STANPA
ve prexentemo on fià de articoli so la scarcerasión de Luigi Faccia
da ilNuovo.it
Serenissimi, scarcerato Faccia
E' stato affidato ai servizi sociali l'ideologo del gruppo che scalò nel 1997 il campanile di San Marco. Era in prigione da tre anni e mezzo. Il ministro Fassino bloccò la grazia.
ROMA - E' stato scarcerato stamane ed affidato ai servizi sociali Luigi Faccia, l'ultimo dei "serenissimi" ancora in carcere per scontare la condanna inflittagli dalla Corte d'Assise di Appello di Venezia a 4 anni e 6 mesi di reclusione per il "famoso" assalto al Campanile di San Marco. L'istanza di ammissione ai servizi sociali era stata motivata dai legali del "serenissimo" per il fatto che quest'ultimo non aveva compiuto atti di violenza su persone, ma si era limitato al gesto dimostrativo della scalata al Campanile.
Faccia era stato condannato oltre che per l'assalto al Campanile di San Marco, anche a 6 mesi di reclusione per associazione sovversiva da parte del Tribunale di Verona. Il "serenissimo", che doveva terminare la detenzione nel settembre dell'anno prossimo, era stato poi ammesso al lavoro esterno. Ogni giorno poteva recarsi dal carcere di Lodi, dove era detenuto, alla vicina azienda di macchine agricole che dirige. Un'istanza di grazia era stata bloccata dall'allora ministro della Giustizia Piero Fassino nel dicembre del 2000.
Successivamente,era stata l'amministrazione comunale di Fossò (Padova), a chiedere la grazia sia per Faccia che per Giuseppe Segato, ritenuto "l'ideologo" dei Serenissimi. Da parte sua, il ministro della giustizia Roberto Castelli, nell'esaminare la seconda domanda di grazia, aveva rilevato che ''Faccia non ha fatto male a nessuno e tuttora si trova in carcere per reati che, seppur previsti dalle leggi vigenti,riguardano la libertà di esprimere le proprie convinzioni politiche, anche in modo estremo"
da laTribuna de Trevixo
Luigi Faccia dovrà lavorare per 18 mesi ai servizi sociali e restare all'interno delle province di Milano e Lodi Scarcerato l'ultimo dei Serenissimi «Siamo nati per difendere la dignità del popolo veneto calpestata»
LODI. Luigi Faccia è stato scarcerato. Anche l'ultimo dei Serenissimi esce dal carcere per essere affidato ai servizi sociali per 18 mesi. I legali hanno spiegato di aver presentato l'istanza di ammissione perché il loro assistito non aveva compiuto alcun atto di violenza, limitandosi ad un'azione dimostrativa con la scalata del campanile di San Marco. Contestualmente all'affidamento ai servizi sociali, Faccia ha anche l'obbligo di rimanere all'interno delle province di Lodi e Milano."Non me l'aspettavo" - ha detto Luigi, 48 anni, una volta raggiunta la moglie e i figli nella casa di Lodi «Non avevo nessuna fiducia. Mi chiedevo cosa avrebbero scritto stavolta nelle carte che giungono dal tribunale dopo ogni udienza. Invece oggi intorno a mezzogiorno mi è arrivata la comunicazione dal Tribunale di Milano». Luigi Faccia ha così lasciato il carcere di Lodi. Ma ora cosa rimane di quel 9 maggio del 1997? «Il gesto del 9 maggio è derivato da una situazione storica. Se la nostra identità come popolo Veneto non fosse stata calpestata, noi non saremmo mai nati. Se avessimo ottenuto il rispetto di cui siamo degni, non ci sarebbe mai stato nulla. Ma purtroppo siamo ridicolizzati, lo eravamo allora e lo siamo adesso, solo che nessuno se ne rende conto». E' sereno Luigi Faccia. 