STANPA
Monarchici con il Doge, aristocratici attraverso il Consiglio dei Dieci, democratici con il Maggior Consiglio: i veneziani della Serenissima usavano nel loro sistema di governo il controllo incrociato da parte di tutti i sistemi adottati nella Grecia antica. I Piombi di Venezia, le prigioni che si trovano sulla Riva degli Schiavoni, collegate con il Palazzo Ducale dal ponte dei Sospiri, sono luogo tremendo anche per chi le guardi oggi. Vi veniva amministrata dal Leone Giustizia o Ingiustizia?
Luigi Fadalti, trevigiano, è un avvocato penalista «di grido», un aristocratico del vestire, un coraggioso in ogni scelta. Marco Rebecca è dottore in Giurisprudenza e dottorando di ricerca in Diritto Penale comparato a Torino. Piergiorgio Sovernigo è dottore in Giurisprudenza: tutti e tre hanno cercato nella storia di una delle Repubbliche su cui è stato scritto di più al mondo, i dati che rispondono al quesito su "come" e "chi" viveva nei Piombi ("Gli artigli del Leone, Giustizia e carcere a Venezia dal XII al XVIII secolo" ed. Antilia, euro 19.99).
Debitori, criminali, prigionieri di guerra finivano detenuti anche in luoghi meno alti della loro statura, che li costringevano a posizioni drammatiche per la spina dorsale; altri si allagavano con l'acqua alta, ovunque circolavano i topi. Eppure, erano carceri meno affollate e tutto sommato più salubri di quanto non lamentassero i detenuti in altre nazioni.
Paese libertario per vocazione, la Serenissima non voleva in alcun modo piegare la testa all'Inquisizione romana e di conseguenza puniva in maniera ben diversa, basandosi su dati meno arbitrari delle accuse sostenute da religiosi. La Giustizia della Serenissima era basata su dati pragmatici, si procedeva per «singole fattispecie criminali», dunque la repressione criminale variava di molto. Omicidio, rapina, furto, lesioni, contraffazione di merci, testimonianza reticente avvelenamento "e altre alchimie", pirateria erano perseguiti con pene che variavano dalla morte (impiccagione, soffocamente, un colpo di mazza sulla testa, affogamento e altro); prigione a vita, bando, lavoro (minimo un anno e mezzo) sulle "patrie galére", cioè le navi. Qualsiasi cittadino entrasse in contatto con il condannato a morte poteva giustiziarlo. Più sottilmente efficace nei confronti della volontà punitiva del cittadino, era il fatto che chiunque potesse arrestare il reo o ucciderlo, entrando in possesso del suo patrimonio. L'esposizione in pubblico di cartelli diffamatori o ingiuriosi presupponeva il bando per dieci anni o in perpetuo. Spesso la sanzione era di tipo "del contrappasso" dantesco come da tradizione medievale: tu ferivi di lingua? Te la tagliavano; gli incendiari venivano arsi vivi, i corsari venivano annegati, gli assassini venivano uccisi allo stesso modo in cui avevano colpito. Altre volte demolivano la casa o bollavano la fronte. La giustizia penale era rivolta al passato? La pena era repressiva; se la pena guardava al futuro, era preventiva e rieducativa.
Il libro affronta poi i temi della carcerazione per diversi reati e un interessante capitolo è dedicato alla reclusione per motivi pecuniari: in pratica, per i debitori. Il volume si occupa poi di difesa d'ufficio, visite in carcere (chi introduceva qualcosa che favorisse la fuga veniva privato di tutto "excepta camisa"), assistenza ai detenuti da parte delle confraternite veneziane, "status" sociale del reo e infine, anche della liberazione.
A. Federici
fonte: il Gazzettino
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