STANPA
Parla uno degli avvocati difensori dei tre imputati che non avevano patteggiato, ora riconosciuti innocenti dal reato politico di associazione sovversiva
Morosin: «Serenissimi assolti dal popolo»
«Non ebbero fini di eversione: dieci anni di accanimento dello Stato dissolti dai giudici popolari della Corte d’Assise»
La storia ha voluto che l'assoluzione dei Serenissimi , insorti nel nome della Veneta Repubblica, fosse ottenuta da un Morosin, quattro Dogi nel cognome. L'avvocato Alessio Morosin è semplicemente felice: nel suo studio quattrocentesco nella Noale storica, la pagina del Gazzettino che dà notizia dell'assoluzione dei Serenissimi dall'accusa di associazione sovversiva «perché il fatto non sussiste» è esposta come una bandiera.«Una gioia, una grande gioia. Ho vissuto questo processo col cuore, riguardava le mie convinzioni più profonde, la mia concezione della politica, la mia concezione della giustizia». Morosin, con l'avvocato Renzo Fogliata, difendeva Flavio e Cristian Contin, mentre l'avvocato Luigi Fadalti difendeva Gilberto Buson. Tre Serenissimi soltanto, gli altri avevano patteggiato. Loro no, sono voluti andare fino in fondo, e hanno avuto ragione.
- Avvocato Morosin, dieci anni di inchieste e di sentenze avevano sempre confermato i fini eversivi dell'azione e dell'associazione dei Serenissimi . Lei ci sperava, in questa assoluzione?
«Ci speravo sì, confortato anche dall'atteggiamento morale degli imputati, che hanno sempre ammesso a schiena diritta tutti i reati consapevolmente compiuti per arrivare sul Campanile, ma non si sono mai sentiti terroristi, né colpevoli di eversione, e volevano essere assolti. Tutti i giudizi precedenti avevano confermato i fini eversivi, ma il processo di Padova, per la gravità dei reati che venivano contestati, banda armata e sovversione, pene da 7 a 15 anni, si svolgeva in Corte d'Assise, davanti a una giuria formata in maggioranza da giudici popolari. E questo è stato decisivo».
- Perché?
«Perché una giuria popolare giudica sì secondo la legge, ma giudica sul fatto col buon senso e con il senso di giustizia del semplice cittadino. Questo è il loro compito, io ho riletto loro il giuramento che avevano pronunciato, di emettere la sentenza che la società si attende secondo equità e giustizia, li ho chiamati per nome».
- Quali nomi?
«Sgarbossa, Piovan, Gumierato, Cherubin, Carminati, Artuso. Questi i nomi dei giudici popolari. Nomi veneti: davvero il popolo veneto ha assolto i Serenissimi ».
- I giudici togati avrebbero condannato?
«L'unica retromarcia fatta dalla pubblica accusa, ma soltanto alla fine, dopo tanti anni di inchiesta, è finalmente il riconoscimento che la banda armata non c'era: dopotutto un fucile arrugginito, che non aveva mai sparato dalla Seconda guerra in poi, e un camion travestito da blindato, con un cannone-idrante neppure caricato ad acqua, erano le sole armi del gruppo. Ma il reato più pesante, la sovversione, è stato sostenuto fino in fondo, affermando addirittura che per mettere in pericolo lo Stato italiano sarebbe bastato "uno spiraglio di trattativa" con i Serenissimi , come loro chiedevano, per una maggiore autonomia del Veneto. Insomma il reato sarebbe esistito non perché i Serenissimi avessero organizzato un'insurrezione armata, il che non stava in piedi, ma perché lo Stato italiano sarebbe così debole che basta un nonnulla per farlo saltare, e quindi anche ciò che non avrebbe rilevanza penale deve essere perseguito e punito. La giuria popolare ha avvertito la sproporzione intollerabile tra la realtà dei fatti e l'enormità dei reati contestati. Questo non è stato solo un processo politico, ma un lungo accanimento, una persecuzione dello Stato, che ha fatto pagare a loro una colpa che abbiamo tutti, l'istanza di autonomia che sale dal Veneto, alla quale lo Stato non ha tuttora risposto. E questa assoluzione è una vittoria di tutti i Serenissimi , anche di quelli che per tutelare le loro famiglie da quella persecuzione sono stati costretti a patteggiare condanne che comprendevano i fini eversivi che il loro gruppo non ha mai avuto».
- Cosa avrebbe dovuto fare, con i Serenissimi , una giustizia giusta?
