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Introduzione al Libro/Fumetto edito da Raixe Venete "LEPANTO - La Gran Bataja"

Chissà se Sebastiano Venier, mentre, calzando babbucce, fulminava i nemici dal ponte di comando della sua galera con l’arma dei padri, la balestra, immaginava quali cicli iconografici avrebbero narrato le gesta sue e dei suoi soldati e marinai. Lui che, pur vegliardo, non rinunciava a combattere con ardore con la balestra appunto, segno della tradizione, in un mondo in cui ormai le armi da fuoco la facevano da padrone.
E’ passato oltre un secolo da quando Maometto II faceva a pezzi le porte di Costantinopoli con le artiglierie più imponenti che la storia ricordi forse fino alla prima guerra mondiale. Ma ne sono passati quasi due dal tempo in cui la bombarda battezzata trevixana, con un colpo solo da 195 libbre, radeva al suolo il campanile di Brondolo, seppellendo sotto le macerie uno dei grandi aggressori di Venezia, il comandante genovese Pietro Doria.
Poco prima dell’incessante saettare di Sebastiano, del resto, sei monumentali galeazze avevano scompaginato le linee nemiche con impressionanti bordate partite da una quantità di pezzi mai vista prima dall’ora, sistemati lungo i fianchi delle navi; prodigiosa invenzione di quei geniali artefici che furono i Proti dell’Arsenale. Non solo.
Proprio nel contempo dello sforzo marziale del canuto Sebastiano, migliaia di soldati veneti e spagnoli scaricavano sul nemico tempeste di palle d’archibugio.
Ma Sebastiano, lì e allora simbolo della maestà della Repubblica, saettava come al tempo di Lorenzo Tiepolo o Vettor Pisani, Pietro Mocenigo o Pietro Loredan.
E combattendo e morendo a Lepanto, veneti, istriani, dalmati, greci e albanesi, consapevolmente difendevano la Patria, quella marciana, e la cristianità, ma inconsapevolmente gettavano le basi di un’epopea vicina al mito dei grandi eroi omerici. Come non scorgere in Sebastiano Venier, in Agostin Barbarigo, in Francesco Duodo, gli Aiace, Achille, Ettore e tutti i combattenti che nello spiccare del loro valore individuale trasformano la battaglia in un duello di stile arcaico uomo a uomo? Non è forse questo il senso della balestra di Sebastiano?
Come non riconoscere nello sterminato campo di battaglia, fatto di legno, sangue ed acqua marina, la piana e le spiagge di Troia e le rive dello Scamandro, luoghi in cui Marte si aggira emettendo urla agghiaccianti e seminando morte?
Fu ed è naturale, dunque, che le Arti si cimentassero e si cimentino nel tentativo di rendere viva agli occhi dell’osservatore la bolgia infernale della battaglia, di fargli udire lo strepito dei combattenti, il cozzo delle navi e dei remi, le imprecazioni e le invocazioni, il crepitio delle armi da fuoco, il sibilo di quelle da lancio, di fargli ammirare il piè fermo dei principali protagonisti, di fargli comprendere la simbologia dei vessilli, che svela da sé le radici metafisiche dello scontro.
Uno scontro in cui l’armata veneta sacrificò migliaia di uomini per una Patria rappresentata da una figura leonina alata, capace ancor oggi di richiamarci con forza ad un senso profondo di appartenenza che duecento anni non sono riusciti a spezzare od anche solo smorzare, una figura che ghermisce il nostro cuore con gli artigli, si imprime nelle nostre menti con il ghigno del muso, ci solleva dalle meschinità del quotidiano con le ali, ci addita le vie dello spirito con le parole scolpite nel libro. Una Patria millenaria che ci si ostina a negare, avviando le torme ad idolatrare altre aggregazioni artificiali, costruite con la violenza delle guerre nazionalistiche ed intrise di rivoltante retorica, nelle quali, defenestrato Dio, la dimensione del “sacro” è transitata verso idoli pagani: i “sacri confini”, il “sacro dovere di difesa”, le “sacre istituzioni”.
Ma i moti dell’animo che mossero Tintoretto a dipingere la battaglia, che dovette sentire così profondamente radicata nel suo vissuto, non sono spenti.
Nuovi mezzi di comunicazione sorgono tra gli uomini e, modestamente, nel mondo veneto del nuovo millennio, ad onta dell’oblio imposto dall’esterno.
La vergogna indelebile degli attuali testi di storia scolastici italiani che relegano Venezia, perfino a Lepanto, al ruolo di comparsa, inizia a trovare emenda in un capillare lavoro di riscoperta delle radici.
Dicevo all’inizio: chissà se Sebastiano avrebbe mai immaginato alcunché dei cicli iconografici che ne avrebbero immortalato le gesta! Certamente non avrebbe mai potuto preconizzare che la sua avventura militare, insieme al sacrificio di chi l’aveva preceduta – come la vicenda incredibile di Marcantonio Bragadin – sarebbe divenuta un giorno il soggetto di una storia a fumetti.
Eppure, il giovane talentuosissimo che in quest’opera cristallizza l’epopea di Lepanto con i suoi disegni è un fiore di questa terra che primeggia nella propria arte figurativa; a suo modo, in fondo, egli non rifulge meno di quanto non spiccassero i grandi pittori veneti del passato: tutti loro, del resto, erano stati ragazzi di bottega, ma di tutti fu subito chiaro l’indiscusso talento.
Questo talento, unito all’amor patrio raffigurato in un Leone Marciano che compare ovunque tra i segni tracciati dalle matite colorate, racconta una storia di amore e morte, eros e thanatos, che si intreccia con i grandi eventi per nulla compromettendone la solennità.
E, finalmente, il tutto avviene facendo esprimere i veneti in veneto, com’è sicuro, in fondo, che parlassero i protagonisti dell’epoca soprattutto a bordo delle navi, laddove il veneto era l’unica lingua franca di buona parte del mediterraneo e la lingua ufficiale dell’Adriatico e dello Ionio, quando non dell’Egeo. Con buona pace degli innumerevoli dottor sottile (poeti, canzonieri e filosofi) che discettano sulla presunta dimensione casalinga di quello che si ostinano a nomare dialetto quale succedaneo di una lingua italiana, adducendo nobili argomenti, quale quello della parlata intimistica, e meno nobili, quale quello delle varianti locali che ne negherebbero la natura di vera e propria lingua; tutti asserti la cui unica conseguenza è il declassamento della cultura veneta e la condanna a morte della lingua di Goldoni e Ruzante, posto che ne ammettono unicamente una tradizione orale, contigua nulla più che al focolare.
Il fumetto, dunque, è la benvenuta nuova frontiera di un dovere di tradizione al quale è ormai immorale sottrarsi, perché anche le nuove generazioni facciano sì che sia debellato il barbaro trace (chiunque opprima la millenaria tradizione vi si può riconoscere), sia trionfante del mare la Regina, sia placata l’ira divina, affinché Adria vivat et regnet in pace.

Lorenzo Fogliata




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