Se vent’anni di cattive esperienze hanno insegnato qualcosa con la "non sconfitta", quasi una vittoria per il clima creato, le elezioni politiche 2001 potrebbero avere segnato una svolta al processo di disgregazione del sentimento autonomista e indipendentista veneto.

Certamente Bossi ha fatto bene il suo gioco al massacro, ha portato un movimento che ha sfiorato nel 1997 nella pedemontana medie del 47% con punte nei paesini di montagna dell’80%, al minimo storico.

Non si riesce a comprendere se ciò faccia parte di un disegno lucido preordinato di azzeramento delle istanze indipendentiste e allo sgonfiamento della ribellione montante in Veneto o sia solo delle solite barife cioxote di antica memoria in Liga. Di fatto si deve riconoscere a Bossi di aver assunto il ruolo di "valvola di sfogo per la pentola a pressione che era il Veneto negli anni 1994-1997".

Ora in un partito azzerato con nessuna carica politica, nessun onorevole e nessun consigliere regionale, con tre anni fino alle prossime elezioni sovranazionali, ci auguriamo che ci sia la voglia e l’umiltà di sederci tutti attorno ad un tavolo e discutere seriamente del nostro futuro lasciando fuori dalle porte ogni miseria umana, ogni umana ambizione.

Lavoriamo affinché possa il partito indipendentista veneto diventare forte, serio e rappresentativo di quel 50% di veneti che ieri hanno dato la loro fiducia incondizionata alla Lega Nord (e sono stati traditi), oggi l’hanno concessa a Forza Italia (che li tradirà) e che domani potranno concederla nuovamente ad esso, se noi lo vorremo!!





Tratto dalla rivista "FORUM AUTONOMISTA - Cultura e politica autonomista dell'area alpino-padana".

Bollettino dell'Associazione culturale padano-alpina

C/o Prof Michele Corti, p.zza Oberdan 10, 20129 Milano.


e-mail: forumautonomista@freeweb.org

web: www.freeweb.org/associazioni/ForumAutonomista

La parte finale dalle regionali 2000 in poi è stata rielaborata brevemente da Giorgio Roncolato

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