«Avrebbe dovuto punirli per i reati commessi per realizzare la loro impresa, evitando di contestare reati politici gravissimi dei quali sono innocenti con ogni evidenza. Non c'era un progetto sovversivo, ma solo un progetto rivendicativo di un diritto, un diritto riconosciuto dalla Repubblica italiana, l'autogoverno del popolo Veneto, che è nello Statuto, che è legge costituzionale. L'obiettivo dei Serenissimi , che è scritto nei loro documenti e nei proclami, era ed è un Veneto indipendente in una Confederazione italiana. Rivendicare questo, non può essere considerato sovversivo, e se lo è, come scrisse una volta Giorgio Lago, l'ex direttore del Gazzettino, allora nel Veneto c'è qualche milione di sovversivi».
Alvise Fontanella
IL GIUDICE PAPALIA
«Esisteva un patto di segretezza tra loro, avevano armi Altro che gruppo culturale: gli scopi eversivi c'erano»
Verona
«Quella per la legge era un'associazione di stampo eversivo. Su questo non ho dubbi». Guido Papalia(nella foto), il procuratore capo di Verona che avviò l'inchiesta che portò sul banco degli imputati i "Serenissimi " con l'accusa pesantissima di associazione eversiva, ancora oggi è convinto di quella scelta. «Ricordo benissimo - dice l'attuale procuratore capo della Procura della Repubblica di Verona - che i documenti sequestrati all'epoca dimostravano chiaramente l'esistenza di una tale associazione e che il loro scopo era chiaramente eversivo. Basti pensare al "tanketto" che era stato predisposto per essere imbottito di esplosivo e che poteva essere radiocomandato contro caserme dei carabinieri, sedi di istituzioni, postazioni militari».
Da due anni oramai Papalia non si occupa più della vicenda, con l'inchiesta spostata a Padova per motivi di competenza territoriale. Ma anche a seguito della bagarre mediatica che era stata lanciata contro di lui, soprattutto dopo che aveva messo sotto inchiesta l'intera dirigenza del Carroccio veronese per istigazione all'odio razziale a seguito di alcuni manifesti "anti-zingari" con il simbolo della Lega Nord apparsi sui muri di Verona. Un processo ancora in corso, ma con i toni molto più sereni e non certo come qualche anno fa quando Papalia non poteva partecipare a un convegno senza vedersi "contestato" da bandiere e camice verdi.
Intanto sulla questione dei Serenissimi proprio l'altro giorno è arrivata l'assoluzione nei confronti degli accusati di associazione sovversiva, banda armata e interruzione di pubblico servizio per le interferenze sul Tg1.
«Io opero nel rispetto della legge e applico le leggi del Governo italiano - riprende Papalia - e i riscontri raccolti durante quelle indagini parlano chiaro. Non commento la sentenza di questi giorni e vorrei aspettare di conoscerne le motivazioni. Ma quello che avevamo raccolto attorno a quel gruppo di persone portava in una sola direzione: la banda armata per eversione. Ricordo che esisteva tra gli associati di quell'organizzazione un vero patto di segretezza, un giuramento di fedeltà con tanto di formula che prevedeva di operare e di difendere anche con la propria vita la libertà e la conquista dell'indipendenza del Veneto dall'Italia. Tutti documenti agli atti e ritrovati nascosti in una buca celata in un terreno. E poi c'erano le armi, come il "Tanko" - sottolinea ancora il procuratore -, che era predisposto per poter sparare e soprattutto per essere telecomandato contro obiettivi precisi, per farvelo esplodere addosso. Tutto questo mi pare proprio caratteristico di un'associazione con scopi eversivi e non certo di un gruppo culturale».
«Detto questo - conclude Papalia - io con questa inchiesta non c'entro più e non ho competenze in merito. Non so se la Procura di Padova intenderà ricorrere contro la sentenza. Io resto convito che l'associazione eversiva c'era ed era ben precostituita».
M. Rossignati
L’assoluzione è stata dedicata all’«ambasciatore»
I Contin: «Bepi Segato doveva essere qui: la vittoria è per lui»
Casale di Scodosia
Assoluzione: per i Serenissimi che l'8 maggio 1997 occuparono il campanile di San Marco con una clamorosa azione è una vera e propria liberazione da un incubo. Flavio e Cristian Contin e Gilberto Buson hanno accolto la sentenza con molta sobrietà, com'è nel loro stile. E il primo pensiero è andato alla memoria di Bepi Segato, l'ideologo del gruppo, morto il 27 marzo del 2006.