930 giorni di carcere non gli hanno fatto cambiare idea. Ha pagato in prima persona, ma le sue convinzioni non sono mutate. «In tutti questi giorni di carcere ho ricevuto moltissime lettere di solidarietà dalla gente comune. Da tutta Italia e anche da fuori - sottolinea - Ricordo in particolare la lettere di un pensionato di Treviso che mi scrisse: Caro signor Presidente, veda cosa si può fare perché io abbia finalmente la mia pensione. Questo mi diede una grande forza, perché era la prova che un piccolo sentimento l'avevamo suscitato. L'azione era stata concepita da gente del popolo, che eravamo noi, e il messaggio era giunto forte e chiaro proprio alla gente del popolo». Nessuna violenza quindi, solo una dimostrazione. «Non sono molti quelli che hanno capito il motivo di quel gesto. Penso che ci sia stato un certo accanimento nei nostri confronti. Io ho avuto tre processi in 18 mesi. La verità è che la storia veneta da ancora fastidio». E ora da dove si ripartirà?"Dalla mia famiglia, senza dubbio. Mia moglie e i miei figli sono quelli che più hanno perso da questa storia». Luigi vive a Lodi assieme alla moglie Elena Vigo e ai figli Federica, 5 anni e Francesco 10. La notizia è giunta pure ad Agna, dove abitano i genitori di Luigi, papà Benito e mamma Vallì. Intorno a mezzogiorno il loro figlio ha telefonato dicendo: «Ho una bella notizia da darvi, ma preferisco farlo di persona, quando verrò a trovarvi». Allora la madre di Luigi, che ha risposto alla telefonata, ha compreso che anche per l'ultimo dei suoi figli è giunto il momento della libertà. «Siamo contenti - ha ammesso papà Benito - Era una cosa che ci voleva da tempo, perché in fin dei conti quella che hanno fatto è una una sciocchezza. Invece si sono trovati coinvolti in una vicenda di immense proporzioni». Faccia era stato ammesso al lavoro esterno con fine pena previsto per il 22 settembre 2004: ogni giorno lasciava il carcere di Lodi per recarsi nella provincia lodigiana a dirigere una sua fabbrica di macchine agricole e rientrava nell'istituto di pena nel tardo pomeriggio.
dal Gazzettino - edision nasionale
Venezia L'incursione nel campanile ...
Venezia L'incursione nel campanile di San Marco e le corse in piazza con il mezzo "blindato" sono ormai solo uno dei tanti ricordi di fine secolo. Lui, però, a differenza degli altri compagni d'avventura, si trovava ancora in carcere. Ieri anche per Luigi Faccia, considerato il presidente dei "Serenissimi" si sono finalmente schiuse le porte della prigione. L'istanza di affidamento ai servizi sociali presentata dal suo legale, l'avvocato Alessandro Zagonella, è stata finalmente accolta.
Come si ricorderà la sua vicenda aveva provocato una vivace discussione anche politica, per via delle richieste di grazia presentate al Capo dello Stato. Il 12 gennaio 1999 era stato condannato dalla corte d'assise e d'appello di Venezia a quattro anni e sei mesi, nonostante il procuratore generale avesse chiesto che non fosse riconosciuta la finalità eversiva dell'operazione.
«Non c'era consenso popolare - aveva detto - non c'era esercito, quelli erano come Don Chisciotte».
Di quei Don Chisciotte, però, lui si sentiva il capo e aveva preteso di essere processato senza scendere al compromesso del patteggiamento, come invece avevano fatto Giuseppe Segato, Severino Contin e Domenico Brunato. Il 30 marzo 2000, nuova condanna, questa volta a Verona: sei mesi per associazione sovversiva. Da qualche tempo era stato ammesso al lavoro esterno e quotidianamente lasciava il carcere di Lodi la mattina per recarsi in una sua fabbrica di attrezzature agricole, per poi rientrare la sera. Una prima domanda di grazia era stata presentata dalla moglie nel dicembre 1999, ma l'anno successivo l'allora ministro della giustizia Piero Fassino, ne bloccò l'iter. Una volta cambiato titolare del dicastero intervenne una nuova domanda di grazia. Il ministro Roberto Castelli dichiarò che «Faccia non ha fatto male a nessuno», ponendo le basi per una svolta decisiva, quella di ieri.
