STANPA
Tempo di anniversari per l'emigrazione italiana: 130 anni in Brasile, 50 in Germania. E ora un libro sulla diaspora agli antipodi
Nel volume curato da Luciano Segafreddo la storia di 100mila concittadini tra Sydney e Melbourne
di S. FRIGO
Centotrent'anni di emigrazione italiana (veneta) nel Rio Grande del Sud, in Brasile, festeggiati con mostre e convegni, a cui ha preso parte anche una delegazione della Regione Veneto, volata laggiù la scorsa settimana per insediare la nuova Consulta dell'emigrazione; cinquant'anni di emigrazione italiana in Germania, ufficializzata con l'accordo italo-tedesco del dicembre 1955, e ricordata da iniziative e pubblicazioni di cui parliamo a lato; e, l'anno prossimo, sessant'anni di emigrazione nel Belgio, a partire dalla sigla tra i due governi del famoso protocollo d'intesa che avrebbe assicurato alle miniere del bacino di Charleroi l'afflusso di 50mila operai italiani, e al nostro paese 2500 tonnellate di carbone ogni 1000 minatori emigrati: in pratica, 80 chili di carbone al giorno, lo stesso peso di un uomo.
Ma negli anni del nostro difficile dopoguerra anche altre mete, relativamente nuove, si sarebbero proposte agli italiani disposti a lasciare le loro terre per cercare altrove un po' di fortuna: in particolare l'Australia. Il paese già ospitava i discendenti dei quasi 300 veneti che nel 1880 avevano lasciato i loro paesi tra Conegliano e Sacile per fondare, dopo un'interminabile Odissea, la loro "New Italy" (o "Cea Venessia") nel Nuovo Galles del Sud, la prima colonia veneta nel nuovissimo mondo. E l'emigrazione italiana si sarebbe fortemente fortemente sviluppata a partire dagli anni Venti, in concomitanza con le restrizioni americane, facendo della nostra comunità (circa 30mila persone, negli anni Trenta) il più numeroso gruppo etnico non britannico in Australia.Ma sarebbe stato appunto a partire dal secondo dopoguerra, e in particolare dall'approvazione di un accordo bilaterale fra i due governi nel 1951, che i flussi migratori dal nostro Paese, e in particolare dal Veneto, si sarebbero letteralmente impennati: fino a raggiungere la quota di 290mila presenze nel 1971. I nati nel Veneto (33mila) e i loro figli e nipoti, toccano attualmente le 100mila unità, il terzo gruppo regionale più numeroso. A loro è dedicata l'ultima pubblicazione dell'Archivio di documentazione e ricerche sull'emigrazione veneta, "Veneti d'australia", curato da Luciano Segafreddo (direttore del Messaggero di Sant'Antonio" edizione per l'estero), appena pubblicato da Longo Editore con il sostegno della Regione. Il volume raccoglie in particolare i testi della direttrice dell'Italian Austrian Records Project della Victoria University di Melbourne, Ilma Martinuzzi O'Brien, con i contributi di altri docenti e studiosi degli atenei australiani come Robert Pascoe, Desmond O'Connor, Loretta Baldassar, Antonella Refatto e Adriana Nelli, o di giornalisti come Germano Spagnolo e Armando Tornari.
Le quasi 300 pagine del libro analizzano cosa è rimasto dell'identità veneta nella vita familiare, nell'attività associazionistica (700 i gruppi italiani operanti nel continente), nella cultura, nella politica e nell'economia australiane, affidandosi anche ad alcune interviste con veneti (imprenditori, politici, sacerdoti) che hanno lasciato il segno nella società di accoglienza, come Carlo Valmorbida, Rino Grollo, Sir James Gobbo, Aldo Lorigiola, Padre Nevio Capra.
«Un fenomeno che ha attirato l'attenzione dei ricercatori - spiega il curatore del volume - è stato quello dei rimpatri, che ha coinvolto nel corso dell'epopea migratoria più di nove milioni di italiani. I rientrati dall'Australia, che hanno toccato le punte massime negli anni '70-80, hanno investito i loro risparmi, accumulati in duri anni di lavoro, contribuendo fattivamente alla trasformazione e allo sviluppo della nostra regione».
Un ruolo importante, nella salvaguardie delle radici identitarie, è stato giocato dalle donne venete, spesso richiamate in Australia da matrimoni per procura. Mentre dai giovani italo-australiani vengono le richieste, afferma padre Segafreddo, di «potenziare i contatti fra università italiane e australiane, incentivare gli scambi di studenti e docenti e i corsi di italianistica, oltre ad avere loro rappresentanti negli enti di rappresentanza». L'interesse per l'italianità, infattà, infatti, è molto forte agli antipodi, con ben 200mila giovani che seguono i corsi di italiano ai più diversi livelli.
fonte: Gazzettino
29/11/2005
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