«Doveva essere qui con noi - afferma Cristian Contin - e intendiamo dedicare alla sua memoria questa sentenza. Anche lui, come noi, sentiva il peso dell'accusa di costituzione di banda armata. La nostra è sempre stata un'operazione che voleva avere solo finalità dimostrative. Nulla di più. Pensare alla lotta armata non era nei nostri programmi. Essere equiparati alle Brigate Rosse era una lettera scarlatta sul petto che volevamo e dovevamo cancellare».
«La mia maggiore soddisfazione in tutta questa vicenda giudiziaria - continua Cristian Contin - riguarda l'atteggiamento assunto dai giudici. I due togati e i sei popolari hanno capito la nostra posizione ideologica. Il senso di appartenenza alla nostra terra veneta e la volontà di affermarla ha finito per essere accolta dai giudici popolari. E questo è stato un segnale importante».
Flavio Contin, lo zio di Cristian, commenta: «Il merito della sentenza va ascritto ai nostri avvocati, Alessio Morosin e Renzo Fogliata. Sono due patrioti che credono nella causa veneta e grazie alla loro azione siamo riusciti a ottenere un grande risultato: l'abolizione dell'articolo 271 del Codice Penale, che punisce chi reprime il sentimento nazionale. A decretarne l'abolizione è stata la sentenza della Corte Costituzionale del 22 maggio 2001. Un risultato che ha cancellato molti procedimenti giudiziari nei confronti delle camice verdi, la struttura paramilitare della Lega Nord».
Tornando alla sentenza di assoluzione, Flavio Contin ribadisce come l'avventura venetista, nata nelle campagne della Bassa Padovana, avesse solo un carattere ideologico. «La sentenza emessa dalla Corte di Assise mi lascia indifferente - aggiunge - È importante che sia emerso dagli atti del processo che la nostra azione non voleva sovvertire lo Stato. La nostra azione è stata eclatante. Sapevamo che potevamo pagarla con il carcere. Il nostro intendimento era quello di dare uno scrollane al popolo veneto. Non più polentoni, ma protagonisti di uno Stato. Il Veneto è una forza dell'economia italiana. Il nostro lavoro è un volano per la Nazione e questo ce lo devono riconoscere le istituzioni centrali. Ma per affermare questi concetti non intendevamo usare le armi e la violenza. La dimostrazione era il nostro imperativo, lassù, sul campanile di San Marco: il simbolo più alto del Veneto».
Soddisfazione per la sentenza anche nel movimento politico "Veneti", che «esprime tutta la propria solidarietà ai protagonisti della simbolica liberazione di Piazza San Marco e invita domenica prossima alle 10 a Breda di Piave, nella sala consiliare del municipio, per un'assemblea pubblica e soprattutto per un festoso brindisi di saluto e ringraziamento agli eroi Serenissimi ». E aggiunge: «La giuria popolare ha deciso di mandare assolti gli imputati, perchè non può essere un reato amare la propria terra».
O. Meneghetti
I leghisti in coro: «Sentenza giusta, ma tardiva»
Frigo (Margherita): «È venuta meno la gravità dell’azione che era stata percepita nell’immediatezza del fatto»
Venezia
Esulta il mondo politico legato al leghismo, resta abbastanza indifferente il centrosinistra. Così il mondo politico veneto commenta l'assoluzione con formula piena dei tre Serenissimi dall'accusa di banda armata. «Si tratta di un altro fallimento della giustizia italiana. Il popolo veneto aveva da tempo capito il significato del loro gesto e li aveva già assolti tutti da subito - afferma il capogruppo della Lega in consiglio regionale, Franco Manzato - L'assoluzione del gruppo dei Serenissimi arriva in ritardo di anni e aggiunge un altro fallimento al sistema giudiziario italiano: ci sono voluti troppi anni per capire l'innocenza di quegli uomini. Il loro era stato un gesto politico non violento, senza danni né a cose né a persone. Si riconferma l'errore di una valutazione giuridica per un episodio lontano dall'essere violento o eversivo».
