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i documenti de Raixe Venete «Pensare in dialetto per salvarlo»
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Bepi De Marzi attacca chi scrive in vernacolo traducendo dall’italiano e s’inventa strane dizioni

Un baluardo contro l’omologazione linguistica dei mass media


di E. Castellan

Si apre con la lettura di una poesia del poeta veneto Fabio Franzin tratta dalla raccolta intitolata "El coeor dee paroe", l'intervento di Bepi De Marzi alla galleria Scrimin di Bassano, organizzato dal Cenacolo degli scrittori bassanesi, presieduto da Chiara Ferronato. Il titolo "X o x, K o k ovvero De vulgari eloquentia" svela da subito la tematica dell'incontro e il ruolo di Bepi De Marzi che ha messo da parte la veste di maestro di musica e compositore per indossare quella di opinionista.
Se infatti "De vulgari eloquentia", riprendendo in parte Dante, indica che l'argomento è il dialetto veneto, "X o x, K o k" si ricollega alla battaglia da lui condotta contro coloro che, con l'intento di scrivere in questa lingua, utilizzano le suddette consonanti. Il maestro ne sottolinea l'estraneità all'alfabeto dialettale e nota, con esempi concreti, quanto esse finiscano per distorcerne i suoni linguistici invece che rappresentarli. In questo senso accusa i neo-dialettali e non esita a definirli "catastrofe dei nostri tempi" in quanto divulgatori di una lingua che non esiste e che soprattutto non ha niente a che vedere con quella parlata a Vicenza nei decenni appena trascorsi.
Il problema nasce dal fatto che essi scrivono in dialetto traducendo dall'italiano, senza preoccuparsi che spesso tradurre diventa tradire. Con una vena di sarcasmo, De Marzi nota che questa attitudine ha portato perfino a vestire l'inglese di forme dialettali, come nel caso della Festa dei veneti cittadellese dove per una parrucchiera il make up diventa "meikà", dimostrando quanto un recupero troppo forzato del dialetto possa rasentare i limiti del grottesco.
Al numeroso pubblico bassanese De Marzi ha offerto la lettura di alcuni passi tratti dai suoi scritti "Arciso di Alvese" e "Il centro residenziale per Anziani Sebastiano Scalabrin di Arzignano", per la stesura dei quali si è impegnato ad approfondire la conoscenza delle parlate delle valli vicentine con lo scopo di "fermare per tempo e nel tempo la tradizione della Valle".
Anche se l'autore non ha resistito dal fare qualche cenno alla storia di Arciso, uno dei tanti contadini che negli anni '50 ha venduto le sue terre per aprire una conceria ad Arzignano, ciò che più ha voluto sottolineare del suo libro è stato tuttavia l'aspetto linguistico: un italiano intriso di dialettismi, che egli stesso ha definito "lingua da festa", nata da un procedimento mentale che è inverso a quello da lui criticato e che prevede innanzitutto il "pensare in dialetto". Con questo escamotage la sua narrazione ha saputo arricchirsi di espressività e concretezza, dimostrando quanto l'italiano che si nasconde dietro a una maschera dialettale sia incapace di ricreare e restituire il colore espressivo del genuino idioma veneto. E contro l'omologazione linguistica che i mass media tendono a imporre l'artista vicentino auspica di far vivere il dialetto con il solo mezzo della naturalezza perchè "fare programmi intorno al dialetto significa confermarne la morte".

fonte: il Giornale di Vicenza
18/01/2005

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