home-Page Raixe Venete
 » Home-PageBenvegnuo - uncuò xe   
i documenti de Raixe VeneteIl Leòn e la storia veneta da rileggere
stanpa adeso STANPA

di Paolo Giaretta
senatore del PD


A Roberto Bianchin (quotidiani Finegil del 21 novembre scorso) non piace il «rigurgito nostalgico di uno dei massimi dirigenti locali del Pd (che sarei io) per l’uso della provocazione “Riprendiamoci il Leone di San Marco”». Le provocazioni servono naturalmente a far discutere, ma la replica di Bianchin mi sembra più che altro una livorosa elencazione di banalità.
Dice che la Serenissima Repubblica era una oligarchia e non una democrazia: certo, se Bianchin mi sapesse citare in quei secoli un solo esempio di democrazia come l’intendiamo oggi avrebbe la mia gratitudine, ma in Italia raggiungiamo il suffragio universale solo nel 1946...
Dice che il ’700 è stato un secolo di decadenza per la Repubblica, e chi lo nega, anche se il ’700 veneziano ha saputo produrre la pungente critica sociale di un Goldoni, o le idee riformiste dei fratelli Gasparo e Carlo Gozzi, e ancora i Tiepolo e i Canaletto.
Rimpiange gli anni belli della dominazione francese, portatrice di idee liberali. Mah, la democrazia sulla punta delle baionette non ha mai prodotto grandi cose, ma il discorso ci porterebbe lontano. Semplicemente voglio affermare una idea: la Lega ha usato il simbolo del Leone per sostenere una idea di autosufficienza, di chiusura al diverso, di identità contrapposta ad altre identità.
Il Leone è stato invece il simbolo di un grande Stato multietnico e multi-religioso, che ha fondato la propria forza economica e la propria leadership su una idea di apertura: quante etnie hanno lasciato il segno nella toponomastica veneziana, dai turchi, ai tedeschi, ai greci, agli armeni. Mentre altri stati europei di quel tempo rivestivano di motivi religiosi sanguinose guerre di potere e si bruciavano streghe, a Venezia la libertà religiosa era garantita: ebrei, islamici, luterani, ortodossi oltre ai cristiani avevano i loro luoghi di culto.
I migliori spiriti europei hanno avuto una sostanziale libertà di insegnamento nello Studio patavino (Galileo docet). Quando il Papa volle sottrarre al giudizio della Repubblica due ecclesiastici colpevoli di delitti comuni (lodo Alfano ante litteram) la Repubblica si beccò la scomunica per onorare il principio di laicità dello Stato, e restano famose le parole del doge Nicolò da Ponte al nunzio pontificio: «Nuàltri semo prima venexiani e dopo cristiani».
Un’idea moderna di stato federale, «Venezia governa ma non amministra» era il motto della Serenissima. E come ci racconta Alessandro Manzoni quando Renzo Tramaglino passa l’Adda e raggiunge il territorio della Serenissima grida «Viva San Marco»: finalmente libero.
Tutto qui, non certo la proposizione di modelli inapplicabili o di nostalgiche malinconie.
Bianchin mi accusa di avere una certa confusione mentale e mi consiglia di leggere qualche libro. Ecco, se devo dirla tutta è proprio la supponenza di una certa cultura di sinistra che considera sempre le idee diverse dalle proprie esito di una minorità culturale che spiega la difficoltà della sinistra ad affermarsi anche politicamente.
Forse anche a Bianchin farebbe bene qualche lettura. Ad esempio potrebbe rileggere il Paolo Rumiz de «La secessione leggera» e le sue parole contro l’insufficienza e la superficialità di una cultura (e una politica) di sinistra che ha regalato alla destra il governo dei simboli del territorio, rifiutandosi di misurarsi con le radici di un popolo.
Potrebbe leggere il bellissimo e documentato «Dalla Liga alla Lega» di Francesco Jori per capire, oltre i luoghi comuni, i motivi dell’affermazione della Lega, e perché il tema della identità non è affatto un tema superficiale o del passato da snobbare con superbia intellettuale, ma un tema su cui una forza riformista oggi ha l’obbligo di riflettere.

24/11/2009
Fonte: la Tribuna di Treviso

 RAIXE VENETE - el jornale dei Veneti    »   fa' de RaixeVenete.net la to pajina inisiale!