«Lo Stato fa attendere troppi anni prima di dare giustizia agli innocenti - gli fa il collega a palazzo Ferro Fini, Roberto Ciambetti - L'assoluzione dei Serenissimi , se da un lato mi riempie di gioia, dall'altro mi fa riflettere amaramente: perché dieci anni per questa sentenza? Ben altri sono coloro che hanno attentato allo Stato, alla sicurezza e alla libertà dei cittadini. La sentenza sui Serenissimi fa solo in parte giustizia a una ingiustizia: nessuno potrà restituire ai nostri amici questi anni passati e nessuno, del resto, avrebbe potuto pensare di scalfire la loro fede adamantina, la loro onestà intellettuale e morale». «Purtroppo viviamo in uno Stato dove gli onesti devono attendere anni, addirittura lustri, per vedere giustizia - conclude il consigliere del Carroccio - mentre i delinquenti vengono liberati con l'indulto, o i brigatisti ed i terroristi vengono persino promossi a sedere nelle istituzioni».
«È una sentenza che conferma quanto già era stato fatto proprio dalla stragrande maggioranza del nostro popolo che li aveva largamente assolti - afferma Ettore Beggiato, leghista della prima ora e ora responsabile degli enti locali per Progetto Nordest - Nei loro confronti c'è stato un accanimento spropositato da parte degli apparati dello Stato italiano e finalmente, dopo dieci anni e periodi duri di carcere, questi tre patrioti veneti vengono riassegnati alle loro famiglie e al loro lavoro».
«Non commento le sentenze, voglio leggere prima le motivazioni» si astiene dal dare giudizi il vice capogruppo de L'Ulivo-Partito democratico veneto, Giovanni Gallo (Ds). «Il fatto che le sentenze discordino sono la prova di una magistratura libera, rispetto alla quale bisogna avere sempre un atteggiamento di rispetto e di fiducia - commenta invece Franco Frigo (Margherita) - Teniamo anche conto che il giudizio si basa sulla percezione della gravità di un fatto e quindi è ovvio che, se avviene a ridosso del momento in cui si è determinato, ci possa essere un allarmismo maggiore. Nè si può escludere che la condanna di questa azione abbia precluso il compiersi di altre azioni e quindi questo è in qualche modo verificabile a distanza di tempo. Comunque è chiaro che la gravità percepita nell'immediatezza è venuta meno, per cui non vedo in questo molto scandalo semmai invece dà prova che non c'è una giustizia orientata pregiudizialmente, ma cambiando chi giudica ci possono essere valutazioni diverse».
G. Tedesco
GEREMIA AGNOLETTI, L'ATTUALE PROPRIETARIO DEL TANKO
Treviso
NOSTRA REDAZIONE
Una sentenza emessa «nel nome del popolo veneto». Questa è la morale del pronunciamento con il quale la Corte di assise di Padova ha assolto i "Serenissimi " dall'accusa di banda armata e associazione sovversiva. Almeno lo è per Geremia Agnoletti, 54 anni, agente di commercio di San Vedemiano, da sempre indipendentista, uno dei fondatori del Comitato che in questi dieci anni di vicende giudiziarie ha sostenuto economicamente le famiglie degli "otto del campanile di San Marco", nonchè formalmente proprietario del "tanko" dell'impresa del '97, gelosamente custodito in un capannone fra Padova e Vicenza.
Se ad assolvere o Buson e i due Contin non fosse stata una giuria popolare non sarebbe stata la stessa cosa: «Perchè lo Stato italiano e quindi la sua Giustizia non li riconosciamo». O forse sì: «Perchè in dieci anni anche lo Stato ha avuto il tempo di maturare una diversa convinzione su quegli eventi». Per gli «ammiratori dei Serenissimi » la sentenza non chiude una storia, ma un capitolo. E la parola fine potrà essere scritta solo quando «il popolo veneto avrà la sua indipendenza».
In futuro, in ogni caso, non ci sono altre azioni come quella che nel maggio del '97 fece il giro del mondo: «Quella - fa sapere Agnoletti - deve restare unica». C'è invece una via democratica all'indipendenza: «La via, sancita da un trattato ratificato anche dall'Italia, che riconosce il diritto all'autodeterminazione dei popoli. E allora è questo il primo obiettivo da conquistare».
Comunque senza fretta. Gli ammiratori dei Serenissimi non mordono il freno. Intanto molti di loro hanno cominciato a raccogliersi attorno al neonato movimento "Veneti" che per ora è guidato da un Minor Consiglio composto da tre uomini: lo stesso Agnoletti, il trevigiano Gianluca Busato e il veneziano di Fossò Patrick Riondato. Un movimento che resterà movimento, che non avrà un leader («i partiti che si identificano in una persona non hanno futuro»), che darà continuità all'azione dei Serenissimi : «In Veneto - assicura Agnoletti - c'è un fiume carsico di indipendentisti che prima o poi verrà in superficie. Si tratta solo di aver pazienza e alimentarlo. E che lo Stato italiano, se vuole, la chiami pure sovversione. Tanto lo Stato italiano noi non lo riconosciamo».