«Apprendiamo con viva soddisfazione la notizia della scarcerazione di Luigi Faccia, ritenendo comunque doveroso proseguire l'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, individuando nella concessione della grazia il vero gesto di giustizia e rispetto della libertà di opinione». È stato il commento del consigliere regionale della Lega Nord, Daniele Belotti, il quale era stato personalmente a trovare Faccia in carcere durante la detenzione.
Anche Ettore Beggiato, presidente dei Veneti d'Europa, è raggiante: «Pensiamo - ha detto, parlando di "mezza vittoria" - che ci sia un'inversione di tendenza nei confronti di tutta una serie di reati d'opinione che vede, nel veneto, ancora coinvolta una quarantina di persone con accuse pesantissime che vanno dall'associazione sovversiva alla banda armata, reati prevedono pene fino a 15 anni, tuttora in attesa di giudizio a Verona. Quel gesto era un'azione dimostrativa priva di connotati violenti e di tutti quei significati che la magistratura e lo Stato hanno voluto assegnarle».
Uno dei "serenissimi" torna in libertà
Fausto faccia, che nel maggio '97 assaltò con alcuni complici il campanile di San Marco inneggiando al "Veneto serenissimo Governo" ha scontato la propria pena: "Finalmente ho finito di tribolare".
ROMA - "Basta, go' finio anche de triboar". Traduzione dal veneto: "Basta, ho finito di tribolare". A parlare è Fausto Faccia, uno degli uomini passati alla storia per aver assaltato con un blindato "fai da te" il campanile di San Marco, nel maggio 1997. Si trattò dell'azione più eclatante promossa dai secessionisti del veneziano. Da oggi "il serenissimo" è tornato in libertà, dopo un anno trascorso in carcere e dopo aver concluso anche il periodo di affidamento ai servizi sociali.
Da oggi, sembra voler dire il capo del commando che tenne per qualche ora in scacco l'attenzione degli italiani, si volta pagina. "Proseguirò - dice - a lavorare per la mia famiglia", nell'azienda specializzata nella produzione di macchianri agricoli che i suoi parenti gestiscono a Bagnoli. Del gruppo che tentò di "espugnare" simbolicamente il campanile più noto di Venezia rimangono adesso in carcere il fratello di Fausto, Luigi Faccia, che era stato nominato presidente del "Veneto serenissimo governo", e Giuseppe Segato, che del gruppo era considerato l'ideologo. Entrambi stanno ancora scontando la pena dell'affidamento ai servizi sociali. Per Fausto Faccia i giudici avevano stabilito una pena di tre anni e mezzo di reclusione per l'assalto al campanile più un anno e quattro mesi per le interferenze al Tg1. Nel suo primo giorno di libertà, trascorso senza muoversi da casa ("Ma adesso posso muovermi - dice Faccia - e non devo renderne conto a nessuno") il "serenissimo" non dimentica di ringraziare tutte le persone che non lo hanno abbandonato, con un pensiero speciale per la mamma. Proprio la signora Vallì Berto si lascia andare a uno slancio polemico: "La giustizia in Italia - dichiara - non è uguale per tutti. Parlo da mamma: se i miei figli fossero delinquenti non direi queste cose. C'è gente con le mani insanguinate e sono liberi...".
