STANPA
Toh, la lingua di stato. E noi parliamo il dialetto di Franco Bettani - da Enclave n.15
Utilizzo in queste poche righe quella lingua, l'italiano, che ora qualcuno vuole ufficialmente imporre come Lingua di stato": avrei scritto volentieri nella mia di lingua, il lombardo-occidentale variante milanese, ma vista la gravità della situazione e visto che sempre lo stesso Stato ha imposto come "franca" proprio questa, scelgo liberamente di utilizzare la più "comprensibile". Dopo mesi che se ne parlava va "finalmente" in discussione al Parlamento italiano la modifica dell'art. 12 della costituzione: più che una modifica una aggiunta, una precisazione: "l'italiano è la lingua ufficiale dello stato". E' una breve frasetta che ha in nuce la capacità di ingenerare sensazioni di soffocamento e di disprezzo come nello spirito libertario così nel semplice "cittadino" (ahilui…), come nel secessionista così nel singolo appartenente alle cosiddette minoranze linguistiche.
Dunque il compimento del progetto di unificazione forzata delle realtà locali per giungere allo stato italiano, comprata geograficamente e politicamente a prezzo di morti e sangue innocente ed inconscio ma fallita culturalmente, cerca una legittimazione "finale" da parte dello stato, e, come al solito, lo fa con una imposizione, con un furto di libertà ai danni degli individui e delle comunità: non si tratta in questo caso di un esproprio di soldi, quelli ce li rubano già più che comodamente… questa volta ci vogliono rubare i nostri suoni, le nostre espressioni, le vogliono degradare a "non ufficiali" compiendo sì solo un gesto formale e di per sé ridicolo e forse ridondante, ma in questa maniera dimostrando una volta di più il disinteresse per la tutela della libertà in ogni sua forma, anche quella di scegliere come parlare.
La richiesta di modifica proviene dall'area più statalista (forse per antiche nostalgie) della composita maggioranza attualmente al Governo, e dirò che di questo non c'è da stupirsi. Ovviamente pur partendo dalla pseudo-destra di AN questa azione di "statalizzazione" della lingua trova subito forte accondiscendenza in tutti i settori dell'arco costituzionale, una festa per lo stato insomma. Dall'impeto di nazionalismo tricolore rimangono fuori, oltre ai rappresentanti delle minoranze propriamente dette anche la Lega Nord, che forse colta da un riflesso pavloviano non attutito dall'attuale coinvolgimento nell'esecutivo per salvare la faccia forza l'inserimento di un breve passo volto alla "valorizzazione degli idiomi locali" da parte della "Repubblica".
La motivazione della modifica è francamente surreale se non si considera il grave attacco al principio di libertà che porta. Si intende statalizzare la lingua poiché ciò sarebbe d'aiuto nella lotta alle "forti tensioni separatiste che stanno espandendosi oltre le tradizionali minoranze linguistiche del territorio italiano verso più ampie aree del territorio nazionale, sulla base di identità etniche e dialetti, a volte inesistenti". Cosa c'è di più sovietico o di più fascista di una simile impostazione di pensiero? Cosa c'è di più contrario alla libertà, finanche di pensiero? Quando statalizzeranno anche la lingua dei pensieri? Non si vede la necessità di un provvedimento del genere, considerando che il medesimo concetto di "lingua ufficiale" è già presente nella legge 482/99, ove passò come contrappeso rispetto alle norme a tutela delle lingue minoritarie. E' solo il reiterarsi di un piacere statal-edonista, derivante dal puro piacere dall'imposizione, il piacere di togliere libertà da parte di chi né è avulso per formazione politica e personale…
Al di là della stretta attualità politica è tristemente interessante posare lo sguardo sul bene "lingua locale" e sul suo trattamento da parte dello stato. Ovvero alla distorsione causata dall'intervento statale in un contesto che astrattamente potremmo definire un "libero mercato" del modo di comunicare oralmente. L'obiezione riguardo cui l'attuale assetto "ufficiale" con l'italiano incoronato lingua di stato sia una conseguenza di dinamiche appunto di mercato è oltremodo debole e viene smentita dall'evoluzione storica quando non direttamente dall'evidenza empirica. Senza stare a ripercorrere studi e testi tecnici, basterà ricordare che l'italiano all'epoca dell'unificazione era parlata da una ristretta fetta di popolazione, oltre ai toscani che erano "madrelingua" solo un ristretto ceto di intellettuali si giovava dell'opera creativa dantesca: per il resto continuavano a vivere e prosperare le lingue dei vari popoli. L'italiano venne visto dunque come un fattore unificante, da imporre in contrapposzione alle dinamiche di mercato di modo da finalizzare il processo di omogeneizzazione della famosa "gens italica" (che, per intenderci è un'astrusità che piace tanto al vice premier Fini, guardacaso…).
Ulteriori e forse decisive spallate all'identità linguistica arrivano poi nel periodo del fascismo, periodo che produrrà grottesche trasposizioni della toponomastica dalle lingue locali all'italiano che sono un insulto non solo per gli abitanti di quei luoghi ma anche per quei monti e vallate che si sono visti storpiare i nomi con cui i loro antenati hanno sempre indicato una cima o un laghetto.
Appare chiaro che in tutto questo processo il concetto di "statalizzazione linguistica" può essere usata con coscienza di causa: è da sempre che lo stato (nello specifico quello italiano) droga il mercato linguistico imponendo una lingua sua propria alle libere scelte degli individui di comunicare come meglio credono. Si è insomma andati oltre il suggerire una lingua franca (utile per gestire le transazioni e gli scambi) ma si è voluto estirpare quello che già precedentemente c'era, frutto di uno sviluppo legato alle realtà locali di cui era composto lo stato arlecchino. E' qui il solito male dello stato, che con la sua presenza prende senza chiedere, impone d'autorità negando il principio della libera scelta. E' uno sfregio all'individuo e alla comunità, una ferita ancora aperta su un lavoro mai concluso per fortuna e il provvedimento di ufficializzazione costituzionale altro non è che un rigirare il coltello nella piaga. Dobbiamo dunque aspettarci che parlare in "dialetto" coi nostri cari sia giudicato incostituzionale da qualche solerte applicatore del verbo di stato? Non sia mai! Sosteniamo il diritto delle minoranze linguistiche e delle lingue locali, sosterremo un altro pezzo di libertà!
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