G. De Diana
Venetisti in festa dopo l’assoluzione per l’assalto a San Marco
Il padrone del "tanko": «Il popolo ha ridato l'onore ai Serenissimi»
Assolti dall'accusa di associazione sovversiva e di aver creato una banda armata «perchè il fatto non sussiste». A quasi dieci anni dalla presa del campanile di San Marco (era il maggio del '97) i Serenissimi Gilberto Buson e Cristian e Flavio Contin hanno ottenuto giustizia da un tribunale dello Stato italiano: la Corte d'Assise di Padova. E anche nella Marca, dove in quesi due lustri la solidarietà al commando ha messo radici solidissime, c'è chi alza i calici. Con una premessa: «Non è lo Stato italiano che ha fatto giustizia. È il popolo veneto rappresentato dai giudici popolari. Questo è quel che conta. Perchè noi lo Stato italiano non lo riconosciamo».
A parlare è Geremia Agnoletti, 54 anni, agente di commercio di San Vendemiano, un lungo passato nei movimenti venetisti (da Liga Fronte Veneto a Life), uno dei fondatori di quel comitato di sostegno ai Serenissimi che è stato economicamente vicino alle famiglie dei "sovversivi" per tutta la durata della vicenda giudiziaria, oggi anche formalmente proprietario del famoso "tanko" impiegato nell'impresa del campanile.
Se quella del '97 non fu un'azione sovversiva vuol dire che fu una burletta. Non è che fosse meglio una condanna?
«Non scherziamo. L'assoluzione non toglie nulla al grande valore simbolico e patriottico che continua ad avere quell'iniziativa. E poi per lo Stato italiano proclamare il diritto all'indipendenza del popolo Veneto resta comunque sovversione. Solo che questa volta a Padova era il popolo a giudicare il popolo».
Quell'azione di 10 anni fa resterà anche unica?
«Deve restare unica. Ogni altra inizitiva sarebbe una brutta copia. E poi in ogni caso nessuno di noi penserà mai di darsi fuoco in una piazza o far saltare un ponte sul Po».
Quando dice "noi" cosa intende?
«Gli ammiratori dei Serenissimi . E siamo tanti: da Bergamo al Friuli. Alle famiglie dei Serenissimi , durante il periodo del carcere, abbiamo garantito un sostegno costante di 500mila lire al mese. E questo è stato possibile solo perchè il fondo veniva continuamente alimentato da decine di sostenitori».
Un popolo nell'ombra?
«Una maggioranza silenziosa di veneti veri che costituisce una specie di fiume carsico».
Solo che il fiume carsico prima o poi emerge.
«Si tratta solo di aspettare: due, tre, cinque anni. Quello che serve».
A che cosa?
«Al processo di autodeterminazione del popolo veneto che noi consideriamo occupato dall'Italia. Anzi: annesso come annessa da Hitler alla Germania fu l'Austria».
Questa sì che potrebbe essere considerata sovversione.
«Lo Stato italiano può anche pensarla così. Ma in realtà esiste un trattato internazionale sottoscritto dall'Italia in cui si riconosce il diritto dei popoli all'autodeterminazione. E se i Curdi o i Baschi sono popoli lo deve essere anche il popolo veneto. Il riconoscimento di questo status sarà il primo passo. Poi verrà il resto».
Però bisogna che la maggioranza silenziosa diventi meno silenziosa.
«Per questo abbiamo fondato il movimento indipendentista "Veneti" che in pochi mesi ha già raccolto 100 iscritti e che vuole aggregare tutti i veneti che, da destra a sinistra, credono nel diritto all'autodeterminazione del nostro popolo. Il lavoro è appena cominciato».
Una curiosità: dove è custodito il famoso tanko?
«Per ragioni di sicurezza posso solo dire che è in un capannone fra Padova e Vicenza. Ma in occasioni speciali lo portiamo in pubblico. E poi se qualche città decidesse di dargli una collocazione dignitosa potremmo prendere in considerazione la proposta».
Chissà che non ci pensi Gentilini.
«Magari. Soprattutto se poi decidesse anche di abbracciare la nostra causa. A Gentilini spalancheremmo le porte. Perchè per noi sarebbe quello che Maradona fu per il Napoli o ancora prima Gigi Riva per il Cagliari».
G. De Diana
Fonte: il Gazzettino
15/03/2007
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