Corriere della Sera - 4 Novembre 2002:
«Io, capo dei Serenissimi, fiero di quell'assalto»
Fausto Faccia è libero, ha scontato la pena per l'occupazione di San Marco. «Non sono pentito, ma non lo rifarei»
AGNA (Padova) - «Alla fine è andata bene...». E lo dice senza spavalderia. «Perché quella notte tra l'8 e il 9 maggio '97, mentre assaltavamo il campanile di San Marco a Venezia, sapevamo che la nostra missione avrebbe avuto due sole possibilità di uscita: ricevere una pallottola in testa o farci qualche anno di galera». Fausto Faccia ora di anni ne ha trentacinque e gli ultimi cinque li ha trascorsi parte in carcere e parte in affidamento ai servizi sociali. Era lui il capo del commando dei Serenissimi, l'uomo che imbracciava il fucile carico («E ringrazio Dio di non aver sparato, anche se c'è stato un momento in cui lo stavo per fare: in aria, solo in aria, ma chissà cosa sarebbe successo»). Dalla mezzanotte di sabato è libero, il suo conto con la giustizia l'ha pagato. Ora, dei dodici Serenissimi condannati per l'assalto al campanile, solo Giuseppe Segato e il fratello di Faccia, Luigi, devono ancora scontare alcuni mesi, sempre con i servizi sociali. «Pentito? E come potrei?». C'è un lampo d'orgoglio nello sguardo di quest'uomo dalla voce mite e l'aspetto giovanile, seduto in salotto, jeans e maglione, mentre le prime nebbie della sera avvolgono la villetta di famiglia, ad Agna, 4 mila anime tra i campi del Basso Padovano. «Sono fiero all'idea che quella notte siamo riusciti a sottrarre un pezzo di territorio alla sovranità dello Stato italiano. E non un pezzo qualsiasi, ma il simbolo di Venezia: è come se grazie a noi fosse risorta, anche se solo per otto ore, la Repubblica di San Marco, la gloria dei Dogi». E cosa è rimasto di quel gesto? «Abbiamo dimostrato che esistono ancora dei veneti che non si rassegnano ad essere svuotati di tutto: identità religiosa, storica, territoriale... Lo spirito che ci ha portati sul campanile è lo stesso che animava gli indiani d'America: attaccamento alla nostra terra e un senso di frustrazione per l'omogeneizzazione che avanza». Lo sa che molti vi considerano solo degli invasati? «Certo, non potendo darci dei terroristi, ci hanno scaricato addosso l'arma del ridicolo, cercando di farci passare per i soliti veneti ubriaconi e un po' deficienti...». Ripeterebbe l'assalto? «Non sarei più in grado di affrontare dal punto di vista economico e psicologico un'impresa del genere. E poi i tempi sono cambiati, ora è il momento delle parole». Ritiene ingiusta la condanna? «No, sapevamo di andare in cerca di guai, lo Stato non poteva che difendersi». Cosa non rifarebbe di quella notte? «L'errore principale è stato quello di sequestrare il traghetto. Ma non avevamo i soldi per costruire una barca, ci eravamo mangiati tutto. E poi, una volta saliti sul campanile, speravamo di resistere di più...». Ci sono stati momenti di paura? «Ne ricordo due. Appena partiti dal Padovano, abbiamo rischiato di finire con il camion, sul quale avevamo caricato il blindato da 150 quintali, in un canale. Poi ricordo che mentre ci dirigevamo verso Venezia c'erano momenti in cui speravo che il camion si rompesse: quasi cercassi un alibi per tornare a casa». Il vostro obiettivo di allora era l'indipendenza del Veneto. E ora? «Se indipendenza significa avere un parlamentino regionale e qualche brandello di autonomia, non mi interessa. Quello che va recuperato è lo spirito e i valori della Repubblica Veneta, naturalmente rivista con gli occhi di adesso». La Lega in quegli anni era secessionista: quanto influì Bossi sulla vostra azione? «Nessuna influenza. I nostri contatti si interruppero al tempo della Liga Veneta di Rocchetta. Noi e Bossi siamo lontani». Come l'hanno accolta in carcere? «A Modena dovevo girare con la scorta perché molti detenuti meridionali, interpretando la nostra azione in chiave antisudista, avevano creato attorno a me un clima pesante. Poi hanno capito...».
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